Prima parte

L’anno della rivoluzione

Sotto un livido cielo di gennaio, un convoglio di slitte trainate da cavalli avanzava lasciando le sue scie in una pianura imbiancata di neve. La processione si fermò a una sbarra, e i passaporti dei passeggeri vennero esaminati da un sergente; un vecchio soldato brizzolato rannicchiato sotto un incerato, con il fucile buttato sulla spalla, aprì il passaggio: si era alla frontiera fra la Russia e la Prussia. Le slitte scricchiolarono ancora una volta sulla neve. Il principale passeggero, un uomo di nome Aleksander Herzen, voltò la testa e udì un cosacco augurargli buon viaggio, mentre il soldato teneva le briglie del suo robusto cavallo, dal cui manto pendevano dei ghiaccioli. Herzen in quel momento non lo sapeva, ma non avrebbe più rivisto la Russia. Era il gennaio del 1847, e stava iniziando il suo viaggio in Europa, accompagnato dalla moglie Natalie, dai loro tre figli, da sua madre e da due bambinaie. Membro della piccola nobiltà russa, ma di idee socialiste, Herzen stava fuggendo dalla soffocante atmosfera del regno dello Zar Nicola I, ansioso di apprendere qualcosa di più sull’Occidente, di fare confronti con la sua patria e, speranza poi rivelatasi vana, di ritornarvi forte di quello che avrebbe appreso. L’Europa nella quale gli Herzen si apprestavano a viaggiare era un continente alla vigilia di un futuro incerto. Dal punto di vista politico, vi dominava un sistema conservatore. Delle cinque grandi potenze – Austria, Prussia, Russia, Francia e Gran Bretagna – solo le ultime due avevano dei parlamenti che limitavano il potere regio, ma non erano certo dei paesi democratici. In Gran Bretagna il sistema parlamentare era frutto di una lunga evoluzione, nel corso della quale peraltro non erano mancati intensi scontri politici e vicende sanguinose. Nel 1832 era stata attuata la prima grande riforma del sistema elettorale, grazie alla quale i proprietari urbani avevano ottenuto il diritto di voto e le principali città – molte delle quali fino a quel momento erano state assenti o scarsamente rappresentate a Westminster – quello di eleggere i propri rappresentanti in Parlamento. Non poteva dirsi un sistema democratico, in quanto in Inghilterra e in Galles solo un maschio adulto su cinque godeva del diritto di voto (le donne naturalmente ne erano escluse), in Scozia uno su otto, e la composizione del Parlamento rimase praticamente invariata, con una netta prevalenza di proprietari terrieri appartenenti alla gentry o all’aristocrazia. La Francia era diventata una monarchia costituzionale nel 1814, quando Napoleone era stato confinato nel suo signorile esilio all’isola d’Elba, e poi, dopo il suo ritorno sulla scena, nuovamente nel 1815 (questa volta l’imperatore fu sottoposto a condizioni più dure, nella remota isola di Sant’Elena, dove sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1821). Venne restaurata la monarchia borbonica, rappresentata dapprima dal corpulento Luigi XVIII (fratello minore di Luigi XVI ghigliottinato durante la Rivoluzione), e quindi, alla sua morte nel 1824, dal fratello più giovane, lo snello e ultraconservatore Carlo X. La costituzione francese, la Charte octroyée del 1814, prevedeva un Parlamento la cui Camera bassa, la Camera dei deputati, veniva eletta dai 110.000 contribuenti più ricchi. Nel 1830 l’intransigenza mostrata da Carlo X nei confronti delle ripetute vittorie elettorali dei liberali provocò il definitivo rovesciamento della dinastia borbonica. Si dice che una volta il sovrano dichiarasse che piuttosto di governare come un monarca britannico avrebbe preferito fare il taglialegna. Per sublime ironia, viaggiando verso il luogo del suo esilio (avrebbe vissuto presso lo Holyrood Palace a Edimburgo), a una stazione di posta, i suoi cortigiani dovettero tagliare a misura una tavola per fare in modo che tutti i membri del suo seguito potessero trovare posto nella piccola sala da pranzo. A Parigi l’ordinamento costituzionale venne mantenuto in vigore dal regime che si era appena insediato. Era la Monarchia di luglio, così definita dal mese in cui era avvenuta la rivoluzione, alla cui guida fu posto il re Luigi Filippo, rampollo della dinastia reale, quella orleanista. La carta costituzionale venne leggermente modificata, in modo tale da conferire i diritti politici ai 170.000 francesi più ricchi: si trattava di un misero 0,5% della popolazione francese (dopo la riforma del 1832, in Gran Bretagna la percentuale degli aventi diritto al voto sarebbe stata sei volte maggiore). Le altre tre