Egon SchieleNel passaggio dalla considerazione del bello a quella del sublime, ci addentriamo in una regione dove la pura conoscenza deve ingaggiare una lotta per liberarsi dalla tirannia della volontà. Mentre nel bello la pura conoscenza ha preso il sopravvento senza lotta, giacché la bellezza dell’oggetto, vale a dire la sua qualità di facilitare la conoscenza dell’idea, ha eliminato dalla coscienza, senza resistenza e quasi inavvertitamente, la volontà e la servitù alla volontà, nel sublime invece questo stato di pura contemplazione deve essere conquistato con una rottura violenta. Qui l’oggetto che invita alla contemplazione può avere una relazione ostile con la volontà umana in generale, può manifestarsi come una potenza smisurata che minaccia l’individuo di annientamento, o come una vastità incommensurabile che riduce l’individuo al nulla. Tuttavia, se l’osservatore non si lascia spaventare da questa relazione ostile, se non si rivolge alla sua volontà, ma si sofferma nella pura contemplazione dell’oggetto, elevandosi al di sopra di se stesso e della sua minaccia, allora egli è colto dal sentimento del sublime. In questo stato, il soggetto non è più l’individuo tremante e bisognoso, ma l’eterno, sereno soggetto del conoscere, che, pur percependo la grandezza terribile dell’oggetto, ne rimane intatto nella sua essenza spirituale. La differenza specifica tra il bello e il sublime risiede dunque solo nel fatto che nel bello la conoscenza pura ha vinto senza lotta, mentre nel sublime ha dovuto strappare la sua vittoria alla volontà spaventata o oppressa. Tuttavia, il risultato finale è identico in entrambi i casi.

Il bello e il sublime si distinguono nettamente nella coscienza, ma hanno in comune il fatto che entrambi sollevano l’uomo al di sopra della volontà e del suo dolore, trasformandolo in soggetto puro di conoscenza. L’uomo è al tempo stesso un impetuoso ed oscuro impulso di volontà, e soggetto puro di conoscenza, eterno, libero e sereno; per un contrasto analogo, il sole è da una parte sorgente della luce, la condizione del più alto grado di conoscenza, e quindi anche della più gioconda tra le cose; per un altro è sorgente del calore, condizione prima della vita, cioè di ogni fenomeno della volontà considerata nei suoi gradi superiori. La luce, per la conoscenza, è dunque ciò che il calore è per la volontà. La luce è il più fulgido diamante nella corona della bellezza, esercita nella conoscenza di ogni cosa bella l’influsso più decisivo: la sua presenza è condizione assoluta; se posta in situazione favorevole, è in grado d’aumentare ulteriormente la bellezza di ciò ch’è bellissimo. Un edificio architettonico, un paesaggio, una figura umana, una statua greca: tutto appare infinitamente più bello sotto il sole che sotto un cielo grigio. La luce non solo rivela, ma trasfigura. Essa è il correlativo oggettivo della conoscenza pura: come questa, è immateriale, non ha peso, non occupa spazio, eppure è la condizione di ogni apparenza. Il calore, invece, è il correlativo della volontà: penetra, agita, genera, consuma. Senza calore non c’è vita, non c’è movimento, non c’è desiderio. Ma proprio perché è condizione della vita, è anche condizione del dolore. Il calore è la forza cieca che spinge gli esseri a divorarsi, a soffrire, a morire. La luce, al contrario, non spinge: mostra. Non desidera: contempla. Non brucia: illumina. Per questo la contemplazione estetica è la liberazione temporanea dalla volontà. Quando siamo rapiti dalla bellezza di un quadro, di una sinfonia, di un tramonto, la volontà tace. Non abbiamo più fame, né sete, né paura, né desiderio. Siamo solo occhio, solo orecchio, solo conoscenza pura. Il sole, in quel momento, non ci scalda più il sangue: ci apre l’anima. Ma questo stato è fragile. Basta un pensiero egoistico, un desiderio che riaffiora, un rumore che ci riporta al corpo, e la luce si spegne. Il calore riprende il sopravvento, la volontà si riafferma, il dolore ricomincia. Ecco perché l’arte è il rifugio dell’uomo: non perché ci dia felicità (la felicità è impossibile), ma perché ci dà tregua. Per qualche istante, sotto la luce della bellezza, siamo ciò che saremmo se la volontà non ci avesse mai condannati alla vita: puri soggetti di conoscenza, eterni, liberi, sereni. E il sole, lassù, continua a splendere, indifferente alle nostre tragedie, testimone muto della nostra duplice natura: figli del calore e della luce, condannati a bruciare per poter vedere.

Perciò, quando d’inverno il calore del sole si fa debole e la sua luce invece, riflessa dalla neve e dal ghiaccio, diventa abbagliante e purissima, noi ci sentiamo stranamente elevati. Il paesaggio invernale, freddo e luminoso, è l’immagine perfetta della negazione della volontà di vivere. Lì, dove il calore vitale si è ritirato, resta solo la chiarezza cristallina della visione. È un mondo morto, ma bellissimo nella sua morte, perché non soffre più. In esso, la luce regna sovrana senza dover competere con il calore che agita le passioni. E non è forse per questo che la luce è stata da sempre il simbolo dello spirito, del divino, dell’intelletto che si distacca dalla materia? La luce è l’unico elemento fisico che sembra non partecipare alla gravità e alla corruzione della materia. Essa attraversa i corpi trasparenti senza alterarli, rivela le forme senza toccarle. Al contrario, il calore è sempre legato a un processo chimico, a una combustione, a una trasformazione, a una distruzione. Il calore è la fame della volontà che divora se stessa. La luce è la pace della rappresentazione che riflette il mondo. Dunque, ogni volta che l’uomo riesce a separare in sé la luce dal calore, l’intelletto dalla volontà, egli compie il miracolo estetico. Egli cessa di essere un individuo interessato alla propria sopravvivenza e diventa il puro occhio del mondo. Ma questo miracolo è breve. La volontà, che è il fondo oscuro del nostro essere, preme sempre per riaffermare i suoi diritti. Essa reclama il calore, reclama la vita, reclama il dolore. E l’intelletto, che è nato come suo servo per aiutarla a trovare cibo e riparo, deve tornare al suo servizio, abbandonando la libera contemplazione delle idee per occuparsi delle misere necessità dell’esistenza. Solo nel genio, in colui che possiede un surplus di forza conoscitiva, la luce può, per periodi più lunghi, emanciparsi dal calore e creare opere d’arte che restano come monumenti di quella liberazione, permettendo anche agli altri uomini, attraverso la loro contemplazione, di partecipare per un attimo a quella beatitudine che è la negazione del dolore.

Glossario
Crediti
 Arthur Schopenhauer
 Il mondo come volontà e rappresentazione
  Libro Terzo: Il mondo come rappresentazione. Secondo punto di vista - Paragrafo 38 (§ 38).
  Pubblicazione in Italia: Maggio 2004
 SchieleArt •   • 



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