⋯ Edgar Degas ⋯

Con la trattazione della filosofia della danza intendiamo analizzare il rapporto tra il linguaggio della filosofia come coscienza riflessiva e cristallizzata in poesie e il pensiero nella fluidità del suo farsi. Paul Valéry esprime questo concetto nel dialogo “L’anima e la danza” dove fa della ballerina la metafora di un pensiero e di un’opera poetica nel suo svolgersi, congiungendo finito e infinito, poesia e pensiero.

Non vi è dubbio che a fondamento dell’opera di Paul Valéry vi sia una struttura di tipo speculativo. Valéry poeta è anche e soprattutto un pensatore, dissidente e trasgressivo rispetto ai filosofi dichiarati. Egli rifiuta l’accezione tradizionale della poesia e del pensiero sistematico. È stato rilevato il debito che egli ha nei confronti di Schelling, Novalis e Schlegel soprattutto per l’idea del rapporto che vi è tra poesia e filosofia, per cui la differenza fra l’una e l’altra sarebbe del tutto formale. Non meno rilevanti sono i suggerimenti romantici circa i rapporti fra architettura e musica, intese come costruzioni e come trasformazioni di spazio e tempo di cui l’artista s’impossessa per restituirli sotto forma di spiritualità. La costruzione è propria dello spirito umano e Valéry la contrappone alla natura. Per tutta la vita Valéry cercò una nuova definizione del pensiero e dell’arte. Valéry eredita ed assimila tutti i suoi problemi e temi poetici ed estetici dalla lunga e tormentata esperienza dei poeti e dei pensatori che dal romanticismo arriva a Mallarmé. Valéry ha scritto a proposito di Mallarmé e dell’attrazione che provava per la sua poesia che uno degli aspetti che sempre lo avevano affascinato maggiormente nel poeta parigino era il carattere di sfida della sua scrittura poetica. L’esigenza intellettuale che la lettura dei suoi poemi comportava era tale da renderne la “risoluzione istantanea” pressoché impossibile, pur essendo consegnata ad uno stile cristallino. Il rifiuto della facilità si sposava alla certezza di star componendo qualcosa che sarebbe cresciuto come “una figura nel tempo” ed invitava alla sfida ed allo sforzo. «Lo sforzo più splendido – scrive Valéry – degli umani è di mutare il loro disordine in ordine, e le probabilità in potere ; questo è il vero prodigio. Mi piace chi è duro verso il proprio genio». E conclude: «Quanto a me, confesso che non afferro quasi nulla d’un libro che non mi opponga resistenza» Paul Valery ha dedicato molte pagine, in quasi tutti i suoi libri all’elogio della danza. Egli ha pensato e scritto la danza soprattutto nella conferenza del 36, nel dialogo “L’anima e la danza” dove i personaggi del Simposio platonico dialogano davanti al magico volteggiare delle ballerine, nel testo “Degas Danza Disegno” che illumina pienamente l’ambito di lavoro e la ragion d’essere dell’opera di Degas. Degas è uno dei personaggi “mitici” che fondano l’universo poetico e teorico di Valéry, popolandolo con le loro aspirazioni alla perfezione, con la loro ricerca incessante, con la loro volontà di essere precisi fino all’annullamento del dubbio, con la loro capacità di annullare l’Io a favore dell’opera.

