
I codici fondamentali di una cultura – quelli che ne governano il linguaggio, gli schemi percettivi, gli scambi, le tecniche, i valori, la gerarchia delle sue pratiche – definiscono fin dall’inizio, per ogni uomo, gli ordini empirici con cui avrà da fare e in cui si ritroverà. All’altro estremo del pensiero, teorie scientifiche o interpretazioni di filosofi spiegano perché esiste in genere un ordine, a quale legge generale obbedisce, quale principio può renderne conto, per quale ragione si preferisce stabilire quest’ordine e non un altro. Ma fra queste due regioni così lontane l’una dall’altra, si estende un campo che, per il fatto di fungere anzitutto da intermediario, non è tuttavia meno fondamentale: è più confuso, più oscuro, più arduo probabilmente da analizzare. È in esso che una cultura, scostandosi insensibilmente dagli ordini empirici che i suoi codici fondamentali prescrivono, instaurando una distanza iniziale nei loro confronti, li priva della loro trasparenza originaria, cessa di lasciarsi da esse passivamente traversare, si distacca dai loro poteri immediati e invisibili, si libera sufficientemente per constatare che tali ordini non sono forse i soli possibili o i migliori; di modo che essa si trova di fronte al fatto che, al di sotto dei suoi ordini spontanei, esistono cose ordinabili a loro volta, pertinenti a un certo ordine muto, in altre parole al fatto che esiste un certo ordine. Come se, affrancandosi parzialmente dalle proprie griglie linguistiche, percettive, pratiche, la cultura applicasse su queste una griglia seconda che le neutralizza e che, duplicandole, le fa apparire e al tempo stesso le esclude, e si trovasse per ciò stesso di fronte all’essere grezzo dell’ordine. È nel nome di tale ordine che i codici del linguaggio, della percezione, della pratica, vengono criticati e resi parzialmente invalidi. È sullo sfondo di tale ordine, considerato come terreno positivo, che verranno edificate le teorie generali dell’ordinamento delle cose e le interpretazioni richieste da tale ordinamento. Esiste quindi, fra lo sguardo già codificato e la conoscenza riflessiva, una regione meridiana che offre l’ordine nel suo essere stesso: l’ordine vi appare, a seconda delle culture e delle epoche, continuo e graduato, o frammentato e discontinuo, legato allo spazio o costituito ad ogni istante dalla spinta del tempo, imparentato a un quadro di variabili o definito di sistemi separati di coerenze, composto di somiglianze che si succedono in corrispondenza della loro prossimità o si rispondono specularmente, organizzato intorno a differenze crescenti, ecc. Tale regione mediana nella misura in cui manifesta i modi d’essere dell’ordine, può quindi darsi come la più fondamentale: anteriore alle parole, alle percezioni e ai gesti ritenuti atti a tradurla con maggiore o minore precisione o felicità (ecco perché tale esperienza dell’ordine, nel suo essere massiccio e primo, svolge costantemente una funzione critica); più salda, più arcaica, meno dubbia sempre più vera delle teorie che tentano di dare a quelli una forma esplicita, un’applicazione esaustiva, o un fondamento filosofico. In ogni cultura esiste quindi, fra l’impiego di quelli che potremmo chiamare i codici ordinatori e le riflessioni sull’ordine, l’esperienza nuda dell’ordine e dei suoi modi d’essere.
L’esperienza nuda dell’ordine
Crediti







Ancora nessun commento