⋯  ⋯

Il suicidio è impossibile da pensare come tale. Esso realizza apparentemente lo scandalo metafisico di un essere che, invece di perseverare in se stesso, rinuncia a sé. Della morte è sbagliato dire che è un incidente, poiché essa significa solo che un corpo, parte dipendente nell’universo, non contiene la propria ragion d’essere. Ogni morte sarebbe, dunque, naturale. E se si parla di incidente è per intendere un errore della volontà o una mancata anticipazione nel soggetto dell’azione o negli altri. Se muoio per la scalciata di un cavallo sarà stato per imprudenza. Piace pensare all’incidente, immaginarlo evitato da un’altra disposizione delle cose. Accettando come regola del gioco il rischio contenuto in ogni impresa, persino quello di scendere una scala o di piantare un chiodo, ci si compiace di esercitare la propria saggezza e il proprio potere di calcolare. È, così, attraverso il sentimento della nostra potenza che lasciamo entrare nei nostri pensieri la morte, che è la nostra suprema impotenza. Ma che dire del suicidio, dal momento che questa grande rinuncia del sé a sé, questo sforzo della volontà di annientarsi, è inconcepibile? Visto che si trova soluzione a questioni per cui si cercano i motivi, è fin troppo chiaro che il suicidio è senza ragione per chi lo pensa retrospettivamente.

⋯  ⋯Ci si crede pensanti e chiaroveggenti; per il solo fatto di essere, si avverte l’eminenza dell’essere relativamente a tutti gli altri fini che esso condiziona. La cosa più semplice sarà, a questo punto, attribuire il suicidio ad una qualche alienazione momentanea. È un altro che il morto ad averlo ucciso poiché egli non era più se stesso. E ammettendo la divisione all’interno di un uomo che si considerava fino a quel momento un uomo, ci si sente nello stesso tempo corretti verso la logica e pietosi verso l’umanità. Eppure, anche se ogni singolo suicidio cela enigmi, sta di fatto che il suicidio, preso come fatto umano, risponde a leggi e si presenta come istituzione. Tale regolarità dell’anormale è una scoperta del XIX secolo. Uno dei risultati del censimento statistico, via via più raffinato e variegato nei propri procedimenti, è stato trovare nell’universo degli uomini alcuni di quei rapporti numerici la cui scoperta nell’universo delle cose aveva incantato Pitagora dando, poi, le ali alla scienza. Maurice Halbwachs ha pubblicato di recente un lungo ed importante lavoro su “Le cause del suicidio” dove si ricorre alle risorse della statistica meglio attrezzata. Nel nome della sociologia, Halbwachs discute a fondo quell’idea che è, insieme, del senso comune e della psichiatria secondo cui il suicidio sarebbe un fatto patologico. È noto che gli psichiatri attribuiscono la determinazione di un gran numero di suicidi all’angoscia, alla depressione nervosa. Qui la sociologia va più lontano della psichiatria.Tutti i suicidi, anche quelli che sembrano dovuti alla più solida risoluzione, sono atti legati all’indissolubile perturbazione dell’organismo e del pensiero. Non c’è, dunque, ragione di distinguere fra il suicidio che ha per antecedente un dolore fisico e quello il cui antecedente è un dolore morale, allo stesso modo che fra quello il cui antecedente è il dolore in generale e quello il cui antecedente è l’alienazione. Tutti rimandano ad un difetto di adattamento dell’individuo alla società. Si tratti di disonore, declassamento, sentimento della singolarità per isolamento o abbandono, la causa del suicidio è sempre un verdetto sociale di cui l’individuo si fa interprete. Ora, i folli non sono forse egoisti di pensiero? Non sono folli proprio per il fatto di non credere che a se stessi, di non dubitare della propria prospettiva, di non andare al di là della propria individualità organica e soprattutto sociale? Il problema nervoso è, insomma, solo l’occasione che separa il malato dalla comunità, per suscettibilità, diffidenza o paura. E a rendere conto del suicidio è in realtà il sentimento del vuoto sociale. Ecco l’orrore del vuoto, principio di spiegazione bandito dal mondo delle cose, riabilitato nel mondo degli uomini. Ci si uccide molto nelle opere di Shakespeare e in tutto il teatro romantico, dice Halbwachs all’inizio del libro. Chi saprà vedere nel romanticismo nascente uno sforzo eroico e pericoloso di misurare le potenze dell’individuo comprenderà come la sociologia possa servire a spiegare Werther. Nella presentazione che ha scritto per questo libro, Mauss sembra leggermente inquieto al pensiero che il lavoro di Halbwachs possa danneggiare il celebre studio di Durkheim sul suicidio e si raccomanda di voler ben considerare l’uno come il prolungamento necessario dell’altro.

