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II linguaggio quotidiano associa spesso la metafora della maschera definendo ad essa l’inganno e l’imbroglio. Nel quotidiano ritornano frasi del tipo “togliti la maschera!”, “quel tipo porta sempre una maschera”, “cosa c’è dietro la sua maschera?“. Il termine sta così a indicare un ruolo assunto dall’individuo, in genere un atteggiamento non autentico; un comportamento assunto in un determinato momento, spesso sotto la pressione delle convenzioni sociali. La maschera diventa uno strumento di difesa, di fuga, di falsità. È presente una connotazione negativa nell’espressione “mettere la maschera“. La frase sottolinea che ciò che appare è falso, mentre dietro la maschera si trova la verità, la realtà, l’essere autentico della persona.  ⋯ Il mondo del teatro, a cui si fa riferimento nella metafora, è considerato dal linguaggio quotidiano quale regno della finzione e dell’inganno. L’uomo di teatro non accetterebbe però questa visione. Solo il cattivo teatro finge, il buon teatro non è ne vero ne falso, ma è creazione, in quel preciso istante teatrale, di una realtà, di un senso. Ma cosa vuoi dire recitare “nel modo giusto?” Vuol dire: pensare, volere, desiderare, agire, esistere, sul palcoscenico, nelle condizioni di vita di un personaggio e all’unisono col personaggio, regolarmente, logicamente, coerentemente e umanamente.  Questo significa “rivivere una parte” (Stanislavskij). Essenzialmente, è la vita, ma lo è in forma più concentrata, più compressa nel tempo e nello spazio (Brook). La scena non è più semplicemente il luogo dell’inganno, ma il luogo della rappresentazione. “Il palcoscenico teatrale usato come metafora non è lo spazio in cui si finge, ma lo spazio in cui è possibile creare un significato alle azioni. L’osservazione del fatto che ognuno di noi rappresenta se stesso dinanzi agli altri non è certo originale, quello che, concludendo, dovrebbe essere sottolineato è che la stessa struttura del Sé può essere vista in termini delle tecniche e degli strumenti adottati per tali rappresentazioni” (Goffman).
Sentiero etimologico
 ⋯ L’etimologia della parola italiana “maschera” è incerto, probabilmente deriva dal latino masca(m) cioè “strega“. Il termine latino che in origine stava a indicare la maschera teatrale è invece perso-na(m). Per-sona: suona attraverso. Lo strumento attraverso cui risuonava la voce dell’attore. Tale termine assunse successivamente il significato di personaggio e poi d’individuo. Alla radice della parola “persona” che nel senso comune del linguaggio italiano potrebbe essere opposta alla parola maschera. “Sii una persona vera, non mettere maschere!” – sta il significato di maschera in quanto relazione. Continuando il sentiero etimologico, cerchiamo di sapere qualcosa di più su “persona“. La parola “persona”, condivide l’origine con altre parole italiane: “personaggio“, “personale“, “impersonare“, “impersonale“. L’opposizione fondamentale è fra “persona” e “cosa“. Opposizione presente anche nel linguaggio giuridico. Il termine “persona” qui sta a indicare un detentore, un soggetto di diritti e di doveri. Si parla di persone giu-ridiche per indicare società o enti. Approfondendo il sentiero etimologico di “persona“, scopriamo che le ricerche linguistiche convengono sulla sua derivazione dalla parola etrusca Pftersu, che indica una natura situata fra la terra e il mondo sotterraneo.
La Maschera e lo Sguardo dell'Altro
L’uomo non ha creato maschere per nascondersi, ma al contrario per poter apparire. Il concetto sta nel mettere in relazione il mondo degli umani con il mondo dei non umani: divinità, morti, animali. La maschera permette di avvicinarci a realtà ultrasensibili, che altrimenti non potrebbero apparire, essa non cela, ma al contrario rivela. Suonare-attraverso indica anche lo spirito, del personaggio, del Dio, dell’animale, che attraverso la maschera può manifestarsi. Nel passaggio dal mondo del teatro al linguaggio quotidiano la metafora sottolinea il significato di essere in relazione. L’essere in relazione può avere sensi diversi e significare:  con una sostanza;  con sé stessi (auto-relazione);  con il mondo. Il primo senso sta ad indicare una relazione con una divinità, con un mondo ultraterreno Il secondo senso è “cogito ergo sum” (Cartesio). Si identifica con la coscienza che l’uomo ha di se stesso. Il terzo senso si oppone al secondo dove la persona umana è costituita e condizionata essenzialmente dai rapporti di produzione e di lavoro, dai rapporti con la natura e con gli altri uomini, in cui l’uomo entra per soddisfare i propri bisogni. La persona non è ridotta alla coscienza o all’Io. Continuando il senso etimologico troviamo la parola “perso” che forse ha la stessa radice di persona; e quindi “perdere”, “perdersi”. È la particella per il punto forte del termine che esprime l’aspetto di relazione in diverse declinazioni: “essere oltre, attraverso, al posto di“. La maschera è lo strumento attraverso cui è possibile apparire. La formazione della maschera nell’auto-osservazione. L’auto-osservazione è un tema cardine per le riflessioni formative. Il nemico e l’amico sono indispensabili per la nostra identificazione. Anche Narciso osserva nello stagno la propria immagine, cioè una rappresentazione riflessa.  ⋯ Ciò che sta di fronte nell’auto-osservazione è lo sguardo dell’Altro; il soggetto crea il suo tramite. Il mio “Gegenstand” è lo sguardo dell’altro su di me. La maschera, strumento presente in tutte le civiltà, mette come fenomeno in luce questa realtà esistenziale. Quando indosso la maschera muto, qualcosa cambia in me; internamente sono sempre me medesimo: stesso corpo, stessa mente; non posso vedere la maschera che indosso. Ciò che provoca il cambiamento è la mia mutata percezione, la nuova rappresentazione di ciò che ritengo gli altri vedano in me. La maschera fissa una proprietà, la amplifica e la esaspera, quando indosso una maschera assumo come mia questa proprietà, proprietà che non vedo, ma “intravedo” negli altri che mi guardano. La maschera rende possibile l’apparire del personaggio al pubblico, ma anche all’attore che deve interpretare la parte. Lo strumento teatrale rivela una condizione esistenziale umana: c’è bisogno degli altri per apparire a se stessi. Questo fenomeno sviluppato a fondo nel training attoriale ha trovato anche varie applicazioni in esperienze formative e terapeutiche. Anche nella vita quotidiana capita che una proprietà del soggetto si amplifichi o si esasperi. Questa esasperazione avviene sempre attraverso la rappresentazione degli sguardi. Si concretizza così un sentimento di sé, dove i diversi tratti della propria personalità vengono convertiti verso un unico punto, che servirà da chiave di lettura per tutto il resto. Nell’identità privilegerà così un unico elemento e ogni particolare della personalità dovrà confrontarsi con la maschera rappresentata da quel punto privilegiato. La contraddizione di quest’operazione sta però nell’essenza stessa del sentimento di sé. Fin dall’immagine corporea, fin dalla più primitiva struttura psichica autopercettiva, l’identità si rivela come un movimento che non si incontra, che si approssima indefinitamente a un valore dato, creato grazie allo sguardo dell’Altro, senza mai coincidere con esso. Il fatto è che l’identità di qualsiasi tipo, sia essa culturale, corporea o professionale è situata in una istanza di finzione, una forma totalizzante, ma esteriore, più costituente che costituita.

Crediti
 • Claudio Mustacchi •
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