Egon SchieleLa musica riempiva la stanza, una cascata di note che avrebbe dovuto elevare lo spirito verso vette di sublime contemplazione, ma che invece sembrava scavare un fossato ancora più profondo tra me e la possibilità di una consolazione. Ascoltavo Beethoven e pensavo a come la cultura occidentale abbia costruito un intero edificio di bellezza sopra le fondamenta marce della disperazione. Ci dicono che l’arte salva, che l’arte redime, che attraverso la forma perfetta possiamo trascendere il caos della materia bruta. Ma è una menzogna pietosa. L’arte non trascende nulla; l’arte si limita a dare una struttura estetica all’orrore, rendendolo digeribile per i salotti borghesi. Timothy amava citare i classici, amava trovare parallelismi tra le tragedie greche e la sua vita, come se il fatto che Edipo avesse sofferto millenni fa nobilitasse in qualche modo il suo dolore presente. Ma il dolore non è nobile. Il dolore è stupido, cieco, meccanico. È un ingranaggio che stritola senza chiedere permesso e senza offrire lezioni morali. Quando Bill si è ucciso, non c’era nessuna musica di sottofondo, nessun coro greco a commentare l’ineluttabilità del destino. C’era solo il silenzio sporco di un garage e l’odore dei gas di scarico. E ora, seduta qui a riflettere su tutto questo spreco di vita, mi rendo conto che la vera funzione dell’artista non è quella di creare, ma quella di confermare ciò che tutti sappiamo ma che abbiamo troppa paura di dire ad alta voce: che siamo soli, che siamo fottuti e che non c’è nessuno alla guida del veicolo.

Angel Archer rifletteva sulla natura dell’arte e della sofferenza umana, in una conversazione che rivelava il suo cinismo crescente dopo gli eventi che avevano sconvolto la sua vita. È arte somma: il mondo è orribile. Una summa perfetta. È per questo che paghiamo compositori e pittori e grandi scrittori: perché ce lo dicano. Si guadagnano da vivere grazie al fatto di essere arrivati a questa consapevolezza. Quale comprensione geniale, incisiva. Quale penetrante intelligenza. Un topo di fogna potrebbe dirti la stessa cosa, se sapesse parlare. Se i topi sapessero parlare, io farei tutto quello che dicono. Il mondo è un posto schifoso, pensò Angel. Non c’è bisogno di Beethoven o di Picasso per capirlo. Basta guardare intorno: la gente muore, soffre, tradisce, si illude. L’arte non fa altro che rivestire questa verità banale con forme eleganti, note armoniose, colori vividi. Ma la verità resta la stessa: orribile. Timothy Archer, con la sua ricerca ossessiva di Dio, di manoscritti antichi, di redenzione, aveva finito per incarnare proprio questa orribilità. Aveva perso tutto: la fede, la famiglia, la vita. E per cosa? Per una verità che un topo di fogna avrebbe potuto sputargli in faccia senza tanti giri di parole. Angel rise tra sé, un riso amaro. Gli artisti sono pagati per dirci ciò che sappiamo già, ma che non vogliamo ammettere. Ci consolano mostrandoci il dolore in forma bella, ordinata, catartica. Ma la catarsi è un’illusione. Il dolore resta. Il mondo resta orribile. E i topi, giù nelle fogne, lo sanno meglio di noi. Loro non hanno illusioni. Non hanno arte. Non hanno Dio. Sopravvivono e basta. Mangiano spazzatura, fuggono dai gatti, muoiono presto. Ma almeno non si raccontano storie. Se i topi parlassero, pensò Angel, ci direbbero: Smettetela di cercare senso. Non ce n’è. Correte, nascondetevi, mangiate quello che trovate. E quando arriva il veleno, morite. Semplice. Crudele. Vero. Ma noi umani non possiamo. Abbiamo bisogno di sinfonie, di quadri, di romanzi. Abbiamo bisogno di Timothy Archer che va nel deserto a cercare i rotoli del Mar Morto. Abbiamo bisogno di credere che ci sia qualcosa di più. E quando scopriamo che non c’è, ci resta solo l’orribilità nuda e cruda. Un topo di fogna lo sa da sempre. E se parlasse, lo ascolteremmo. Perché lui non mente. Non ha arte per abbellire la verità. Ha solo la fogna. E la fogna è il mondo.

Eppure, nonostante tutto questo cinismo che mi scorre nelle vene come un veleno lento, non riesco a smettere di ascoltare quella musica, non riesco a smettere di leggere quei libri. C’è una parte di me, una parte stupida e irrazionale, che si aggrappa alla bellezza come un naufrago a un pezzo di legno in mezzo all’oceano. Forse è proprio questa la condanna dell’essere umani: sapere che è tutto inutile e continuare a farlo lo stesso. Timothy è morto nel deserto cercando funghi sacri o verità gnostiche, convinto che ci fosse un codice segreto da decifrare, una scintilla divina nascosta nella materia. È morto come un pazzo, forse, ma è morto cercando. I topi non cercano. I topi sopravvivono. E forse è questa la differenza, l’unica differenza che conta. Noi non ci accontentiamo di sopravvivere nella fogna; noi vogliamo arredarla, vogliamo dipingere le pareti umide con affreschi celestiali, vogliamo suonare violini mentre l’acqua sporca ci arriva alle ginocchia. È patetico, certo. È ridicolo. Ma è anche l’unica cosa che ci distingue dal nulla. Se smettessimo di creare illusioni, se smettessimo di cercare significati dove non ce ne sono, ci spegneremmo all’istante. L’arte non è verità, l’arte è la bugia che ci permette di sopportare la verità. E Timothy, con tutte le sue follie, con tutte le sue eresie, con tutto il suo egoismo spirituale, era un maestro in questo: nell’arte di non arrendersi all’evidenza del topo. Lui voleva che il mondo fosse magico, voleva che la morte non fosse la fine, voleva che l’amore ritornasse sotto altra forma. E forse, in un universo freddo e indifferente, questo desiderio ostinato è l’unica forma di divinità che ci è concessa. Non Dio che scende dall’alto, ma l’uomo che, dal basso, si rifiuta di essere solo fango.

Glossario
Crediti
 Philip Kindred Dick
 La trasmigrazione di Timothy Archer
  Capitolo 2 (La riflessione di Angel Archer sulla natura dell'arte e della sofferenza avviene dopo aver ascoltato un brano di Beethoven o discusso di musica/letteratura).
  Pubblicazione in Italia: Marzo 1982 - traduzione di Vittorio Curtoni
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