⋯  ⋯Mi diverte constatare come la sociologia non renda sempre immuni dal feticismo e come essa lasci sussistere in alcuni dei suoi seguaci la superstizione del tabù. Ricordo qui brevemente che Durkheim spiegava il suicidio in funzione di un indebolimento delle credenze collettive consustanziali ad ogni società. Ci si uccide meno fra le persone sposate che fra i celibi, meno fra i cattolici che fra i protestanti, perché la famiglia, la religione, così come il mestiere, sono tutti gruppi la cui coesione rinforza in ogni individuo le ragioni per vivere, offrendogli un indispensabile ambiente umano più di quanto non neghi la sua espansione e non ne limiti le capacità. Umanamente parlando, nel sistema di Durkheim la vita dipende assai più da finzioni che da radici. L’analisi di Halbwachs conferma in un senso il pensiero di Durkheim: ci si uccide meno, dice, nei periodi di crisi politica, per esempio in Francia durante l’affaire Dreyfus, e lo stesso vale per i periodi di guerra. La circostanza si può facilmente spiegare con il fatto che, durante questi periodi di agitazione, l’interesse che gli individui portano per la società in cui vivono aumenta si accentua. L’uomo che si è dato la morte sulla tomba di Madame de Bonnemain, a Ixelles, dando, senza volerlo, di recente, ad uno speculatore della Porta Saint Martin l’occasione di uccidersi per protestare contro uno degli autori dell’opera teatrale dove rivive il famoso cavallo nero, resterà per i sociologi come uno di coloro a cui si deve fra il 1889 e il 1899, una diminuzione del tasso dei suicidi. Ci si è tolti poco la vita in Francia ai tempi dimenticati del boulangismo. Ma il grande merito di Halbwachs è di andare al di là di quelli che possiamo ben chiamare i luoghi comuni dei corsi di sociologia: ideale sociale, rappresentazioni collettive, ecc., ecc. Ecco come: «I sentimenti familiari e le pratiche religiose, la cui importanza siamo ben lungi dal misconoscere o sottovalutare, partecipano di un insieme di costumi e di tutto un tipo di organizzazione sociale da cui, in parte, essi traggono la propria forza e da cui è impossibile separarli. Questo è ciò che noi chiamiamo un genere di vita, e se ci distinguiamo da Durkheim è solo per il fatto di ricollocare la famiglia ed il gruppo confessionale all’interno di ambienti sociali più comprensivi di cui essi non sono che uno degli aspetti». La distinzione è profonda. Si tratta niente meno che ricollocare la società nella natura. È Vidal de la Blache che, credo nel 1910, introdusse in geografia umana la nozione di genere di vita. Vita urbana, vita rurale ne sono gli esempi meglio definiti. La prima opera di Halbwachs “La classe operaia e i livelli di vita” era un tentativo, con alcuni passaggi che sembrano davvero risolutori, di ricondurre il comportamento e lo spirito proletari a un genere di lavoro e a un genere di vita. Il fatto di ricondurre le cause del suicidio alla costituzione geografica delle società, di ricollocare la famiglia e la religione nel loro ambiente urbano o rurale (il capitolo VII ha per titolo: la ripartizione dei suicidi nelle città e in campagna), così come i numerosi riferimenti ai lavori geografici di Vidal de la Blache e di Demangeon, orientano la sociologia, per come la intende Halbwachs, in un senso che non esito a chiamare marxista, anche se l’autore non dovesse convenirne. Forse è solo un caso che Halbwachs sia, a Strasburgo, collega di Febvre, l’autore di “La terra e l’evoluzione umana“, uno di coloro che hanno meglio difeso la spiegazione antropologica come la concepisce la geografia umana contro la scuola sociologica di Durkheim. Senza dubbio non è un caso se il gruppo di Strasburgo si impegna nel trovare alla società degli uomini radici cosmiche che siano per lo spirito un principio di spiegazione meno arbitrario che delle finzioni.

⋯  ⋯So bene che Durkheim non misconosceva la morfologia sociale, che faceva appello volentieri alla densità della popolazione. Ma una cosa è la demografia, altra cosa è la geografia e non è detto che la prima, lungi dall’essere un principio ultimo di spiegazione, non sia relativa alla seconda, detto altrimenti che la densità della popolazione non sia legata in qualche modo alla sua agglomerazione, vale a dire, in definitiva, a dei tipi di vita. Riguardo alla famiglia Halbwachs arriva alla conclusione seguente: «Se si vuole cogliere in tutta la sua ricchezza la vita affettiva e morale del gruppo domestico, le sue funzioni, le sue abitudini, e seguire la sua evoluzione, si è davvero obbligati a ricollocarla nella società urbana o rurale che la avviluppa. Ma, in questo insieme di costumi, non è più possibile distinguere ciò che è specificamente familiare dal resto». E riguardo alla religione: «È così che gli ambienti cattolici si confondono spesso con gli ambienti contadini. Inversamente, è soprattutto nelle città che il protestantesimo si è stabilito». «Dal momento che le influenze religiose variano (…) bisogna fare attenzione a non attribuire alla religione quel che risulta dall’ambiente».

