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In Italia e non solo, il profondo malessere sociale accumulato negli anni ’60 per via di uno sviluppo economico tendente unicamente al consumismo e noncurante delle esigenze di quel protagonismo giovanile che iniziava ad emergere, sfociò in una forte ondata di contestazione che raggiunse la sua apoteosi nel 1968, anno con cui si identificò il movimento stesso.

Perché nascono le radio libere?
I giovani protagonisti di questo particolare momento storico diedero origine a un movimento di massa caratterizzato da una rivolta morale contro la società, che provocò tensioni di carattere rivoluzionario che sembrarono far vacillare governi e sistemi politici. Il loro obiettivo principale era quello di trovare uno spazio in cui poter manifestare la loro forza creativa: non accettavano che i loro pensieri venissero rinchiusi entro i limiti stabiliti dalla censura, volevano esprimersi liberamente, chi per puro spirito di ribellione, chi perché credeva in ciò che stava facendo; tuttavia il denominatore comune rimaneva la necessità di avvalorare la propria esistenza, ovvero di ‘farsi sentire‘. Sarà proprio il mezzo radiofonico e in particolare le “radio libere” nate proprio in quel contesto, il canale più adatto a manifestare le loro esigenze diventando lo strumento più aderente e rappresentativo degli aspetti socioculturali e di costume di quegli anni.
Le “radio libere” furono le prime radio che nacquero dallo scollamento dall’allora unico gestore nazionale che controllava il mezzo rigidamente, ovvero l’istituzionale radio pubblica, risultata inadatta a farsi portavoce di questi nuovi fermenti e arroccata nel suo formalismo dottrinale e nel suo atteggiamento bigotto e conservatore.
In Italia ma anche nel resto dell’Europa, la radiodiffusione era rigidamente regolamentata e le frequenze date in concessione erano limitate e controllate. Tuttavia si trovò il modo di aggirare la legge per trasmettere anche senza licenze, utilizzando per esempio navi ancorate fuori dalle acque territoriali, sfruttando il fatto che le onde elettromagnetiche non conoscono confini. Esempi di questo modus operandi furono la leggendaria Radio Veronica (1960) e l’inglese Radio Caroline (1964); alcune, come Radio Luxemburg già attiva dal 1933, trasmettendo da altri paesi. Questi rappresentano alcuni esempi di “radio pirata”, ovvero di radio che non appartenevano alla categoria delle radio nazionali ufficiali ed erano delle vere e proprie “fuori legge“.
I contenuti di questo tipo di emittenti erano finalmente appetibili perché rivolti ai giovani, la musica d’autore e quella rock non erano il bersaglio di censure: queste radio interpretavano finalmente l’umore generale di allora che chiedeva anticonformismo, autonomia e indipendenza.
Anche nel nostro paese si respirava una voglia di rinnovamento seppur latitante, e non mancava il desiderio di utilizzare il mezzo radiofonico in modo finalmente libero; perché tale fermento prendesse corpo mancavano ancora una tecnologia alla portata delle masse e una spinta che travolgesse i controlli e la legalità.
Dal punto di vista tecnico la strada venne aperta dalla cosiddetta banda cittadina (Citizen Band o CB): si trattava di ricetrasmettitori radio di bassa potenza, che avevano integrato dal basso il piccolo popolo dei radioamatori. Esistevano da decenni e trasmettevano in modo privato. Per questo microcosmo, la regolamentazione era carente: il CB infatti era teoricamente vietato, ma praticamente legittimato da un finta inconsapevolezza delle autorità, la cui tolleranza garantì l’impunità a questo popolo ‘invisibile’.
Il passo successivo avvenne quasi naturalmente: operativamente la trasmissione radiofonica differiva di poco da quella dei CB: erano infatti sufficienti un’antenna un po’ più grande e la possibilità di maggiori investimenti per poter trasmettere a frequenze più elevate e “il sogno” era alla portata di tutti.
Fu così che in pochi anni tutte le frequenze disponibili vennero occupate dalle radio libere che iniziarono a provocare lo sfaldamento del monopolio statale sull’etere: la storica sentenza n°202 del 28 luglio 1976 decretò definitivamente la fine del monopolio pubblico, legittimando le trasmissioni radiofoniche e televisive, con la condizione che non superassero l’ambito locale, e consentì ai privati l’esercizio di radio e TV locali; la sentenza diede il via a un proliferare caotico di emittenti private che nascevano ovunque, salvo essere poi denunciate, spente e di nuovo riaccese.