grandi potenze europee erano monarchie assolute, e fra esse l’Austria assolveva una funzione per molti aspetti centrale per il mantenimento del sistema conservatore continentale. L’vAustria era in realtà l’Impero asburgico, un agglomerato multilinguistico di territori comprendente non meno di undici diversi gruppi nazionali: tedeschi, magiari, romeni, italiani e slavi – cechi, slovacchi, polacchi, ucraini (all’epoca chiamati ruteni), sloveni, serbi e croati. Questa vera e propria torre di Babele era tenuta insieme dalla dinastia asburgica, che governava da Vienna, la capitale imperiale. Dal 1815, anno in cui si conclusero le guerre napoleoniche, al 1848, la figura dominante della politica austriaca fu quella di Klemens Von Metternich, uno dei giganti del diciannovesimo secolo. Dopo una lunga carriera diplomatica al servizio dell’Austria, egli era diventato ministro degli Esteri della monarchia asburgica nel 1809, quindi cancelliere nel 1821. Intelligente, arrogante, distaccato, e, come disse un diplomatico britannico, intollerabilmente licenzioso e frivolo con le donne, non era austriaco ma era nato nel 1773 a Coblenza, una città allora soggetta a uno dei molti Stati della regione renana, l’Arcivescovato di Treviri. Come molti altri piccoli principati tedeschi, Treviri viveva al riparo dello scudo protettivo del Sacro Romano Impero, al cui vertice vi era l’imperatore, invariabilmente scelto dai principi elettori fra i membri della dinastia asburgica, che per secoli era stata la più potente e quindi quella in grado di meglio difendere i territori germanici. Nell’autunno del 1794 gli eserciti rivoluzionari francesi invasero la Renania, e con il trionfo delle orde in divisa blu la nobiltà locale dovette subire il castigo repubblicano. Metternich, che si vide confiscare le sue proprietà, fuggì a Vienna, dove si mantenne grazie a una pensione imperiale e ai proventi delle terre che gli erano rimaste in Boemia. La sua inesorabile ascesa nella gerarchia diplomatica austriaca cominciò nel 1801, quando assunse l’incarico di ministro plenipotenziario in Sassonia. Mentre Napoleone imperversava nell’Europa centrale – decretando nel 1806 la fine del millenario Sacro romano impero –, egli cominciò a elaborare l’idea secondo la quale la multinazionale monarchia asburgica, tenuta insieme dal forte governo imperiale di Vienna, avrebbe potuto costituire le nuove fondamenta di un sistema politico europeo. Nel 1815 Metternich, influenzato dal suo retroterra e dall’esperienza diretta che aveva accumulato, nutriva ormai la profonda convinzione che la monarchia asburgica non fosse una necessità solo per la Germania, ma anche per l’intera Europa. Egli credeva che un forte Stato in Europa centrale avesse la possibilità di proteggere gli Stati tedeschi più piccoli, e di svolgere un ruolo guida per garantire la stabilità sociale e politica dell’intero sistema continentale. Riteneva infatti che un insuccesso della monarchia asburgica avrebbe comportato una frammentazione del suo Impero posto nel cuore dell’Europa, e che all’ordine sarebbero subentrati la guerra civile, il conflitto rivoluzionario e il terrore, alle cui conseguenze nessuno Stato europeo poteva sperare di sottrarsi. Metternich fu il principale architetto del sistema conservatore nel suo complesso. Forse il suo più grande successo fu l’azione diplomatica che condusse in occasione del Congresso di Vienna nel 1815. Dopo le prolungate sofferenze e i massacri delle guerre napoleoniche, quella grande conferenza cercò di ricostruire un sistema politico europeo che mirasse non solo a mantenere la pace internazionale, ma anche a neutralizzare la duplice minaccia rappresentata dal liberalismo e dal nazionalismo, secondo una prospettiva condivisa dai diplomatici delle altre potenze. L’eredità di Napoleone Bonaparte e la carneficina provocata dalle guerre che ora portavano il suo nome (la percentuale dei morti sulla popolazione europea fu analoga a quella che si registrò nella prima guerra mondiale) condizionarono pesantemente l’atteggiamento dei governanti, così come fece l’ombra sinistra della ghigliottina. Per i conservatori di tutta l’Europa, il liberalismo e il nazionalismo non significavano altro che rivoluzione – la quale non poteva che essere un fosco messaggero di morte e distruzione, sia che si presentasse sotto forma di un esercito rivoluzionario che percorreva il continente senza alcun rispetto per la vita, la religione e la proprietà, sia che assumesse le sembianze di una sanguinosa guerra sociale combattuta da contadini