Il principio di spiegazione per generi di vita vale – e non è uno dei passaggi meno interessanti del libro – per lo studio delle modalità di suicidio, studio al quale Durkheim non si era interessato. Gli inglesi manifestano sempre più ripugnanza ad impiccarsi. D’altro canto i coltivatori e i lavoratori delle campagne si impiccano di più dei metalmeccanici, dei mercanti, degli impiegati d’ufficio. Ora, l’Inghilterra si è sempre più urbanizzata e industrializzata.

«È dunque naturale ammettere che se la proporzione dei suicidati che si impiccano è diminuita in Inghilterra, ciò si spiega per le sue condizioni, e non per il fatto che, lì, verrebbe rilevato con maggior esattezza il numero dei disperati che si annegano».

Volendo giustificare con l’analisi filosofica i risultati ai quali l’analisi induttiva l’ha condotto riguardo alle cause del suicidio, Halbwachs cerca una definizione del suicidio abbastanza comprensiva da potersi estendere alla varietà di tutti i casi, abbastanza precisa da non consentire alcuna ambiguità. Egli non raggiunge i propri scopi se non opponendo il suicidio al sacrificio: l’uno e l’altro sono atti il cui esito era conosciuto in anticipo dal soggetto. Ma uno è socialmente condannato, l’altro socialmente approvato. Colui che si sacrifica per una società ha messo il proprio ideale nella società da cui si esclude, da qui viene l’approvazione collettiva. Questa opposizione del suicidio e del sacrificio è, ai miei occhi, di particolare importanza. Non si potrebbe dire che colui che disgusta la società e che si dà la morte si sacrifica alle proprie idee? Egli rimette la società di fatto al giudizio di una società di diritto. Perché distinguere il suicidio dal sacrificio? Il fatto è che la società accetta difficilmente che la si istruisca e non sopporta in nessun caso che non la si voglia sopportare. Colui che si dà la morte testimonia, con questo, di non dipendere che da se stesso. Egli ha messo la propria dignità al di sopra del proprio onore. Rifiuta di lasciarsi definire in relazione ad altri. Si sa che, giuridicamente così come secondo l’opinione comune, la società ha una certa indulgenza verso chi si uccide per non sopravvivere all’onore. In questo suo accordo con il codice dell’onore la società riconosce le proprie regole di condanna. Ma le prescrizioni dell’onore, e questo è ciò che spiega quanto sia difficile ritrovare le vere ragioni di un suicidio, non sono né sistematiche né invariabilmente definite. Su questo Halbwachs conduce la propria analisi a risultati la cui importanza inattesa non deve passare inosservata. Le sue conclusioni, per chi sarà disposto a convenirne, riducono le pretese di quel dogmatismo sociologico che Durkheim ha introdotto senza sfumature sul mercato filosofico. Solo coloro che non si sono ancora stancati dell’appello fatto ad ogni proposito e sproposito all’entità SOCIETÀ non reagiranno ai brani seguenti: « (…) la società non solo si scompone in un certo numero di gruppi, in ognuno di essi si trovano, fra l’altro, giustapposti punti di vista e modi di pensare differenti e persino opposti. Ora, a seconda che si trovi egli stesso in questa o quella disposizione, in questo concerto di opinioni un uomo non sentirà che ciò che è in grado di comprendere». E ancora: «la società è come una sibilla le cui risposte possono interpretarsi in più di un senso, e che proferisce, fra l’altro, più risposte allo stesso tempo». Forse si arriva, infine, ad ammettere che la società, come ogni altra realtà, ha esattamente il valore che gli conferisce uno spirito. I deboli di spirito si uccidono perché trovano nel marasma sociale qualche ragione che li condanna senza che essi abbiano la forza di sottomettere alla critica luoghi comuni che risalgono ad epoche diverse e la cui formula non corrisponde più a nulla di ciò che l’uomo del loro tempo deve e può attendere da sé e dagli altri. Gli spiriti generosi si uccidono qualche volta per restare inaccessibili a questa marea di opinioni senza giudizio che viene chiamata la voce del popolo. Vox populi, vox Dei? Si tratta innanzitutto di sapere: quale Dio si riconoscerà come tale? Quello di Santa Teresa di Lisieux, di un pastore mormone, del Mahatma Gandhi, di Spinoza, del giornale La Croix?