Il nuovo ruolo dell'ascoltatore
I nuovi palinsesti vertevano soprattutto sull’intrattenimento e sulla rotazione musicale di vario genere e stile, oltre che su alcuni generi trascurati dalla radio di Stato; i nuovi palinsesti costituivano in sostanza l’antitesi dei rigidi modelli proposti all’epoca da Radio RAI, anche se uno dei motivi risiede nel fatto che è difficile e costoso riempire il palinsesto solo con trasmissioni autoprodotte, con inchieste o altri format tipici della radio pubblica.
Tuttavia ciò che risultò veramente rivoluzionario di queste nuove emittenti, più che la programmazione, fu un aspetto originale ed esclusivo, che il servizio pubblico non poteva permettersi, o poteva permettersi solo in parte, ovvero quello di aver creato una comunicazione bidirezionale, attraverso la sinergia con il telefono. Quest’ultimo aspetto caratterizzerà la radio del futuro; finalmente la radio riesce ad entrare in contatto col suo pubblico e riceverne un feedback attraverso il canale telefonico prima, fax poi, fino all’arrivo di internet.
La nuova radio ha dato finalmente all’ascoltatore quel senso di appartenenza tanto atteso. Il servizio radiofonico infatti, fino ad allora, appariva come racchiuso in un compartimento stagno, i cui confini apparivano invalicabili all’ascoltatore. Quella “scatola sonora” così asettica, serviva unicamente per fornire un servizio, ma non ammetteva ingerenze esterne. Le radio libere, invece, iniziano a coinvolgere in modo diretto il pubblico, dandogli la possibilità di intervenire e quindi interagire col mezzo; questo cambierà per sempre lo status dell’ascoltatore, che da allora diventerà parte attiva dei programmi.
Esemplari per le radio a seguire furono le trasmissioni di Radio Monte Carlo, che ebbero ufficialmente inizio in territorio italiano nel 1966 (RMC irradiava il segnale in Italia dal Principato di Monaco anche prima della sentenza del 1976) e si distinsero da quelle delle reti di Stato proprio per la loro bidirezionalità. RMC fu tra le prime a coinvolgere attivamente i suoi ascoltatori e la si può considerare la prima incontrastabile potenza dell’etere radiofonico che insegnò e ispirò le successive radio libere, la cui evoluzione nel corso del tempo le portò a divenire le radio che oggigiorno ascoltiamo.
RMC forte dell’esperienza e di una concorrenza quasi assente, visse un periodo di massimo splendore e tenne a battesimo le voci che hanno fatto la storia della radio moderna come Herbert Pagani, Robertino, Ettore Andenna, Daniele Piombi, Vittorio Salvetti, Luisella Berrino, il famigerato Awanagana (Antonio Costantini) e Federico Van Stegeren conosciuto al grande pubblico con lo pseudonimo di “l’Olandese Volante“; approdato a RMC nel 1972, ricco dell’esperienza acquisita a Radio Veronica da cui trasmise le prime “Hit Parade” e oggi voce di spicco di RTL. Di questo Dj non si può tacere la straordinaria capacità che ha avuto nel portare in Italia un modello radiofonico assolutamente nuovo, di stile anglosassone. La sua caratteristica è legata alla visione della radio come un momento di totale evasione dal grigiore quotidiano, di svago, divertimento e…trasgressione. Grazie ai suoi programmi venne posta fine alle fisime e ai pregiudizi legati alla musica rock (il Festival di Woodstock del 1969 ne segnò i confini) e su queste basi si fonda l’anima della radiofonia contemporanea.
La liberalizzazione dell’etere nazionale e la massiccia ondata delle radio e delle TV private cambiò l’assetto del panorama delle comunicazioni di massa, tanto che anche per la ridente emittente monegasca arrivò un momento di crisi che la portò vicino alla chiusura, evitata grazie all’intervento del titolare di Rete 105, Alberto Hazan, il quale nel 1987, con un accordo che prevedeva lo sfruttamento del marchio RMC ne garantì un efficace ripetizione del segnale in territorio italiano in FM (non più in onde medie). Nel giro di due anni l’emittente rifiorì, il feedback con gli ascoltatori fu nuovamente ripristinato e RMC tornò ad essere una delle radio più ascoltate.
