Mentre Lyon la osservava, seduta con grazia composta nel salotto che sembrava fatto apposta per incorniciare la sua bellezza, sentì montare dentro di sé un’irritazione sorda, mista a un desiderio perverso di scuotere quella perfezione apparente, di incrinare la superficie smaltata della sua serenità coniugale. Era venuto lì con l’intento preciso di dipingere il ritratto del colonnello, certo, ma il vero soggetto del suo studio, la vera preda che la sua mente analitica inseguiva, era lei. Voleva capire, voleva penetrare il mistero di come una donna di tale intelligenza e sensibilità potesse tollerare, anzi, sembrare addirittura ignara, della natura profondamente fallace dell’uomo che aveva scelto come compagno. Il colonnello Capadose non era un cattivo soggetto, tutt’altro; era amabile, affascinante, un narratore nato, se solo si fosse potuto credere a una sola parola di ciò che usciva dalla sua bocca. Ma le sue menzogne non erano innocue esagerazioni da salotto; erano costruzioni barocche, gratuite, spesso inutili, che si sgretolavano al minimo esame logico, lasciando chi lo ascoltava in un imbarazzo pietoso. Eppure Everina sorrideva, annuiva, confermava con lo sguardo o con cenni impercettibili le fandonie più assurde del marito, come se fosse complice di una recita concordata o, peggio, come se non si accorgesse di nulla. Lyon non poteva accettarlo. Doveva esserci una crepa in quella corazza, un momento di lucidità in cui lei ammettesse, almeno con se stessa, l’orrore di quella convivenza basata sulla falsità. Provò a sondare il terreno, con la delicatezza di chi maneggia un bisturi ma con l’intento crudele di chi vuole vedere il sangue. Le parlò del colonnello, lodandone l’immaginazione fervida, usando eufemismi che sapevano di ironia, sperando di cogliere un lampo di complicità nei suoi occhi, un segnale che dicesse: Sì, lo so, è incorreggibile, ma lo amo lo stesso, oppure: Sì, è un supplizio, ma non posso farci nulla. Invece, lei lo guardò con quella sua aria limpida e tranquilla, respingendo ogni insinuazione con una naturalezza disarmante.
– Ciò che pensi non m’interessa! – rise Everina, apparendo nel mentre anche più bella di come lui non l’avesse mai vista. Era incredibilmente sfrontata, oppure di una mortificazione del tutto impenetrabile, e per lui c’erano poche possibilità di riuscire a strapparle le parole che in qualche modo era desideroso di sentire dalle sue labbra: una specie di confessione che, dopo tutto, avrebbe fatto meglio a sposare un uomo che non fosse sinonimo di quanto c’è di più spregevole al mondo, del meno eroico dei vizi. Non aveva visto, non aveva sentito, il sorriso, il sorriso spento e freddo della più profonda vergogna, correre su tutti i visi, quando suo marito si macchiava di qualche meschinità particolarmente evidente? Come poteva una donna della sua natura vivere a contatto con quell’uomo giorni e giorni, anni e anni, senza che quella natura si alterasse? Avrebbe creduto al cambiamento solamente quando avesse sentito mentire lei. L’enigma lo affascinava e al tempo stesso ne era impaziente, si faceva ogni genere di domande. In fondo, non mentiva quando lasciava passare senza batter ciglio le bugie di suo marito? La sua vita non era una complicità continua? Il solo fatto che quell’uomo non la disgustasse, non era già una collaborazione e un assenso? Ma forse ne era disgustata e solo la disperazione dell’orgoglio le aveva fatto assumere quella maschera impenetrabile.
Lyon si chiese se l’amore potesse essere così cieco o se, al contrario, fosse così potente da trasformare i difetti dell’amato in virtù, o almeno in caratteristiche neutre, parti integranti di una personalità che si accetta in blocco. Forse per Everina le bugie del colonnello erano come il colore dei suoi occhi o il taglio dei suoi baffi: un dato di fatto, non un problema morale. O forse, pensiero ancora più inquietante, lei stessa traeva un piacere segreto da quelle invenzioni, vivendo attraverso di esse una vita più avventurosa e colorata di quella reale. Ma non poteva essere. Lyon la conosceva, o credeva di conoscerla, dai tempi in cui lei aveva rifiutato la sua proposta di matrimonio anni prima; ricordava la sua integrità, il suo senso del decoro. Come poteva quella stessa donna ora avallare tacitamente la menzogna sistematica? La sua mente di artista, abituata a cercare la verità sotto le apparenze, non trovava pace. Decise allora che il ritratto sarebbe stato la sua vendetta e la sua rivelazione. Avrebbe dipinto il colonnello non come appariva superficialmente, un bel gentiluomo inglese, ma come era nella sua essenza: un bugiardo. Avrebbe catturato sulla tela quella sfumatura sottile, quell’espressione equivoca, quel luccichio ingannevole nello sguardo che tradiva la sua natura. E quando il quadro fosse stato finito, quando la verità fosse stata esposta lì, in piena luce, innegabile e definitiva, allora Everina sarebbe stata costretta a vedere. Non avrebbe più potuto nascondersi dietro la sua maschera di indifferenza o di amore cieco. Il quadro avrebbe parlato al posto di Lyon, avrebbe urlato ciò che lui non poteva dire per educazione. E in quel momento, Lyon sperava di vedere crollare quella fortezza inespugnabile, sperava di vedere finalmente il dolore, la vergogna, la consapevolezza affiorare sul bel volto di lei. Era un pensiero crudele, se ne rendeva conto, ma la curiosità artistica e la gelosia retrospettiva erano ormai fuse in un unico impulso irresistibile. Si sarebbe servito della sua arte come di una lente d’ingrandimento per bruciare la menzogna, e se nel processo avesse bruciato anche la pace di Everina, ebbene, sarebbe stato il prezzo da pagare per la verità. O forse, più onestamente, per la soddisfazione del suo amor proprio ferito.
