Per comprendere appieno la posizione dei socialisti rivoluzionari di fronte al conflitto mondiale, è necessario sgombrare il campo dalle nebbie della propaganda ufficiale che avvelena la coscienza delle masse. La guerra europea, che i governi e i partiti borghesi di tutti i paesi si sono sforzati di preparare per decenni, è infine scoppiata come l’inevitabile conseguenza delle contraddizioni insite nel capitalismo. La crescita mostruosa degli armamenti, l’inasprimento estremo della lotta per i mercati nell’epoca del più recente stadio imperialistico di sviluppo del capitalismo, gli interessi dinastici delle monarchie più arretrate, tutto questo ha condotto alla catastrofe. Ma i governi e la borghesia di tutti i paesi, per mandare i lavoratori al massacro gli uni contro gli altri, hanno bisogno di una giustificazione morale, di una menzogna grandiosa che nobiliti la loro sete di profitto. Essi cercano di persuadere il popolo che la guerra viene condotta per la difesa della patria, per la libertà, per la civiltà. In realtà, il contenuto oggettivo della guerra è la spartizione delle colonie e delle sfere di influenza, l’asservimento di nazioni straniere e l’indebolimento del movimento operaio internazionale, mettendone i distaccamenti l’uno contro l’altro. In questo contesto di ipocrisia globale, la questione nazionale assume un’importanza cruciale e viene strumentalizzata cinicamente da entrambe le coalizioni belligeranti.
Il mezzo più ampiamente utilizzato nella guerra attuale dalla borghesia per ingannare i popoli è quello di nascondere i fini di saccheggio dietro l’ideologia della liberazione nazionale. Gli inglesi promettono la libertà al Belgio, i tedeschi alla Polonia, eccetera, eccetera. Ma in realtà, si tratta di una guerra tra gli oppressori della maggioranza delle nazioni del mondo per consolidare ed estendere la loro oppressione. I socialisti non possono raggiungere il loro alto obiettivo senza lottare contro ogni oppressione nazionale. Per questo motivo devono esigere assolutamente che i partiti socialdemocratici dei paesi oppressori (soprattutto delle cosiddette grandi potenze) riconoscano e difendano il diritto delle nazioni deboli e oppresse all’autodeterminazione, e proprio nel senso politico di questa parola, cioè il diritto alla separazione politica. Il socialista di una grande potenza o di una nazione possessore di colonie, che non difende questo diritto, è un social-imperialista, uno sciovinista. La difesa di questo diritto non solo non stimola la formazione di piccoli Stati, ma, al contrario, conduce alla costituzione, nel modo più libero, più deciso e quindi più ampio e universale, di grandi Stati o federazioni di Stati che sono più vantaggiosi per le masse e più adatti per lo sviluppo economico. A loro volta, i socialisti delle nazioni oppresse devono lottare assolutamente per la piena unità (compresa l’unità organica) degli operai delle nazioni oppresse e oppressrici. L’idea di una separazione giuridica tra una e l’altra nazione (la cosiddetta autonomia culturale nazionale sostenuta da Bauer e Renner) è un’idea reazionaria. L’imperialismo è l’epoca dell’oppressione crescente su tutte le nazioni del mondo intero da parte di un pugno di grandi potenze, ragione per cui la lotta per la rivoluzione socialista internazionale contro l’imperialismo è impossibile senza il riconoscimento del diritto delle nazioni all’autodeterminazione. Un popolo che opprime altri popoli non può essere libero (Marx e Engels). Un proletariato che accetti che una nazione eserciti la minima violenza su altre nazioni non può essere socialista.
È fondamentale comprendere che il riconoscimento del diritto alla separazione non equivale all’invito a separarsi in ogni circostanza, così come il riconoscimento del diritto di divorzio non significa l’obbligo per tutte le coppie di divorziare. Noi socialisti siamo per l’unione dei popoli, per la fusione delle nazioni, ma sappiamo che questa fusione non può avvenire attraverso la violenza e l’annessione forzata; essa può realizzarsi solo su base volontaria, democratica e libera. Se il proletariato delle nazioni dominanti, come la Russia zarista o l’Inghilterra imperialista, non rivendica il diritto alla piena indipendenza per le colonie e le nazioni oppresse dal proprio Stato, esso si rende complice della propria borghesia, aiuta a strangolare altri popoli e, di conseguenza, indebolisce la propria lotta di classe interna. Come può un operaio inglese combattere efficacemente il proprio padrone se appoggia la politica di quel padrone in India o in Egitto? L’internazionalismo rimarrebbe una frase vuota se non si traducesse in questa richiesta politica concreta e inequivocabile. D’altra parte, per i socialisti delle nazioni oppresse, il dovere è quello di guardarsi dal nazionalismo meschino della propria borghesia, che cerca di usare lo slogan dell’indipendenza per ingannare i lavoratori e legarli al carro dei padroni locali o di un altro imperialismo straniero. La dialettica della storia pone compiti diversi ma complementari: il socialista della nazione che opprime deve dire: Libertà di separazione per le nazioni oppresse!; il socialista della nazione oppressa deve dire: Unità dei lavoratori di tutte le nazioni!. Solo attraverso questa duplice azione, apparentemente contraddittoria ma profondamente unitaria nella sostanza di classe, si potrà spezzare la diffidenza secolare accumulata tra i popoli a causa dell’oppressione imperialista e costruire le basi per una futura, vera fratellanza internazionale. Chi nega questo diritto in nome di un presunto centralismo economico o di una cultura superiore, cade inevitabilmente nel social-sciovinismo, tradendo la causa del socialismo per servire, consapevolmente o meno, gli interessi della reazione mondiale.
Autonomia Culturale Nazionale: Teoria (criticata da Lenin) che proponeva di limitare l’autodeterminazione alla gestione di lingua e cultura, mantenendo intatta la struttura politica dello Stato oppressore.
Autodeterminazione: Nel contesto leninista, il diritto politico di una nazione di separarsi dallo Stato dominante per costituire uno Stato indipendente.
Social-sciovinismo: Termine usato da Lenin per descrivere i socialisti che, durante la guerra, sostenevano la borghesia del proprio paese (difesa della patria), tradendo l’internazionalismo.
Stadio Imperialistico: Fase del capitalismo caratterizzata dal dominio dei monopoli e del capitale finanziario, in cui l’esportazione di capitali e la spartizione del mondo tra grandi potenze diventano prioritarie.
Il socialismo e la guerra
Capitolo I, sezione: Sul diritto delle nazioni all'autodeterminazione
Pubblicazione in Italia: Marzo 1966
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Il brano riflette fedelmente le tesi di quest’opera del 1914. Lenin chiarisce che il sostegno alla separazione non è un sostegno al frammentarismo, ma un attacco al centralismo forzato dell’imperialismo. Per Lenin, solo il riconoscimento del diritto al divorzio politico permette una successiva unione libera e democratica tra i popoli.
L’imperialismo, fase suprema del capitalismo di Vladimir Lenin
Fondamentale per comprendere il contesto economico descritto: la guerra come scontro tra pugno di grandi potenze per la spartizione del mondo. Il testo spiega perché la questione nazionale non sia più un residuo del passato, ma una componente esplosiva della fase imperialista che i socialisti devono saper orientare in senso rivoluzionario.
La rivoluzione russa di Rosa Luxemburg
Sebbene la Luxemburg avesse una posizione diversa e più critica verso l’autodeterminazione (temendo che favorisse la borghesia locale), il confronto tra la sua visione internazionalista pura e quella strategica di Lenin è essenziale per comprendere il dibattito socialista dell’epoca sulla questione nazionale.

























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