Dante era ancora un adolescente pieno di desideri insoddisfatti; Beatrice, che ne aveva appena compiuti diciassette, era una donna sposata. In quanto tale poteva uscire di casa, anche se difficilmente da sola, dato il rango di suo marito, il cavaliere Simone de’ Bardi; quel giorno era in compagnia di altre gentildonne più anziane, e per la prima volta si accorse di Dante. Lui, come qualsiasi teen-ager imbranato, era in preda al panico («molto pauroso») e cercava di non farsi vedere, ma Beatrice incrociò il suo sguardo e lo salutò, mandandolo al settimo cielo («tanto che mi parve allora vedere tutti li termini de la beatitudine»). Era la prima volta che sentiva la sua voce!
A questo punto il diciottenne corre a casa e si chiude in camera. Dante aveva una camera sua, cosa che stupisce a volte i dantisti, vittime di un’immagine stereotipata delle case medievali, piccole, sovraffollate e prive di specializzazione degli ambienti. (…)
Il diciottenne, dunque, si chiude in camera a ripensare all’incontro con Beatrice. La notte la sogna (nuda, vale la pena di notarlo, anche se lo dice con un tocco così leggero che di solito gli esegeti non lo commentano), e si sveglia in preda a una violenta emozione. Fin qui, diranno i lettori, proprio niente che non sia capitato a tutti noi. Ma quel diciottenne era Dante, e il mondo in cui viveva era diverso dal nostro. In quel mondo era comparsa da poco una novità che faceva furore fra i giovani, s’intende quelli di condizione sociale abbastanza elevata da saper leggere e scrivere e avere del tempo da dedicare ai libri e alle discussioni: analizzare la passione amorosa, questo argomento di interesse comune, e tradurre l’analisi in versi, e non in latino, ma nella lingua di tutti i giorni.
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