Egon Schiele ⋯ Sketch BookNel viaggio all’interno della psiche, ci accorgiamo ben presto che la costruzione della nostra identità sociale, quella maschera che indossiamo per muoverci nel mondo diurno, richiede un costante dispendio di energie volto al mantenimento di un ordine fittizio. Spesso, per aderire alle richieste di un ambiente che privilegia l’efficienza e la prevedibilità, siamo costretti a relegare nei sotterranei della nostra anima tutto ciò che appare incontrollabile, caotico o semplicemente doloroso. È qui che nasce la grande scissione tra la ragione, intesa come strumento di dominio sulla realtà, e il mondo sommerso degli affetti. La cultura occidentale, profondamente radicata nel mito di Apollo, ha esaltato la chiarezza solare del pensiero logico, demonizzando l’ombra dionisiaca delle pulsioni. Tuttavia, questa operazione chirurgica di asportazione del sentire non è priva di conseguenze nefaste. L’individuo si illude di aver edificato una fortezza inespugnabile, dove nulla può ferirlo, ma in realtà ha costruito una prigione. La sicurezza che deriva dal controllo razionale è una sicurezza sterile, poiché esclude a priori l’imprevisto, e con esso, la vita stessa. Ci troviamo così di fronte a persone che funzionano perfettamente, come meccanismi ben oliati, ma che hanno perso il contatto vitale con la propria essenza profonda. Hanno sacrificato l’intensità dell’esperienza sull’altare della tranquillità, scambiando la pace con l’anestesia. Questo atteggiamento difensivo nasce da un terrore atavico: la paura di essere sopraffatti, di perdere i confini dell’Io, di naufragare in quel mare magnum che è l’inconscio. Eppure, è proprio in questo tentativo disperato di salvezza che si consuma il dramma dell’uomo moderno, il quale, per non morire di dolore, finisce per morire di noia e di assenza di senso. La domanda sorge allora spontanea e ineludibile, come un grido soffocato che proviene da quelle profondità che abbiamo cercato di silenziare.

Ma perché l’uomo finisce per mortificare il suo sentimento al punto tale da essere poi condannato all’aridità e alla schiavitù di una condizione di esistenza rigida e inappagante? Ciò avviene quando l’uomo ha paura delle proprie emozioni, quando cioè le vive come un rischio alla propria incolumità psicologica, come una minaccia alla propria stabilità interiore. L’emozione coinvolge laddove la ragione controlla: attraverso il Logos l’individuo guarda al mondo e alle cose in posizione frontale, attraverso una distanza tra sé e l’oggetto che appare incolmabile. Dove c’è emozione, al contrario, c’è partecipazione e coinvolgimento. L’amore abbatte le barriere divisorie tra amante e amato, travolgendo entrambi in un’identificazione reciproca per cui l’uno è l’altro.

Questa fusione, che è l’essenza stessa dell’esperienza amorosa ed emotiva, viene vissuta dalla coscienza rigida come un pericolo mortale. Se l’amore abbatte le barriere, allora l’Io si sente esposto, nudo, privo di quelle difese che gli garantivano una presunta integrità. L’emozione è per sua natura perturbante: essa scuote le fondamenta su cui abbiamo costruito la nostra visione del mondo, introduce il disordine nel cosmo ordinato della logica. Chi ama, o chi soffre intensamente, non è più padrone in casa propria; deve accettare di essere abitato da una forza che lo trascende e che non risponde ai comandi della volontà. Per evitare questo scacco, l’uomo erige muraglie di intellettualizzazione. Razionalizzare un’emozione significa raffreddarla, distanziarla, renderla un oggetto di studio innocuo, anziché un’esperienza da vivere sulla propria pelle. È il tentativo di trasformare il sangue in inchiostro, il grido in concetto. Ma il prezzo di questa operazione è altissimo: è la perdita dell’anima. Senza la capacità di emozionarsi, di lasciarsi ferire dalla bellezza o dal dolore, l’essere umano diventa uno spettatore della propria esistenza, mai un protagonista. Egli guarda la vita scorrere come dietro un vetro infrangibile; è al sicuro, certo, ma è anche terribilmente solo. La solitudine di chi non sa più provare sentimenti non è quella creativa dell’eremita, ma quella disperata dell’automa. Inoltre, la repressione della sfera emotiva non la elimina, la spinge solo più in basso, nei sotterranei, dove queste forze compresse fermentano e si trasformano. Ciò che non viene vissuto come emozione cosciente ritorna spesso come sintomo, come angoscia senza nome, come disturbo psicosomatico. Il corpo si fa carico di gridare ciò che la mente tace. La rigidità psicologica si riflette in una rigidità esistenziale: non si è più in grado di adattarsi ai mutamenti, di accogliere il nuovo, di trasformarsi. Si rimane fissati in schemi ripetitivi, in una coazione a ripetere che è la negazione stessa del divenire. L’unica via d’uscita da questa impasse è il coraggio di recuperare la propria vulnerabilità. Accettare di essere fragili non significa essere deboli, ma significa essere permeabili alla vita. Significa riconoscere che la stabilità interiore non è un monolite immobile, ma un equilibrio dinamico che include le tempeste emotive. Solo quando smettiamo di difenderci ossessivamente dalla nostra stessa natura possiamo sperare di integrare le parti scisse di noi stessi e ritrovare quella pienezza che avevamo sacrificato in nome di una falsa sicurezza. Il percorso nei sotterranei dell’anima è dunque un viaggio necessario per riportare alla luce quei tesori che, per paura dei draghi a guardia della soglia, avevamo sepolto. È un invito a deporre le armi della ragione onnipotente e ad arrendersi alla saggezza, talvolta dolorosa ma sempre autentica, del cuore.

Glossario
Crediti
 Aldo Carotenuto
 I Sotterranei dell'anima
  Il brano è inserito nel contesto delle riflessioni su 'Ragione e sentimento' e le difese dell'Io, spesso rintracciabile nel capitolo riguardante 'La paura delle emozioni' o 'La difesa razionale'.
  Mese e anno di pubblicazione in Italia: Ottobre 1993
 SchieleArt •  Sketch Book • 1916-1917



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Libertà attraverso la solitudine ⋯ 
Si può essere interamente sé stessi soltanto finché si è soli: chi non ama la solitudine non ama neppure la libertà, perché si è liberi unicamente quando si è soli. La costrizione è l'inseparabile compagna di ogni vita mondana, e ogni vita mondana richiede sacrifici che riescono tanto più gravosi quanto più è spiccata la propria personalità; perciò ognuno fuggirà la solitudine, la sopporterà e l'amerà in proporzione al valore esatto del proprio io. (…) Una disciplina importante per i giovani dovrebbe essere quella di imparare a sopportare la solitudine, in quanto fonte di tranquillità interiore e di felicità.
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L'indivisibilità dell'isolamento ⋯ 
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C'è sempre tempo per la cortesia ⋯ 
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Il conflitto ridotto a problema tecnico ⋯ 
Il neoliberismo agisce profondamente sul piano simbolico e culturale, ridefinendo i valori fondamentali. Il conflitto, motore del cambiamento, viene oggi evitato, mascherato o trasformato in mero conflitto gestibile, depurato dalla sua dimensione antagonista e ridotto a problema tecnico.
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La fuga dalla conoscenza di sé ⋯ 
Conoscere se stessi? Se conoscessi me stesso, fuggirei lontano.
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