Menzogna barocca: Tipologia di bugia complessa, gratuita e non necessaria, tipica del colonnello Capadose, costruita non per utilità ma per un impulso estetico e patologico alla narrazione fantastica.
Disperazione dell’orgoglio: Ipotesi psicologica di Lyon secondo cui la calma di Everina non è data dall’ignoranza, ma da una scelta deliberata di mantenere una maschera impenetrabile per non cedere al disgusto o alla vergogna sociale.
Verità sotto le apparenze: Principio guida dell’occhio dell’artista che rifiuta la superficie smaltata della realtà per cercare la crepa morale, convinto che l’opera d’arte debba agire come rivelatrice etica.
La suggestione segue un desiderio ⋯
Nessuno cede alla suggestione a meno che non desideri, nel profondo del suo cuore, conformarsi ad essa.
Carl Gustav Jung La dinamica dell'inconscio
Psicologia analitica, Teoria della suggestione, Saggio psicologico
Il rimorso che nasce dalla perdita ⋯
Così si sentiva umiliata e afflitta e piena di rimorsi, pur non sapendo precisamente neanche lei per cosa. Cominciava a desiderare la stima di lui, ora che non ci poteva più sperare: avrebbe voluto avere sue notizie, ora che non c'era più probabilità di averne. Ebbe la certezza che con lui sarebbe stata felice, ora che non era più probabile che si incontrassero.
Jane Austen Orgoglio e pregiudizio
Letteratura inglese, Romanzo di formazione, Romanzo
Il grido che rompe il silenzio ⋯
L'arte di Schiele è un grido che rompe il silenzio della tradizione.
Roberto Calasso La rovina di Kasch
Critica d'arte, Saggistica, Letteratura contemporanea
Il luogo dove la vita è un sussurro ⋯
Troverai la mia volontà lì. Il posto che volevo. Dove i sogni mi hanno fatto arrabbiare. Il mio paese, alzato sulla pianura. Pieno di alberi e foglie, come un salvadanaio dove teniamo i nostri ricordi. Sentirai che lì uno vorrebbe vivere per l'eternità. L'alba; il mattino; il mezzogiorno e la notte, sempre gli stessi; ma con la differenza dell'aria. Lì, dove l'aria cambia il colore delle cose; dove la vita si ventila come se fosse un mormorio; come se fosse un puro mormorio della vita...
Juan Rulfo Pedro Páramo
Realismo magico, Romanzo, Letteratura messicana
Il peso della propria doppiezza ⋯
Ad alcune persone darei una scrollata di quelle potenti per vedere se casca giù tutta la falsità che si portano addosso.
ClaRosa7 Twitter
Aforisma contemporaneo, Umorismo
Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde
Il tema del dipinto che rivela la corruzione morale dell’anima è qui portato alle estreme conseguenze. Mentre in James l’arte serve a smascherare l’altro, in Wilde il ritratto diventa il ricettacolo dei peccati del protagonista, permettendogli di mantenere una superficie di bellezza e purezza. Entrambi i testi esplorano il potere inquietante dell’arte di andare oltre l’apparenza sociale per toccare la verità metafisica e psicologica. Una lettura essenziale per riflettere sulla responsabilità dell’artista e sulle conseguenze della vanità.
Ritratto di signora di Henry James
In questo capolavoro, James analizza nuovamente il destino di una donna d’ingegno, Isabel Archer, intrappolata in un matrimonio basato sull’inganno e sulla manipolazione. Il tema della maschera impenetrabile e della dignità dell’orgoglio di fronte al fallimento coniugale è centrale. Come Everina, anche Isabel deve fare i conti con la discrepanza tra l’immagine ideale dell’uomo amato e la sua reale pochezza morale. Un’indagine psicologica raffinatissima sul sacrificio della felicità sull’altare delle convenzioni sociali e della coerenza interiore.
L’opera di Émile Zola
Il romanzo segue la parabola autodistruttiva di un pittore ossessionato dalla ricerca della verità assoluta nell’arte, arrivando a sacrificare affetti e stabilità mentale. Il desiderio di Lyon di usare il pennello come un bisturi per vedere il sangue della verità trova un parallelo nella foga naturalista dei personaggi di Zola. Il libro esplora la crudeltà insita nell’occhio dell’artista che, per amore della forma e della rivelazione, è disposto a distruggere la pace delle persone che lo circondano.



















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