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Chi si fa servo, chi si fa opprimere e sfruttare, non ha che da passare attraverso l’attesa per giungere alla sua miserevole e falsa catarsi.
Il servo attende anzitutto che gli vengano imposti degli ordini, ai quali obbedirà, con o senza lamento, non tanto perché crede agli ordini, ma perché ha paura della verga. Se il lamento del servo è forte, egli chiamerà il padrone dittatore, se il lamento è debole il padrone è democratico. Egli poi attende il momento propizio per fare le scarpe al servo vicino, ma siccome anche il servo vicino non attende altro che quel momento per stare un po’ meglio, la guerra fra poveri e la violenza è garantita; in ‘virtù’ di questa violenza i due servi attendono rimedi dal padrone che, non sembra, è lì apposta per ricreare dissidio e violenza, ma si fa passare come redentore dei problemi. Poi, alcuni fatti che succedono molto lontano dal servo fanno cadere il governo, e allora il servo attende con grande illusione l’arrivo di un altro padrone, che forse si sceglierà, forse no, ma il risultato non cambia agli occhi della storia e dell’esperienza. E la catarsi dov’è? La catarsi della stupidità arriva quando l’attesa finisce. E quando finisce? In realtà non finisce, poiché quella catarsi dura il momento effimero del cambio del padrone, quando le bastonate sembrano cessare fino all’adozione del nuovo bastone.
E mentre il servo bastonato attende e spera, i suoi padroni gozzovigliano con i suoi soldi. Secondo i molti servi, questa è la vita, e non ne vogliono altre, perché non sanno neanche sognarsela un’altra vita, e se riescono a sognarla, il limite massimo del loro sogno è avere un padrone col bastone più leggero. Così lo aspettano da molti secoli.

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