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La riflessione di Valéry sulla danza poggia su una più vasta e complessa concezione estetica all’interno della quale hanno un ruolo decisivo coppie di concetti antitetici; il rapporto stesso tra poesia e pensiero , laddove il pensiero viene colto nell’atto stesso del pensare sé come azione pensante da cui hanno origine le opere stesse dell’arte. Questi opposti si sposano nella concezione della danza e nell’attimo irripetibile in cui chi danza incorpora compiutamente il senso dell’essere dell’uomo e la sua originaria antiteticità. Sono importanti anche gli studi di Valéry sul corpo dai quali è possibile trarre una distinzione tra la funzione fisica dell’organismo e la funzione corporea che attraverso un utilizzo inutile alla mera sopravvivenza, giunge a una trascendenza, giocata sul primato della spazialità rispetto alla temporalità. Grazie alla successione danzante dei movimenti inutili nell’attimo dell’evento artistico, l’uomo si congiunge con l’eterno. Valéry afferma l’assoluta superiorità della danza tra le arti e, nel conferirle il ruolo di massima incarnazione del pensiero nell’attimo originario del suo giungere all’essere, mette a confronto l’immagine limitata del filosofo tradizionale con la nuova rivelazione ontologica del pensiero. Il pensiero del filosofo tradizionale cristallizzato nelle forme finite delle categorie logiche si trova costretto all’artificio dialettico.
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La danzatrice, invece, con la sua danza è l’essenza stessa del pensiero, libera da ogni vicolo dialettico e linguistico. La stessa dialettica socratica altro non è che una trascrizione del movimento che si compie nella danza. Chi danza vive in un’avventura artistica assoluta , segnata dalla tensione all’infinito. Grazie a ciò, l’uomo dà scacco al tempo e lasciandosi possedere totalmente dal movimento diventa creatore egli stesso dello spazio-tempo che lo caratterizza. Approda così a una legge delle trasformazioni in base alla quale prende figura concretamente il ritmo, la qualità poetica con cui l’esserci s’incorpora con ciò che è. Una sotterranea filosofia dei contrari, una definizione dell’essere a partire dai poli antitetici che giunge ad abbracciare finito e infinito, ragione e sonno, una nuova ontologia che coglie l’essere nell’azione con cui questi oscilla tra un polo e l’altro. È convinzione di Valéry che nella danza risieda e si manifesti la struttura profondamente antitetica dell’uomo e della vita nella sua più compiuta possibilità. Il danzare diviene così il punto di comunione massima dei poli antitetici nel loro concorrere a dare forma al senso dell’essere che si manifesta attraverso il movimento tra essi: il danzare è pensare nell’atto stesso del suo prodursi. Colui che produce un pensiero attraverso se stesso, supera se stesso, utilizza le proprie strutture antitetiche per consentire quell’oscillazione metafisica tra i poli opposti dalla quale il senso dell’essere scaturisce. Si forma, prende corpo quel superamento di ogni tentazione soggettivistica e narcisistica per diventare altro da sé, per abitare l’apparentemente inaccessibile mondo della danza, o meglio della sua divina materializzazione, pensiero nell’attimo della sua concreta presenza. La verità dell’essere per Valéry non sta nella sua dimostrazione logica, ma nella sua capacità di abbracciare l’antiteticità, di abitarla attraverso l’atto che, nell’attimo del suo accadere rivela nella danza il modo più elevato e compiuto di ogni manifestazione possibile. Fedele ammiratore della snella levigatezza della danza, Valéry teme la fretta e la concitazione della corsa, ha timore della frenesia concatenata alla perdita di sensibilità del moto senza tregua, connessa al progresso. L’azione poetica consiste sempre per il poeta autentico in lente progressioni, in circonvoluzioni avvolgenti, in avvicinamenti circospetti e, tuttavia, ambiziosi. La verità si coglie attraverso la linea serpentina della bellezza, la “lunga impazienza” durante la quale si tessono “i leggerissimi sistemi” della creazione artistica, non certo mediante la malia ansiosa della facilité. Artefici sono ragni e serpenti, platani e palme, filatrici e… ballerine.

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I poeti sono rigorosi costruttori di improbabilità, coloro che sanno procedere per paragoni e analogie, coloro la cui intelligenza si rivela dans un ordre insensé, coloro che sanno improvvisare senza smettere di pianificare o di pensare.

Il fare poetico coincide con il pensiero e l’intelletto si palesa come poesia. Per questo motivo, le immagini della poesia coincidono con quelle della mente e le parole non possono che essere subordinate ad esse. Da ciò si può intravedere, allora “l’importanza del progresso sorprendente […] che ha fatto della luce, la fondamentale necessità della visione netta e precisa per la composizione ed il tratto, l’amore mai sopito per “la precisione” e “la certezza” che emanano dalle figure delle ballerine.

Edgar Degas ⋯ Ballerina Verde - dettaglio ⋯

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