armati di falci fienaie o dalle diseredate masse popolari urbane contro tutti coloro che avevano interesse a mantenere l’ordine costituito. Il sistema politico dell’era postnapoleonica tentò quindi di assumere un atteggiamento intransigente nei confronti delle minacce sovversive che attentavano alla sua esistenza, e ciò proprio perché era ben consapevole di quali avrebbero potuto essere le conseguenze di un suo insuccesso. Per il principale artefice di quest’ordine, l’unica forma di monarchia degna di questo nome era quella assoluta. Nel 1820 Metternich, temendo che lo Zar Alessandro II stesse prendendo in considerazione l’idea per lui inconcepibile di concedere una costituzione, si rivolse al sovrano russo esponendogli la propria professione di fede politica; i sovrani, sosteneva, dovevano porsi al di sopra della sfera delle passioni che agitano la società: …È nelle epoche di crisi che essi sono principalmente chiamati (…) a mostrarsi per quello che sono: padri investiti di tutta l’autorità che compete ai capifamiglia; a dar prova che, nelle epoche buie, sanno essere giusti, saggi e, per ciò solo, forti, e che essi non abbandonano i popoli, che è loro dovere governare, al gioco delle fazioni, all’errore e alle sue conseguenze, che condurranno fatalmente alla distruzione della società. E fra le fazioni che minacciavano la società vi erano senz’altro i liberali e i nazionalisti che chiedevano la costituzione, l’indipendenza nazionale e l’unificazione politica. Il sovrano non doveva cedere a queste richieste, nemmeno per tentare di fare tempestive concessioni al fine di evitare le rivoluzioni; la linea da seguire era così formulata: Rispetto per tutto ciò che esiste; libertà per tutti i governi di vegliare sul benessere dei propri popoli; una lega fra tutti i governi contro le fazioni esistenti in ogni Stato; diffidenza per le parole prive di senso [la richiesta di Costituzioni], che sono diventate il motto delle fazioni. Per Metternich, tuttavia, governo assoluto non significava dispotismo, che per lui era il governo arbitrario di uno solo. I sovrani dovevano infatti governare mediante un sistema stabile di leggi e di regolari procedure amministrative: La prima e più importante questione (…) riguarda la stabilità delle leggi, il loro ininterrotto operare, il loro non essere mai modificate. Così i governi possono governare, conservare le basi fondamentali delle loro istituzioni, sia vecchie sia nuove; perché se è sempre pericoloso interferire con esse, potrebbe non essere utile farlo adesso, nell’odierna generale turbolenza. Il regime asburgico, in realtà, non aveva un carattere particolarmente oppressivo, o almeno non secondo gli standard delle dittature contemporanee. La sua burocrazia era in generale onesta ed efficiente. Inoltre (e nonostante i consigli che dette allo zar), Metternich fece ricorso alla sua notevole influenza diplomatica per indurre a miti riforme i più arretrati sovrani assoluti, la cui intransigenza rischiava di suscitare opposizioni violente: nel 1821 promise di fornire aiuto militare al re Ferdinando I delle Due Sicilie contro i suoi sudditi ribelli, a condizione che il sovrano facesse alcune minime concessioni. Nonostante il loro gran parlare del carattere legittimo e benevolo della monarchia, Metternich e altri conservatori temevano che, se fra i diversi popoli soggetti alla monarchia asburgica si fossero affermati movimenti di orientamento costituzionale o rivoluzionario, sarebbe stata messa a rischio la stessa integrità dell’Impero. Questa, in teoria, era mantenuta dalla fedeltà dei sudditi alla dinastia, dall’uniformità delle istituzioni monarchiche (fra cui l’amministrazione e l’esercito) e, nonostante l’esistenza di minoranze religiose come gli ebrei e i protestanti, dal cattolicesimo della stragrande maggioranza dei sudditi austriaci. Nel 1815 forse soltanto i tedeschi, i magiari, i polacchi e gli italiani avevano un senso profondo della propria identità nazionale. I primi tre, in particolare, avevano anche una posizione politicamente e socialmente dominante rispetto alle altre nazionalità soggette all’Impero. In Ungheria, la piccola nobiltà magiara spadroneggiava sui contadini, che nel settentrione erano slovacchi, nelle regioni orientali romeni transilvani e nel meridione serbi e croati. In Galizia, i polacchi erano in genere grandi proprietari terrieri che tenevano in uno stato tale soggezione i contadini ucraini da farne praticamente delle bestie da soma. I cechi, con il loro elevato livello d’istruzione e (nel 1848) il più