Egon SchieleNell’era che amo definire della modernità liquida, le solide strutture che un tempo proteggevano l’individuo e davano un senso di prevedibilità al futuro si sono sciolte. Le istituzioni dello Stato sociale, i legami comunitari durevoli, le carriere lavorative stabili: tutto è stato travolto da una deregolamentazione selvaggia che ha trasferito il peso della sopravvivenza dalle spalle della collettività a quelle fragili del singolo cittadino. Questa privatizzazione dei compiti esistenziali non ha portato, come prometteva la retorica neoliberista, a una maggiore libertà, ma a una maggiore vulnerabilità. L’uomo contemporaneo si sente come un capitano di una nave senza timone, in balia di correnti globali che non può né vedere né controllare. L’ansia diventa così il sentimento dominante, il rumore di fondo ineliminabile della nostra vita quotidiana. Non si tratta più della paura specifica di un nemico visibile, come accadeva durante le guerre mondiali o la Guerra Fredda; si tratta di una paura derivata, diffusa, onnipresente. È una paura che non ha un nome preciso, ma che si attacca a qualsiasi oggetto o situazione: dal cibo che mangiamo all’aria che respiriamo, dal vicino di casa che ci sembra sospetto allo straniero che preme ai nostri confini. Questa paura liquida si insinua in ogni fessura della nostra esistenza, trasformando il mondo in un campo minato dove ogni passo può rivelarsi fatale.

Le occasioni di aver paura sono una delle poche cose che non scarseggiano in questi nostri tempi tristemente poveri di certezze, garanzie e sicurezze. Le paure sono tante e varie. Ognuno ha le sue, che lo ossessionano, diverse a seconda della collocazione sociale, del genere, dell’età e della parte del pianeta in cui è nato e ha scelto di (o è stato costretto a) vivere. Il guaio è che tali paure non sono tutte uguali fra loro. Dato che arrivano una alla volta, in successione ininterrotta ma casuale, esse sfidano i nostri (eventuali) sforzi di collegarle tra loro e ricondurle alle loro radici comuni. Ci spaventano di più perché risultano difficili da abbracciare nella loro totalità, ma ancor di più per il senso di impotenza che suscitano in noi. Non riuscendo a comprenderne le origini e la logica (ammesso che ci sia), ci troviamo al buio e incapaci di prendere provvedimenti – e, a maggior ragione, di prevenire o contrastare i pericoli che esse ci segnalano. Siamo semplicemente privi di strumenti e capacità a tal fine. I rischi che temiamo trascendono la nostra capacità di agire; finora non siamo nemmeno riusciti a definire chiaramente come dovrebbero essere gli strumenti e le capacità adeguate – e dunque siamo ben lontani dal poter iniziare a progettarli e realizzarli. Ci troviamo in una situazione non molto diversa da quella di un bambino disorientato; per riprendere l’allegoria utilizzata tre secoli fa da George Christoph Lichtenberg, se un bambino urta contro un tavolo, dà la colpa a quest’ultimo, mentre per casi simili noi abbiamo coniato la parola destino contro cui lanciare accuse.

In assenza di agenzie politiche capaci di domare i veri demoni della globalizzazione — le fluttuazioni dei mercati finanziari, la distruzione dell’ecosistema, lo smantellamento del welfare — la classe politica si specializza nella gestione delle paure sostitutive. Poiché i governi nazionali sono impotenti di fronte ai poteri extraterritoriali del capitale, essi cercano disperatamente di rilegittimarsi offrendo sicurezza su un piano locale e visibile. Da qui nasce l’ossessione contemporanea per la sicurezza personale: telecamere a circuito chiuso, quartieri recintati (le cosiddette gated communities), tolleranza zero per la microcriminalità e una crociata permanente contro i migranti, elevati al rango di perfetti capri espiatori. Il migrante è la personificazione delle forze incontrollabili del mondo globale che bussano alla nostra porta; respingendolo, ci illudiamo di respingere l’incertezza stessa. Ma questo tentativo di sigillare il nostro spazio privato non risolve l’angoscia di fondo; al contrario, la ingigantisce. Più costruiamo muri, più diventiamo paranoici riguardo a chi potrebbe scavalcarli. La paura viene così commercializzata e trasformata in profitto. L’industria della sicurezza ci vende allarmi, assicurazioni e serrature blindate, promettendoci un rifugio che non può mai essere garantito, perché il vero pericolo non viene dal ladro che scassina la porta, ma dalla precarietà strutturale del nostro posto nel mondo. Fino a quando non saremo in grado di ricreare uno spazio pubblico in cui le questioni di giustizia sociale ed equità economica tornino al centro del dibattito, continueremo a vagare nel buio, urtando contro i tavoli delle nostre paure indotte e maledicendo un destino che, in realtà, è il prodotto di precise scelte umane e politiche che abbiamo smesso di governare.

Glossario
Crediti
 Zygmunt Bauman
 Paura liquida
  Capitolo: Introduzione. Le origini, la dinamica e gli scopi del terrore contemporaneo
  Pubblicazione in Italia: Settembre 2006
 SchieleArt •   • 



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