⋯ Camille Claudel ⋯

Ma io sono solo, e non c’è più tempo, ormai, per me. Che dovrei fare: imparare a vivere, quando la natura non mi lascia, più che pochi anni? Imparare a guardare il sole dritto in faccia, quando per decenni ho fissato il muro, convinto che in quello scalcinato relitto stesse dipinto un sole sfolgorante? Lasciamo stare le ombre, lasciamo che riposino. Le mie opere danno piacere, tu dici, a molte persone. A qualcuno, due, dieci, forse, danno perfino gioia? E che cos’è, questa gioia? Un brivido lungo la schiena? Una scossa elettrica sulle tempie? Qualcuno forse, mentre ascolta la mia musica, immagina un’alta montagna percorsa dai nembi? O un lago immoto nel tramonto del sole? Alcuni, due, dieci, forse, li abita il sorriso di una persona cara? Bell’arte la mia, che trae il suo senso dalla riesumazione di una bellezza rammemorata. Un puzzle di mummie. Una passerella di momenti cadaveri: è questa la mia arte. Tutta la vita, per ottenere soltanto questo? Ma la mia arte, allievo mio prediletto, tu lo sai quando è difficile. E’ quasi un piccolo mondo, ogni mia opera; con le sue proporzioni, le sue simmetrie, le sue geografie, che io, col mio linguaggio ossessivamente padroneggiandolo, cerco di comunicare. E quando lo faccio, coloro a cui lo comunico, che cosa fanno? Non pensano, sognano: sognano ognuno una montagna diversa, un lago diverso, un viso diverso, secondo quanto detta loro la propria insostituibile esperienza. Ed all’artista, che rimane? L’aver rinnegato la madre. L’aver visto nella persona amata un nemico alla propria arte. Perché l’artista perde tutto? Perché vuole tutto. L’artista è soltanto un vile. Non accetta la solitudine a cui tutti gli uomini, per il fatto stesso di essere uomini, sono condannati. Egli vuole comunicare agli altri, di sé, tutto. Vuole imporre il proprio mondo interiore come fosse l’unico mondo possibile. Il mondo, per lui, non è un raggio di sole filtrato da una persiana nel buio della mente; il mondo è una grande madre; è stato creato e sviluppato per il suo eterno diletto. Invece, il mondo non è una grande madre; il mondo è un accidente. Nessun linguaggio dell’arte vale una carezza, un gesto della mano, un lampo negli occhi della persona amata.

Crediti
 • Alessandro Zignani •
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