progredito sistema manifatturiero della monarchia asburgica, stavano da parte loro cominciando a mettere in discussione l’egemonia esercitata dall’etnia tedesca in Boemia, ma uno dei più intensi motivi di risentimento fra i non tedeschi era dovuto al fatto che l’apparato statale, il cui centro era a Vienna, era dominato da funzionari tedeschi, la cui lingua era in genere quella ufficialmente utilizzata nella legislazione, nelle scuole e nell’amministrazione. Esisteva, comunque, un diffuso senso di identità nazionale in cui si riconoscevano le élites aristocratiche e le classi medie urbane, che erano ovviamente proprio quei settori della popolazione che più risentivano del fatto che le possibilità di accesso alla burocrazia, alle professioni giuridiche e all’istruzione superiore fossero di fatto riservate ai sudditi di lingua tedesca. Questo atteggiamento non si erano ancora esteso alla massa dei contadini, molti dei quali consideravano l’imperatore come il loro protettore nei confronti delle vessazioni dei signori di cui erano soggetti, ma il fatto stesso che le differenze sociali coincidessero con quelle etniche avrebbe reso più gravi i frequenti conflitti violenti fra i gruppi nazionali dell’Europa centrale. Il risentimento che i magiari provavano per quello che consideravano il dominio tedesco e la preponente autorità austriaca era potenzialmente assai pericoloso per la stabilità dell’Impero. Diversamente dalla maggior parte degli altri gruppi nazionali, i magiari avevano la possibilità di esprimersi mediante propri organismi costituzionali: esisteva una Dieta, dominata dalla nobiltà magiara, dal clero e dai rappresentanti delle città libere regie. Così, la nazione ungherese – espressione che all’epoca indicava la parte di popolazione rappresentata nella Dieta – costituiva una piccola percentuale di quella totale. La parte restante era definita dalla legge, con efficace espressione, misera plebes contribuens (il latino era ancora, con grande sconforto dei patriottici magiari, la lingua ufficiale della politica e dell’amministrazione ungherese). La nobiltà magiara rappresentava comunque una parte significativa della popolazione ungherese, il 5% circa (nella Francia prerivoluzionaria i nobili erano l’1%) – e in alcuni casi i suoi membri erano così poveri da essere soprannominati nobili con i sandali, poiché, si diceva, le loro condizioni economiche erano tali da non permettere loro nemmeno di comprarsi gli stivali. Tuttavia, poiché per distinguersi dalle masse lavoratrici non avevano altro che i propri titoli e privilegi, erano proprio gli esponenti di questo ceto a opporre spesso le maggiori resistenze a ogni riforma che potesse intaccare il loro status. Sebbene l’imperatore asburgico, investito anche del titolo di re di Ungheria, avesse il potere di convocare e di sciogliere la Dieta a suo piacimento (e dal 1812 al 1825 l’imperatore Francesco I si rifiutò sdegnosamente di convocare un parlamento che avrebbe potuto creargli fastidi), era difficile imporre tasse senza ottenerne il consenso; l’assemblea quindi si riunì nel 1825, dal 1832 al 1836, dal 1839 al 1840, dal 1843 al 1844 e, in situazione più drammatica, dal 1847 al 1848. Inoltre, anche quando il parlamento non era in sessione, la nobiltà ungherese portò avanti la propria opposizione alla monarchia asburgica in 55 contee, nelle quali eleggeva e stipendiava i funzionari locali, e dove le assemblee (o congregazioni) in cui era rappresentata, che spesso si riunivano annualmente, erano talvolta così coraggiose da affermare il proprio diritto di respingere la legislazione regia. Nel 1815 gli italiani della Lombardia e del Veneto diventarono ufficialmente sudditi degli Asburgo, nell’ambito del Regno Lombardo – Veneto. Anch’essi disponevano di organismi istituzionali, le Congregazioni, i cui membri rappresentavano i contribuenti locali; vi erano poi le due Congregazioni centrali, che riunivano i delegati delle due parti del Regno. Queste assemblee avevano il diritto di decidere le modalità di applicazione delle leggi approvate dal governo, rappresentato da un viceré che aveva la sua sede a Milano, ma non potevano esercitare un autonomo potere legislativo. Gli Asburgo dovettero procedere con cautele, in quanto quella parte dell’Italia settentrionale rappresentava uno dei gioielli della loro corona: le fertili e irrigate pianure della Lombardia erano un vivace mosaico di campi di frumento, di vigne ben curate e di gelsi, grazie ai quali i bachi da seta producevano le loro preziose fibre. La capitale del Regno, con