Giovane uomo scrive in un quaderno in una stanza pietroburghese, introspezione e solitudine.Mi sono sempre sentito diverso, fin da bambino, forse proprio per quella macchia della mia nascita che mi costringeva a cercare altrove una legittimità. Crescere nel collegio di Touchard, sentendomi guardato con sufficienza, a volte con aperto disprezzo, ha scavato dentro di me un solco profondo. Io, Arkadij Makarovič, che porto il nome di un principe ma non ne ho il sangue, ho imparato presto che il mondo non perdona la debolezza e che l’unica risposta possibile è l’orgoglio. Un orgoglio feroce, solitario, che mi ha portato a concepire un’idea, la mia idea: diventare ricco come Rothschild. Non per i beni materiali in sé, badate, ma per il potere, per l’isolamento che il denaro può garantire. Possedere una tale forza da potermi ritirare dal mondo, forte della mia volontà incrollabile, e guardarlo dall’alto con sovrano distacco. Era questo il mio sogno, la mia rivincita contro tutti coloro che mi avevano umiliato. E per questo ero disposto a tutto, a risparmiare ogni copeco, a negarmi qualsiasi piacere. Ma il destino, o forse la mia stessa natura, aveva in serbo per me un percorso ben più tortuoso, fatto di incontri che avrebbero messo a dura prova la mia idea e mi avrebbero costretto a guardare dentro l’abisso della mia anima.

L’arrivo a Pietroburgo, il ricongiungimento con una famiglia che non avevo mai avuto, l’incontro con Versilov, quel padre tanto affascinante quanto inafferrabile, hanno scosso le fondamenta del mio castello interiore. La sua figura, così elegante, così misteriosa, mi attirava e mi respingeva nello stesso tempo. Io, che avevo costruito la mia intera esistenza su un progetto di ferreo isolamento, mi ritrovavo a desiderare il suo sguardo, la sua approvazione. Era come se la mia volontà di potenza, così lucida sulla carta, si infrangesse contro il bisogno, antico e inconfessato, di un legame, di un affetto. In quel crogiolo di passioni e intrighi che era la casa di mia madre Sof’ja, ho cominciato a dubitare di me stesso. La mia tanto celebrata idea mi sembrava a volte solo un misero scudo contro la paura di vivere, contro il terrore di essere ferito. E in questo turbinio di emozioni, tra ricatti e segreti, tra la dolcezza ingenua di mia madre e le macchinazioni di personaggi loschi come Lambert, ho preso una decisione.

Non ho resistito e mi sono messo a scrivere questa storia dei miei primi passi nell’arena della vita, anche se avrei potuto farne a meno. Di certo so una cosa sola: non mi metterò mai più a scrivere la mia autobiografia, nemmeno dovessi campare cent’anni. Bisogna essere troppo bassamente innamorati di sé per scrivere senza vergogna della propria persona. La mia sola scusante è che non scrivo per il motivo per cui tutti di solito lo fanno, cioè per le lodi del lettore. Se a un tratto mi è saltato in mente di scrivere parola per parola tutto ciò che mi è accaduto dall’anno scorso a questa parte è stato a causa di un’esigenza interiore: a tal punto mi ha colpito tutto ciò che è avvenuto. Non cerco applausi, cerco di capire. Di districare il groviglio di sentimenti che mi ha travolto, di mettere ordine nel caos di eventi che mi ha fatto precipitare dalle vette del mio orgoglio solitario fino agli abissi della disperazione e, forse, a un barlume di una verità diversa. Queste pagine sono il mio specchio, il mio giudice, il mio unico confidente. Scrivendo, rivivo ogni istante: l’ammirazione per Versilov che rasentava l’odio, il fascino per Katerina Nikolaevna, così lontana eppure così presente nei miei pensieri, la vergogna per essere stato un burattino nelle mani di Lambert, e infine la scoperta di un mondo di sentimenti autentici, come quello che mi ha legato al vecchio Makar Ivanovič, il santo pellegrino che, morendo, mi ha insegnato più lui di tutti i libri di filosofia. Forse, mettendo nero su bianco questa confessione, riuscirò a capire chi sono veramente, al di là della mia idea, al di là del risentimento e della solitudine.

Glossario
Crediti
 Fëdor Dostoevskij
 L'adolescente
  Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1924 - Traduzione di Enrico Damiani
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