Quando un lettore inglese o europeo si avvicina per la prima volta alla letteratura russa, e in particolare ai racconti di Anton Cechov, si trova di fronte a un senso di smarrimento che non è semplicemente dovuto alla diversità dei costumi o del paesaggio, ma a una differenza strutturale nel modo in cui la mente percepisce la realtà. Siamo abituati, nella nostra tradizione occidentale, a storie che si concludono, a problemi che vengono risolti o a tragedie che raggiungono il loro culmine catartico; ci aspettiamo che alla fine del capitolo i conti tornino, che il bene o il male siano distribuiti con una certa logica, o che almeno l’autore ci faccia un cenno per dirci che lo spettacolo è finito e possiamo tornare alle nostre vite. Con Cechov, invece, accade qualcosa di sconcertante: la storia sembra fermarsi non perché è finita, ma perché la vita continua altrove, indifferente alla nostra richiesta di conclusione. Ci chiediamo: qual è il punto? Perché ci ha mostrato questi dettagli apparentemente insignificanti? È come se l’occhio del narratore russo non fosse attratto dai picchi drammatici che noi consideriamo essenziali, ma dalle valli d’ombra, dai momenti di sospensione in cui nulla sembra accadere eppure tutto cambia interiormente. Questa sensazione di incompletezza ci costringe a riconsiderare i nostri strumenti critici, a cercare una chiave di lettura diversa che non risiede nell’azione esteriore, ma in una sostanza impalpabile che permea ogni riga, ogni dialogo interrotto, ogni silenzio carico di significato. E questa chiave, questa ossessione che attraversa come un fiume sotterraneo l’intera geografia letteraria della Russia, è ciò che essi chiamano con una parola che per noi ha un suono quasi imbarazzante per quanto è nuda e diretta.
Quando leggiamo Cechov ci capita di ripetere la parola anima una e mille volte. Questa parola appare dappertutto nelle sue pagine. I vecchi ubriaconi se ne servono senza discrezione: Sei salito nella scala burocratica, ormai sei fuori concorso, ma non hai un’anima vera, caro ragazzo ti manca la forza… Invero l’anima è il principale personaggio nella letteratura russa. Delicata e sottile in Cechov, soggetta a una varietà infinita di umori e di malumori, è assai più profonda e più densa in Dostoevskij, spesso afflitta da violente malattie e deliranti febbri, essa è sempre il suo interesse predominante. Forse perciò riesce tanto faticoso a un lettore inglese rileggere I fratelli Karamazov o I demoni. L’anima gli è estranea. Gli è perfino antipatica. Non ha il senso dell’umorismo, nemmeno quello della commedia. Manca di forma; ha poco a che fare con l’intelletto. È confusa, diffusa, tumultuosa, incapace, si direbbe, di sottomettersi al controllo della logica o alla disciplina della poesia.
L’anima russa, così come ci viene presentata da Dostoevskij, è un fluido che dissolve le barriere solide e rassicuranti che la società inglese ha eretto con tanta cura nel corso dei secoli. Nei nostri romanzi, una duchessa è una duchessa, un valletto è un valletto; le gerarchie sono chiare, i confini tra le classi sono definiti e ognuno si muove all’interno del proprio ruolo sociale con una certa prevedibilità. Ma nei romanzi di Dostoevskij, questi argini crollano sotto la pressione di un’umanità debordante. L’anima non riconosce le distinzioni di ceto o di educazione; essa ribolle e si mescola, creando una promiscuità spirituale che ci lascia storditi e, a tratti, disgustati. Il principe e l’ubriacone, la prostituta e il santo, l’assassino e l’idiota si trovano uniti non dalle convenzioni sociali, ma da una comune, terribile capacità di soffrire e di amare, di sprofondare nell’abisso e di aspirare al cielo nello stesso istante. È un mondo in cui le buone maniere non contano nulla, dove l’ipocrisia della civiltà viene strappata via per mostrare la carne viva e pulsante dello spirito. Per noi, che amiamo l’ordine e la distinzione, che apprezziamo l’ironia che nasce dal distacco e dalla forma, questo assalto diretto, questa totale mancanza di ritegno emotivo, appare come una violazione della privacy, un’indecenza quasi barbarica. Eppure, se riusciamo a superare la nostra resistenza iniziale, se accettiamo di lasciarci trascinare in questo vortice caotico, scopriamo che Dostoevskij ci sta offrendo qualcosa che la nostra letteratura, pur nella sua perfezione formale, raramente ci dà: una visione dell’uomo nella sua nudità essenziale, spogliato di ogni attributo accidentale, un uomo che non è definito da ciò che possiede o da come appare, ma dalla qualità incandescente del suo tormento interiore. È una luce abbagliante che non proietta ombre nette, ma illumina tutto con una chiarezza spietata e compassionevole al tempo stesso, rivelandoci che sotto le nostre maschere ben educate, siamo tutti fratelli nella stessa, disperata ricerca di significato. E questa rivelazione, pur essendo faticosa e inquietante, ha il potere di cambiarci, di farci sentire che le nostre stesse anime, così spesso ignorate o messe a tacere dalle esigenze della vita pratica, hanno una profondità e una risonanza che avevamo dimenticato. Dostoevskij ci costringe a guardare dentro quel pozzo senza fondo, e anche se ne ritraiamo lo sguardo spaventati, non possiamo più fingere che quel pozzo non esista.