grande irritazione degli orgogliosi veneziani, era Milano, che dal punto di vista culturale era una delle più vivaci città europee, grazie in parte alla moderazione con cui vi operava la censura, in confronto a qualsiasi altro territorio soggetto all’Impero asburgico. La popolazione del Lombardo – Veneto ammontava a un sesto di quella totale dei territori della monarchia, ma contribuiva quasi per un terzo alle entrate fiscali – circostanza di cui i patrioti italiani erano ben consapevoli. Gli austriaci si erano impegnati a fondo per fare in modo che quelle regioni fossero ben governate, ma inevitabilmente si manifestarono tensioni. I ceti colti della Lombardia e del Veneto si lamentano del fatto che gli austriaci occupassero circa 36.000 incarichi nell’amministrazione governativa, impedendo agli italiani di accedervi in misura adeguata alle loro aspirazioni. Se si escludono l’Ungheria e il Lombardo – Veneto, nei territori dell’Impero asburgico non esistevano istituzioni rappresentative degne di questo nome. Dal 1835 sul trono imperiale sedeva il debole di mente Ferdinando (in una delle sue famose crisi, urlò al personale di corte: Sono l’imperatore, e voglio gli gnocchi!). Il sovrano era amato dai suoi sudditi, che lo chiamavano affettuosamente Ferdi il matto, ma ovviamente dei compiti di governo si occupava un consiglio (Staatskonferenz), che era dominata da Metternich. Il rifiuto del governo costituzionale rese quasi inevitabile la repressione, in quanto la prospettiva politica di Metternich non ammetteva la legittimità di nessuna opposizione. Esisteva una polizia segreta che operava dai suoi uffici nella Herrengasse a Vienna, ma il numero dei funzionari era ridotto – circa venticinque, fra i quali tredici addetti alla censura, – e così la capitale imperiale doveva fare affidamento sulla polizia regolare (che aveva numerose altre incombenze), mentre nelle province gli uffici locali utilizzavano entrambi i corpi di polizia. Non era un sistema di sorveglianza particolarmente rigoroso, ma è anche vero che l’attività degli stampatori, degli editori e degli scrittori era soggetta a una lunga serie di norme minute e irritanti. Il fatto che su quattro categorie di libri ve ne fosse una sola non soggetta a restrizioni, alimentò un clima nel quale si dava per scontato che una pubblicazione sarebbe stata proibita a meno che non ricevesse un esplicito permesso. In Russia, che era il secondo regime assolutista europeo in ordine di importanza, l’attività repressiva fu particolarmente pesante. Se Metternich attribuiva all’Austria il ruolo di gendarme dell’Europa centrale, si può dire che lo zar Nicola I si considerasse il gendarme dell’intero continente. L’Impero russo era stato soggetto al suo pugno di ferro autocratico fin dal 1825, anno della morte di Alessandro I. Egli aveva fondato la famigerata TERZA SEZIONE, la polizia segreta, un organismo che disponeva di un ridottismo numero di funzionari, ma che operava mediante la gendarmeria e un più vasto numero di informatori, che inoltravano qualcosa come 5.000 denunce l’anno. La stessa esistenza di un gruppo di spie generò un’atmosfera nella quale per esprimere apertamente un dissenso occorreva un grande coraggio. Secondo una leggenda a cui molti credevano, in un ufficio del comando della Terza Sezione a Pietroburgo c’era una botola: nel corso di una conversazione apparentemente innocua, una persona perfettamente innocente convocata davanti agli ufficiali di polizia poteva essere indotta con l’inganno a riferire un’indiscrezione di poco conto, e a quel punto sarebbe stata tirata una leva e la vittima sarebbe caduta nella segreta sottostante per essere sottoposta a ogni sorta di inenarrabile orrore. Chi osava dar voce ai propri pensieri troppo liberamente doveva subire un’oppressione particolarmente pesante. Quando nel 1836 l’intellettuale liberale Petr Caadaev criticò aspramente l’arretratezza della Russia, gli toccò in sorte lo stesso destino che nel ventesimo secolo avrebbe travolto certi dissidenti sovietici: il governo lo dichiarò pazzo e lo rinchiuse in manicomio. Perfino il grande poeta Aleksandr Puskin dovette muoversi con circospezione (tanto più che aveva un carattere particolarmente impulsivo): venne tollerato perché lo zar ne apprezzava l’opera, ma anch’egli dovette talvolta subire delle bacchettate. Gli intellettuali e gli scrittori facevano cautamente circolare i loro scritti in forma manoscritta dapprima fra gli amici, e solo in un secondo momento, ammesso che lo facessero, li affidavano a un editore. Il