L'età romantica come epoca della disillusione

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A differenza di tutti i popoli della terra, l’uomo occidentale un giorno ha detto Io. L’ha annunciato Platone e l’ha esplicitato Cartesio. La psicologia ha catturato questa parola e ne ha fatto il centro della soggettività, dispiegando una visione del mondo a partire da questo centro. A mettere in crisi tale centralità fu nell’Ottocento la filosofia romantica. Schelling prima di tutti, e dopo di lui in modo esplicito Schopenhauer, per il quale ciascuno di noi è abitato da una doppia soggettività: la soggettività della specie che impiega gli individui per i suoi interessi, che sono poi quelli della propria conservazione, e la soggettività dell’individuo che si illude di disegnare un mondo in base ai suoi progetti, che altro non sono se non illusioni per vivere e non vedere che a cadenzare il ritmo della vita sono le immodificabili esigenze della specie. Questa doppia soggettività viene codificata dalla psicoanalisi con le parole Io e inconscio. Nell’inconscio è custodita la verità dell’esistenza, nell’Io e nella sua progettualità l’illusione concessa all’individuo per vivere. La psicoanalisi, quindi, strutturando il suo edificio sulla dialettica tra le due soggettività, che la filosofia romantica ha evidenziato come tratto tipico dell’antropologia occidentale, è un evento del pensiero romantico. La lezione fu accolta da Nietzsche che considera Schopenhauer suo educatore e da Freud che lo considera suo precursore. L’assunto di Schopenhauer è che la vita e la verità non possono coesistere perché, se la verità della vita dell’individuo è nel suo essere strumento della conservazione della specie, l’individuo per vivere deve illudersi, indossando quella maschera che chiama Io, e quindi fuoriuscire dalla verità della sua vita. Questo è l’annuncio di Schopenhauer, che così toglie la maschera alla filosofia dell’Occidente e apre l’epoca della disillusione. Noi abitiamo quest’epoca, un’epoca postuma, perché viene dopo l’illusione, inaugurata da Platone, di dominare il mondo con la ragione, e quindi di aver ragione del mondo. Anche il trionfo della scienza e della tecnica, che sono le punte avanzate della razionalità, non riescono a rivivificare l’illusione platonica, e Horkheimer, che tale trionfo constata, si imbatte nell’eclisse della ragione, quasi a riprendere e a ribadire il disincanto di Schopenhauer, la fragilità della maschera. Il debito è onestamente riconosciuto: Il mio primo contatto con la filosofia lo devo all’opera di Schopenhauer. Il rapporto con la dottrina di Hegel e Marx, la volontà di comprendere e modificare la realtà sociale non hanno, nonostante il contrasto politico, cancellato l’esperienza che ho tratto dalla sua filosofia. Ma come è venuta al mondo la ragione? Nietzsche, che si pone la domanda, così prosegue: Come è giusto che arrivasse, in un modo irrazionale, attraverso il caso. Si dovrà indovinare questo caso come un enigma. La chiave dell’enigma Nietzsche pensa di averla scoperta in Schopenhauer, a cui dedica la Terza considerazione inattuale che ha per titolo: Schopenhauer come educatore, dove si legge: Adesso mi importa spiegare come noi tutti, per mezzo di Schopenhauer, possiamo educarci contro il nostro tempo. Per Nietzsche, infatti, Schopenhauer appartiene a quei grandi vincitori, i quali, giacché hanno pensato le cose più profonde, si muovono e vivono realmente, e non a quel modo di maschere sinistre nel quale solitamente gli uomini vivono. Qui la metafora non è solo un riconoscimento, ma è un’allusione precisa all’essenza della filosofia di Schopenhauer, ossia alla necessità di rivestire la vita con una maschera, per effetto dell’incompatibilità tra la vita e la verità, che Nietzsche, educato da Schopenhauer, definirà una forma di inganno, le cui figure epocali saranno descritte come la storia del più lungo errore.

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