Le deleterie strategie narrative dei media
È innegabile: la stagione dell’ultima tipologia culturale esplicitamente europea, quella che col senno di poi si potrebbe definire neomarxista (ma solo a patto di riallineare, con Marx, per lo meno Freud, Nietzsche e Saussure), attraversata dall’analisi dei fatti culturali sviluppata nel suo complesso dalla scuola di Francoforte, e dalla decostruzione dei conglomerati di senso comune operata dalla grande stagione critica francese (Lacan, Foucault, Deleuze, Derrida…), non si è mai riconosciuta nella letteratura, o se lo ha fatto, è stato solo per convocare gli autori che ne avevano prima del conflitto fatto un uso problematico e del tutto strumentale (i soliti, almeno in quella stagione, Joyce, Proust, Kafka, Musil). Per quanto possa apparire oggi addirittura impensabile, a consultare i dati del mercato editoriale dell’epoca, ci si accorge per esempio che in tutto il continente, se i classici della letteratura, grazie alla nascita delle collane economiche, rimanevano comunque i libri di maggiore diffusione (più degli stessi generi al tempo definiti paraletterari), nel settore delle novità la saggistica vendeva mediamente di più della narrativa (fatta eccezione per i comunque rari casi letterari o di costume), che ben difficilmente tra l’altro svolgeva un ruolo prominente in sede di dibattito culturale. E non a caso gli unici scrittori seguiti con particolare attenzione in quegli anni risultano coloro che avevano tracciato un’inequivocabile parabola di fuoriuscita dal contesto meramente letterario, nel nome di un ripensamento complessivo delle strategie narrative degli audiovisivi: Pier Paolo Pasolini in Italia, e Samuel Beckett nel resto d’Europa.

Crediti
 • Gabriele Frasca •
 • La letteratura nel reticolo mediale •
  • Altre info: L'età della carta non tramonta mai •
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