regime zarista non solo temeva il dissenso degli intellettuali russi, ma guardava con preoccupazione – forse con maggiore ragione – alla possibilità di una rivolta di massa dei contadini, venti milioni dei quali erano in condizione servile e si erano sollevati con stupefacente violenza in passato, come nei primi anni Sessanta del Settecento sotto il cosacco ribelle Emel’jan Pugacev. Il regime era inoltre preoccupato per le manifestazioni di opposizione da parte delle nazionalità oppresse dell’Impero, e in modo particolare dei polacchi, che sopportavano la propria sottomissione solo fra impeti di ribellione. La terza grande potenza assolutista europea, la Prussia, era dal 1840 sotto il governo del re Federico Guglielmo IV, che dopo essere salito al trono infranse le speranze dei liberali, i quali ritenevano possibile la concessione di una costituzione. Suo padre, Federico Guglielmo III, aveva promesso diverse volte ai suoi impazienti sudditi che avrebbe rinunciato all’assolutismo, ma questo era avvenuto durante le guerre napoleoniche, quando voleva suscitare il patriottismo dei suoi fedeli prussiani contro gli odiati francesi. Una generazione dopo, Federico Guglielmo IV poteva dire a un deluso funzionario liberale: Sento di essere re esclusivamente per grazia di Dio. Una costituzione, affermò, avrebbe fatto dell’intera idea monarchica un concetto astratto, in virtù di un pezzo di carta. Il modo di operare dei principi tedeschi è quello di un governo paterno. La Prussia aveva delle assemblee provinciali, ma questi organismi rappresentativi erano strutturati a tutto favore dei nobili e dei grandi proprietari terrieri e non potevano corrispondere fra loro, per evitare qualsiasi orientamento che preludesse a una loro unione un parlamento nazionale. Ciò era particolarmente irritante per i liberali, molti dei quali erano diventati prussiani in epoca recente. La Renania, che aveva un’economia progredita e un’esperienza di governo napoleonico relativamente positiva alle spalle, era stata assegnata alla Prussia nel 1815, per rafforzare quest’ultima nei confronti della Francia. La Prussia diventò di fatto un regno con due metà ben distinte: la parte orientale dominata dalla nobiltà terriera, con i suoi vasti possedimenti e i suoi contadini, che fino al 1807 erano rimasti in stato servile; la parte occidentale caratterizzata dalla presenza di una solida base manifatturiera e di una borghesia particolarmente dinamica e in ascesa. Uno degli esponenti di quest’ultima categoria, apprendendo nel 1815 dell’imminente annessione della Renania al Regno di Prussia, storse il naso di fronte alla prospettiva di quelle povere nozze con l’Est agrario dominato dalla nobiltà. Non fu forse una sorpresa che una parte notevole dei dirigenti liberali della rivoluzione prussiana del 1848 provenisse proprio dalla Renania. Fu comunque la combinazione fra il suo formidabile esercito e la ricchezza delle sue basi industriali e agricole che fece della Prussia una delle più grandi potenze non solo dell’area tedesca, ma dell’Europa intera. In conseguenza dei trattati di pace conclusi a Vienna nel 1815, l’Europa centrale e quella orientale erano state quindi pote sotto il dominio di queste tre monarchie assolute. Dal 1795 il vecchio Regno di Polonia (se si eccettua la parentesi napoleonica del Granducato di Varsavia, istituito nel 1807) era stato cancellato dalla carta geografica continentale, ripartendone i territori fra la Russia, la Prussia e l’Austria, con una decisione che venne confermata dal Congresso di Vienna. Le tre monarchie orientali tentarono poi (invano), con il loro peso complessivo, di soffocare il nazionalismo polacco. Esse si mostrarono altrettanto determinate a mantenere il nazionalismo tedesco all’interno del suo vaso di Pandora. L’Austria esercitava assieme alla Prussia una posizione dominante nell’area tedesca, la quale dopo la dissoluzione del Sacro romano impero e la profonda ristrutturazione dei suoi territori in epoca napoleonica era ora suddivisa in 39 Stati (fra i quali le stesse Austria e Prussia), nell’ambito di una Confederazione (Bund), con una Dieta che riuniva a Francoforte. Questa assemblea non era un parlamento elettivo, quanto piuttosto un consesso di diplomatici scelti dai governi dei singoli Stati, una sorta di organismo delle Nazioni Unite tedesche. Il suo scopo non era avviare i territori tedeschi a un’unione più stretta, semmai l’opposto. La Confederazione aveva il compito di mantenere l’assetto politico conservatore e di garantire che i contrasti fra i vari