Il terapeuta di René Magritte è una straordinaria sintesi dell’illusione d’appartenenza che ciascuno, singolo soggetto o persona collettiva, rincorre nella rappresentazione di sé. In bilico tra il devo (inganno) della fisicità (felicità) e l’estraneamento-alienazione nell’oltre (o in-oltre), di cui non percepiamo che una vaga e inquietante eco (specchio), rifugiamo, con la sola e unica guida della necessità di evadere, dal vuoto-prigione dell’hic et nunc, nel sogno-libertà di una condizione identitaria che ci legittimi nel possumus (volontà di potenza) dell’ideazione, ovvero, nel dare corpo ai nostri fantasmi (proiezione), nutriti dall’energia-desiderio dell’es-perire, come di-sperato antidoto (salvezza) alla condizione-necessità (angoscia) della morte (cambiamento).







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