⋯  ⋯Se muoio per un’idea sembro rinunciare a me, metto l’idea al di sopra dell’essere. Ma l’idea a cui ho dato forma è la mia ragion d’essere poiché ho messo in essa quel che vi è di più importante in me. Il fatto è che gli uomini ammettono con difficoltà che ogni libertà sia padrona in casa propria. Non ammettono l’esilio se non come ostracismo, la morte se non come castigo. Tuttavia è persino troppo chiaro che colui che si uccide testimonia della propria disperazione, come dice Renouvier, di vedere la società manifestamente inferiore alle sue aspirazioni, di vedere gli uomini non all’altezza della loro ragione di vivere che è semplicemente la loro ragione. Suicidarsi è, allora, un modo di sacrificarsi all’uomo se non agli uomini. Il suicidio avrebbe così a che fare con quel principio metafisico per cui ogni negazione presuppone un’affermazione. Forse è possibile confermare metafisicamente la tesi di Halbwachs sulla relazione diretta tra il suicidio ed il tipo di vita urbana, vale a dire industriale e commerciale. Propongo di definire lo spirito contadino come quello nel quale la cosa ha la meglio sull’uomo. Il contadino dimentica l’uomo a vantaggio della terra e dei suoi prodotti. In questo oblio, che è una sorta di generosità permanente, si troverà il segreto di tutto quel che appare, ad osservazioni affrettate, come durezza, asperità, rigore. La Francia del dopo-guerra che reclama le proprie riparazioni e quel che gli è dovuto è la Francia dei contadini. Non per niente sono dei socialisti ad aver elaborato, a partire dal 1919, l’idea che le riparazioni potessero essere ricompensate dall’umanità. Il socialismo proletario è essenzialmente una rivendicazione contro la proprietà. E nel contadino il sentimento della proprietà è il sentimento confuso che l’esistenza umana valga nella misura in cui è legata ad un’opera durevole. La proprietà è il sostegno che le cose danno alla fragilità umana. E il lavoro agricolo è, fra l’altro, quello che più di tutti è piegato alla tradizione, che dà meno al lavoratore l’impressione di una creazione, cioè di un’invenzione simultanea dei mezzi e dei fini. I mezzi del contadino gli sono estranei. Le stagioni obbediscono a un ritmo inaccessibile. La meteorologia è incapace di formulare leggi, leve necessarie per un’azione cosciente della propria portata. L’operaio della fabbrica partecipa, al contrario, a un’immensa sommatoria che l’umanità fa alle cose. Il piano quinquennale dei Soviets è un tentativo sovraumano per dimostrare che l’uomo può quel che vuole. Ma anche la tecnica più avvertita fa del lavoro operaio un’impresa i cui risultati sono passeggeri e relativi.

⋯  ⋯Nel contadino c’è, dunque, allo stesso tempo meno speranza di grazia, alla vista diretta di quel che l’uomo deve subire, e più giustezza nell’apprezzare le possibilità umane, sempre valutate conformemente ad una tradizione media. Se ricordo bene Péguy diceva più o meno questo: «sbaglia di grosso chi va a cercare la religione in campagna». ⋯  ⋯Se segni umani come l’opinione, l’entusiasmo hanno poco spazio nel genere di vita rurale, se, viceversa, è la testimonianza permanente delle cose ad avere la meglio sul verdetto sociale, non è sorprendente che la vita si trovi qui più sostenuta perché più assorbita, più regolata perché riceve le sue parole d’ordine da un ordine cosmico, più costante nella sua sensibilità, più tenace perché meno amata di per sé. Al contrario, più l’uomo si aspetta dall’uomo più ha ragione di distaccarsene. La vita non vale più la pena di essere vissuta per chi si riprometteva molto e riceve poco. Se la vita è quel che vi si apporta, uccidersi è conservarsela intatta. Se la vita è innanzitutto quel che le cose ne fanno, sono le cose, nel loro perdurare, a conservarla. Dietro ai generi di vita non è forse possibile cercare le condizioni che essi fanno al destino dell’uomo, vale a dire al dramma della sua libertà?

Non chiedo scusa per aver cercato un sentiero verso la metafisica al di là della sociologia. Non dubito che il metodo positivo sia più modesto e più sicuro. Ma porta mai a qualcos’altro che astrazioni?

Crediti
 • Georges Canguilhem •
 • Les causes du suicide •
  • Recensione all'opera del sociologo Maurice Halbwachs •
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