Anima Russa (Russkaja Duša): Concetto metafisico che indica una sensibilità profonda, incline al misticismo e alla sofferenza, che privilegia la verità interiore rispetto alle convenzioni sociali.
Catarsi: Il momento di liberazione emotiva alla fine di una tragedia; Woolf nota che Cechov la nega, lasciando il lettore in uno stato di sospensione e inquietudine.
Punto di vista russo: La prospettiva narrativa che ignora le distinzioni di classe e i picchi drammatici per concentrarsi sulla comunione spirituale e sulla fragilità dell’esistenza.
Promiscuità spirituale: Il fenomeno tipico di Dostoevskij per cui personaggi di estrazione sociale opposta comunicano a un livello di intimità nuda, superando ogni barriera di privacy o decoro.
La foresta impenetrabile dell'anima ⋯
Noi non conosciamo la nostra anima; figuriamoci quella degli altri. Gli esseri umani non vanno mano nella mano per tutto il cammino. In ognuno c'è una foresta vergine, intricata, impenetrabile; un campo innevato dove non si conoscono impronte di uccelli. Qui avanziamo da soli, e preferiamo che sia così. Sarebbe intollerabile avere sempre la simpatia di qualcuno, qualcuno che ci accompagna, essere sempre capiti.
Virginia Woolf Il lettore comune
Modernismo, Saggistica, Critica letteraria
Interruzioni della vita ⋯
La narrativa russa ci insegna che non ci sono conclusioni, ma solo interruzioni della vita.
Virginia Woolf Il lettore comune
Scrittrice modernista, Critica letteraria
L'enigma del genere ⋯
Perché le donne sono tanto più interessanti per gli uomini che gli uomini per le donne?
Virginia Woolf Una stanza tutta per sé
Saggistica, Femminismo
La scrittura come esplorazione interiore ⋯
Scrivere è immergersi in sé stessi, nella propria anima, per dare voce a ciò che ancora non ha trovato parola.
Virginia Woolf Il diario di una scrittrice
Saggistica, Letteratura, Diario
Ingoio la bellezza tutta intera ⋯
Io vedo ciò che ho di fronte, - disse Jinny. - Questa sciarpa a pallini colore del vino. Il bicchiere. Il vasetto della mostarda. Il fiore. Mi piace quel che si tocca, si assaggia. Mi piace la pioggia quando diventa neve e si fa palpabile. Ed essendo impulsiva e più coraggiosa di voi, non tempero, perché non mi scotti, la bellezza con la grettezza. La ingoio tutta intera.
Virginia Woolf Le onde
Modernismo inglese, Flusso di coscienza, Romanzo
Il lettore comune di Virginia Woolf
Questa raccolta di saggi contiene Il punto di vista russo, l’opera da cui traggono origine queste riflessioni. Woolf vi esplora con la sua prosa poetica e analitica la distanza psicologica tra il romanzo inglese (fondato sulla società e sul carattere) e quello russo (fondato sull’anima e sull’universale). È un testo imprescindibile per capire come la letteratura russa abbia influenzato il modernismo europeo.
I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij
Il romanzo che Woolf cita come esempio di quella promiscuità spirituale in cui santo e peccatore si confondono. Attraverso le figure di Alëša, Ivan e Dmitrij, Dostoevskij mette in scena il crollo delle barriere logiche e sociali a favore di una ricerca metafisica che attraversa il dubbio, il delitto e la redenzione.
Racconti di Anton Cechov
Le storie di Cechov rappresentano per Woolf la vallescura della narrativa: racconti che non finiscono, ma svaniscono in un silenzio carico di significato. Opere come La signora col cagnolino o La steppa mostrano quella vita che continua altrove, rompendo la struttura tradizionale del climax catartico occidentale.



















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