Stati venissero risolti pacificamente, il che ovviamente rassicurava gli Stati intermedi di dimensioni più piccole, bisognose di protezione nei confronti della tendenza da parte dell’Austria e della Prussia a imporre il loro dominio. La Confederazione poteva richiedere ai singoli governi statali di mettere a disposizione le loro forze armate per difendere il territorio da invasioni straniere, ma anche da eventuali minacce rivoluzionarie interne. Nel 1819 emanò un complesso di provvedimenti repressivi noti come decreti di Karlsband, per colpire i movimenti radicali e liberali e soprattutto le organizzazioni nazionalite studentesche, le Burschenschaften. Queste disposizioni vennero reiterate nel 1832, in risposta a un’ondata di rivoluzioni e agitazioni che percorse l’Europa. Dietro i decreti vi era il cancelliere austriaco Metternich, il quale guardava con sospetto anche l’orientamento favorevole al costituzionalismo che stava mettendo radici in Germania negli anni immediatamente successivi alle guerre napoleoniche. Gli Stati meridionali tedeschi come il Baden, il Wuttemberg, la Baviera, il Nassau e l’Assia – Darmstadt si erano tutti dati delle costituzioni, secondo uno sviluppo coerente con l’atto istitutivo della Confederazione germanica, nel quale si dichiarava che tutti gli Stati tedeschi avrebbero avuto costituzioni degli stati territoriali. Si trattava peraltro di una formulazione deliberatamente ambigua, in quanto poteva preludere sia a una monarchia parlamentare moderna (e in tal senso la interpretavano gli Stati meridionali), sia a un ordinamento di stampo più conservatore, con la presenza delle tradizionali assemblee di stati nelle quali la nobiltà, il clero e i buoni borghesi delle città erano rappresentati in modo separato, garantendo in tal modo la prevalenza degli interessi conservatori. Metternich aveva fatto valere la propria influenza sul re di Prussia Ferdinando Guglielmo III, e quindi sulla Confederazione germanica nel suo complesso, per fare in modo che, in primo luogo, la Prussia non si unisse alla danza costituzionale, e inoltre che l’Atto finale emanato nel 1820 dal Bund interpretasse il termine costituzione nel senso da lui auspicato, vale a dire prefigurando delle assemblee cetuali e non dei veri e propri parlamenti; comunque, eventuali parlamenti avrebbero dovuto essere strutturati in modo da garantire il principio monarchico, vale a dire la permanenza nelle mani del re dei poteri più rilevanti. Fu in Italia, però, che Metternich perseguì una più attiva politica controrivoluzionaria e antiliberale. È famosa la frase con cui il cancelliere ironizzò sulle pretese unitarie dei nazionalisti italiani, definendo l’Italia un’espressione geografica, divisa com’era in dieci tra regni, ducati e staterelli. Il compito dell’Austria era di mantenerla tale. Il Congresso di Vienna, oltre ad assicurare agli Asburgo il dominio diretto di parte del Settentrione, grazie all’annessione della Lombardia e del Veneto, aveva dato alla questione italiana una sistemazione che faceva dell’Austria la potenza predominante nell’intera penisola. Dopo la lunga esperienza dell’occupazione napoleonica, lo scopo che si perseguiva era inizialmente quello di tenere lontana l’influenza francese, ma ben presto la maggiore preoccupazione fu la repressione del movimento liberale e nazionale italiano. La Toscana era governata da un granduca Asburgo Lorena, mentre i due ducati di Parma e di Modena erano retti da parenti dell’imperatore. Oltre a questi legami dinastici, gli austriaci avevano il diritto di mantenere le loro guarnigioni nella fortezza di Ferrara, in territorio pontificio. Il sovrano borbonico del Regno delle Due Sicilie (dal 1816 la Sicilia era stata privata del suo Parlamento e posta direttamente sotto il governo di Napoli) legò in modo stretto il suo paese alla politica degli austriaci, firmando con essi un’alleanza e una convenzione militare. Solo il Regno di Sardegna (che oltre all’isola comprendeva il Piemonte e la Liguria) poté mantenere una piena indipendenza: dal punto di vista militare era il più forte degli Stati italiani, e costituiva un solido cuscinetto fra le Francia e i domini austriaci della Lombardia. Ma il potere che gli austriaci esercitavano nella penisola era tale che fra il 1820 e il 1821 essi furono in grado intervenire militarmente per reprimere i moti liberali sia a Napoli sia nello stesso territorio piemontese. Successivamente essi processarono 90 dei principali esponenti del movimento liberale lombardo (che peraltro avevano poco a fare con