Una delle prime emittenti che emerse dal variegato panorama delle radio libere fu Radio Milano International (poi Radio 101) che iniziò le trasmissioni il 10 Marzo 1975, data che per convenzione viene riconosciuta come punto di partenza di un fenomeno che ha rivoluzionato il panorama radiofonico nazionale.
Nel 1976 arrivà Radio Radicale; nel 1977 fiorirono le radio di “movimento” quali Radio Alice a Bologna, Radio Città Futura a Roma e Radio Popolare a Milano – l’unica che avrà uno sviluppo diverso legato alle realtà giovanili e universitarie. Nel 1978 inizia a trasmettere Radio Dimensione Suono, mentre su Radiouno nasce “Radio Anch’io“. L’universo radiofonico varcò la soglia degli anni ’80 suddiviso in 3 principali macrogeneri:

  1. Commerciale (il più nutrito, con un peso di circa 80% sul totale);
  2. Politico;
  3. Culturale.
Le radio commerciali diventano network
Se nell’estate del 1975 in Italia si contavano circa 150 emittenti, l’anno successivo la cifra era quadruplicata e nel 1980 raggiunse quota 2.500, toccando nel 1984 un picco di 4.200 stazioni in modulazione di frequenza. Questo fu un caso unico in Europa: una sorta di immenso laboratorio in cui venivano sperimentate modalità inedite di comunicazione che ebbero sorti alterne. I prototipi di riferimento furono le emittenti che avevano importato il format della radio commerciale americana.
Effetto collaterale di quell’allegra anarchia fu ciò che gli addetti ai lavori definiscono “eutrofizzazione dell’etere“, ovvero il sovraffollamento caotico delle frequenze.
Furono gli anni ’80 a salutare la ‘selezione naturale della specie’, che ridimensionò il fenomeno da un lato e dall’altro ne riorganizzò la fisionomia in chiave imprenditoriale: nacque la radio commerciale.
La radio privata, così come tutte le imprese di successo, a distanza di tempo e con la crescente concorrenza, smise i panni dell’irresolutezza, cercò di abbandonare il carattere amatoriale per iniziare a specializzarsi affinando le tecniche di trasmissione, studiando le strategie di azione e puntando a un obiettivo ben preciso, ovvero quello di raccogliere il pieno consenso del suo pubblico, che col mezzo ormai ha stretto un legame di indissolubile fedeltà.
Fu così che le radio commerciali iniziarono ad adottare un formato che potesse contraddistinguerle, scelsero un target preciso di ascoltatori e si garantirono la sopravvivenza grazie alla pubblicità, che servirà ad aumentare la domanda dei beni e dei servizi, incrementando la produzione.
Poiché la legge consentiva alle radio private la sola trasmissione a livello locale, le emittenti adottarono il sistema già usato dai network americani: si affiliarono, ripetendo il segnale della capofila, in questo modo riuscivano a raggiungere un livello di trasmissione nazionale, divenendo appunto “network“.
Prima radio a configurarsi come network fu, proprio nel 1980, Rete 105, da una cui costola, due anni dopo, nacque Radio DeeJay; sempre nel 1982 si inaugurò Radio Italia Network (attuale Play Radio) e Radio Italia Solo Musica Italiana, seguite nel 1987 da RTL102.5, prima emittente ad avere una frequenza unica su scala nazionale e nel 1988 101Network (che diventerà Radio One-O-One nel 1999), filiazione della vecchia Radio Milano International.
Legge Mammì e la radio diventa impresa
Dopo l’inteso sviluppo dei network e la specializzazione sempre maggiore del settore, la radio da esclusivo mezzo di informazione e intrattenimento, si trasforma in una vera e propria impresa basata sulla pubblicità di cui diventa contenitore.
L’esigenza di regolamentazione porterà nel 1990 all’emanazione della legge n°223, nota come Legge Mammì che ribadì l’importanza di norme fondamentali come il pluralismo, l’obiettività, la completezza, l’imparzialità dell’informazione nel rispetto della libertà, ma impose anche regole legate alla potenzialità economica, alla presenza sul mercato, alla dignità di impresa ecc: tutti aspetti che segnarono la via che avrebbero percorso i mezzi di comunicazione di massa, non più limitati alla trasmissione di informazioni e programmi di svago, bensì trasformati in vere e proprie industrie culturali immerse in un’economia che si avviava verso la transizione dalla mercificazione di beni e servizi alla mercificazione di esperienze culturali. Fu così che le grosse holding finanziarie iniziarono la colonizzazione delle frequenze…

Crediti
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