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Come uscire dal buco nero? Come forare il muro? Come disfare il viso? […] Da Thomas Hardy a Lawrence, da Melville a Miller, risuona lo stesso problema: attraversare, uscire, forare, tracciare la linea e non il punto. Trovare la linea di separazione, seguirla o crearla, fino al tradimento. […] Il problema è uscirne, non nell’arte, cioè in spirito, ma nella vita, nella vita reale. Non toglietemi la forza di amare. Anche i romanzieri anglo-americani conoscono la difficoltà di forare il muro del significante. […] Oltrepassare il muro, i cinesi forse, a che prezzo? Al prezzo di un divenire-animale, di un divenire-fiore o roccia e, più ancora, di uno strano divenire-impercettibile, di un divenire-duro che è tutt’uno con amare. È una questione di velocità, perfino quando si resta immobili. Vuol dire anche questo, disfare il viso o, come diceva Miller, non guardare più gli occhi e negli occhi, ma traversarli nuotando, chiudere i propri occhi e fare del corpo un raggio di luce che si muove a una velocità sempre più grande? Certo, sono necessarie tutte le risorse dell’arte e dell’arte più alta. È necessaria una linea di scrittura, una linea di pittoricità, una linea di musicalità… Perché si diviene animale attraverso la scrittura, impercettibile attraverso il colore e, attraverso la musica, duro e senza ricordi, animale e impercettibile a un tempo: innamorato. Ma l’arte non è mai un fine, è soltanto uno strumento per tracciare le linee di vita, ossia tutti quei divenire reali che non si producono semplicemente nell’arte, tutte quelle fughe attive che non consistono nel fuggire nell’arte o nel rifugiarvisi, quelle deterritorializzazioni positive che non si riterritorializzano sull’arte, ma la trascinano invece con sé, verso le contrade dell’asignificante, dell’asoggettivo e del senza-viso.

Crediti
 • Gilles Deleuze •
 • Mille piani •
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