i moti) e condannarono 40 di loro a marcire nella cupa fortezza dello Spielberg, in Boemia. Fra i condannati vi era (W) Silvio Pellico, che quando nel 1830 venne rilasciato scrisse Le mie prigioni, opera che costituisce una testimonianza dell’oppressivo regime austriaco e allo stesso tempo del potere della fede religiosa di fronte alle avversità. Il libro ebbe un grande successo e contribuì ad alimentare la leggenda nera del malgoverno austriaco in Italia. Quando nel 1831 e poi nel 1832 Metternich inviò nuovamente le sue truppe nella penisola per reprimere i moti insurrezionali a Modena, a Parma e nello Stato pontificio (dove gli austriaci ebbero la sfrontatezza di continuare a presidiare Bologna fino al 1838), non fece altro che rafforzare la sinistra immagine dell’oppressione austriaca. La potenza e l’influenza dell’Austria si estendevano dunque dalla Germania fino all’Italia meridionale e all’Europa orientale. Come disse sprezzante il conte Anton Kolowrat – Liebsteinsky, si era di fronte a una selva di baionette. Kolowrat non aveva idee liberali, ma era il grande rivale di Metternich all’interno della Staatskonferenz. Con il cancelliere condivideva la necessità di lottare per la conservazione e di fare il possibile per ottenerla, ma sosteneva: sui metodi abbiamo idee diverse. Per Lei i metodi consistono in una selva di baionette e nella rigida adesione alle cose come stanno. A mio avviso, con questo comportamento noi facciamo il gioco dei rivoluzionari. Il più rigido conservatorismo di Metternich, a suo avviso, non avrebbe avuto altro risultato che quello di creare una pressione tale da portarci (…) alla rovina. Lo statista britannico Lord Palmerston criticò aspramente e in modo aperto la politica repressiva e soffocante messa in atto dall’Austria, giudicando che avrebbe condotto inevitabilmente a un’esplosione, come farebbe una caldaia chiusa ermeticamente, senza uno sfogo per il vapore. Kolowrat era anche estremamente preoccupato dei costi che comportava il mantenimento di una così massiccia presenza austriaca nel continente europeo: fra il 1815 e il 1848, l’esercito assorbì circa il 40% del bilancio governativo, e la sola spesa in conto interessi sul debito pubblico ne richiedeva un altro 30%. Uno dei maggiori punti deboli del sistema metternichiano messi in luce dalle vicende del 1848 fu che le casse dello Stato avevano scarsi fondi per fronteggiare la peggiore contingenza economica del diciannovesimo secolo, e vi erano quindi pochi mezzi per alleviare le difficili condizioni della popolazione.

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Nietzsche, accompagnato dalla sua cattiva reputazione di pensatore dei nazisti, fu poi riconsiderato, agli inizi degli anni ’60 del ventesimo secolo, da quel movimento che prese il nome: Nietzsche-Renaissance o il rinascimento nietzscheano, e soprattutto ⋯

 ⋯ Dall’autorganizzazione alla comunizzazione
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Designare la rivoluzione come comunizzazione è dire questa cosa abbastanza banale, che l’abolizione del capitale è l’abolizione di tutte le classi, compreso il proletariato, e non la sua liberazione, il suo ergersi a classe dominante che organizza la soci⋯

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Ho rivisto finalmente a Julián. Veniva da altri mondi non sconosciuti per lui, visto che è riuscito a tornare senza bussola. Non era tenuto a tornare, anche perché se stava bene dove era arrivato poteva restarci in eterno, visto che era previsto un viaggi⋯

 ⋯ Il mercantile
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Magari è troppo presto, ma i sognatori, hanno sempre lo sguardo perso, sicuramente piacevole nei loro pensieri e sorridono… ma, anche se sono solo due righe con due soli sostantivi, l’emozione è sempre la stessa per il poeta. Siamo nel periodo di un’attra⋯

⋯  ⋯Capitalismo o Economia Pianificata
567% Herbert George WellsPolitica
Herbert George Wells: Le sono molto grato per aver accettato di incontrarmi. Recentemente sono stato negli Stati Uniti. Ho avuto una lunga conversazione con il presidente Roosevelt e ho cercato di chiarire quali sono le sue idee principali. Ora sono venut⋯

 ⋯ Impero, vent’anni
561% Autori VariPolitica
Vent’anni fa, quando è stato pubblicato il nostro libro Impero, i processi economici e culturali della globalizzazione erano al centro della scena: tutti potevano vedere che stava emergendo qualcosa come un nuovo ordine mondiale. Oggi la globalizzazione è⋯

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