Egon Schiele ⋯ Sunflower
Barthes attraverso “Il piacere del testo” analizza le ragioni che spingono il lettore ad avvicinarsi ad un testo con un atteggiamento cannibalesco, quasi ne volesse divorare il tessuto, l’essenza.
Cosa spinge il lettore a “leggere fino a farsi del male! Fino a morirne di gioia?”… Il Piacere.
Leggendo una frase, una parola, una storia, il lettore ne viene attratto perché sono state scritte nel piacere e conferiscono al lettore stesso la convinzione di essere scelto, desiderato dal testo.
Per fare in modo che il lettore provi piacere nel leggere il testo, quindi, non basta che questo sia scritto nel piacere, ma deve dare la prova di desiderare il lettore e questa prova è la scrittura, la scienza dei godimenti del linguaggio.
Scrivendo il suo testo lo scrittore non presta attenzione alla “persona”, al soggetto, ma allo spazio necessario del godimento all’interno del quale può generarsi il piacere. Tuttavia Barthes sostiene sia fondamentale distinguere il testo di piacere dal testo di godimento, perché piacere e godimento sono termini ambigui, possono generare confusione perché simili, ma in realtà presentano delle differenze; il testo di piacere, che viene dalla cultura e non rompe con essa, è legato a una pratica confortevole della lettura che appaga, soddisfa, dà euforia; mentre il testo di godimento sconforta perché crea uno stato di perdita, il soggetto perde la consistenza del suo io e vacillano, dunque, i presupposti culturali, psicologici e storici sui quali si fondavano i suoi gusti e i suoi valori.
Inoltre il piacere della lettura deriva sempre da certe rotture, infatti, come dice la teoria del testo: la lingua viene ridistribuita e questa ridistribuzione avviene per frattura fino a tracciare due bordi: uno prudente, conforme a quanto viene stabilito dalla letteratura, dalla cultura e un altro bordo mobile, vuoto, nel quale s’intravede la morte del linguaggio, “il fading”, la lacerazione interna del linguaggio. Questi due bordi sono necessari e la crepa che viene prodotta diventa erotica; e come per il copro la parte più erotica non risiede nelle zone erogene ma è dove l’abito si dischiude, così il piacere del testo risulterà dall’intermittenza, dalla messinscena di un’apparizione-sparizione. Nello strip-tease corporeo come nella suspense narrativa non c’è lacerazione, non ci sono bordi ma un progressivo svelamento, il desiderio, la speranza di conoscere la fine della storia o semplicemente di vedere il sesso.
Questi testi definiti “erotici”, quindi, devono rappresentare più che la scena erotica la sua attesa, la sua preparazione e la sua crescita, anche se successivamente, giunti alla scena, lasciano un senso di delusione.
Leggendo un testo quel che si gusta direttamente non è quindi il suo contenuto, né la sua struttura, ma piuttosto le scalfitture, spesso all’integrità del testo si sostituisce l’avidità della conoscenza, un’avidità che spinge, appunto, a sorvolare sui dettagli, saltare le descrizioni, le spiegazioni per giungere ai luoghi scottanti dell’aneddoto, per giungere finalmente allo svelamento dell’enigma; siamo simili a uno spettatore di cabaret che sale sulla scena e accelera lo strip-tease della ballerina. Abbiamo ,dunque, due regimi di lettura: una che va direttamente alle articolazioni del testo ignorando i giochi linguistici; e un’altra che non fa passare niente,pesa e aderisce al testo con applicazione e trasporto. A tal proposito Barthes afferma che alcuni eruditi arabi parlando del testo usino l’espressione corpo certo, ma non si tratta esclusivamente del testo dei grammatici, dei critici, ma abbiamo anche un corpo di godimento costituito unicamente da relazioni erotiche che non ha nessun rapporto col primo, secondo Barthes, dunque, il piacere del testo sarebbe irriducibile al suo funzionamento grammaticale (feno-testuale) come il piacere del corpo è irriducibile al bisogno fisiologico : “Il piacere del testo è quando il mio corpo va dietro alle proprie idee – il mio corpo infatti non ha le mie stesse idee”. Per questo motivo secondo Barthes un testo sul piacere non può che essere corto, breve, perché sarà un’introduzione a ciò che non si scriverà mai, e lascerà il lettore in balia delle illusioni, delle seduzioni prodotte dalla sua immaginazione. Vi è un’ulteriore distinzione, che giunge dalla psicologia, fra testo di piacere e testo di godimento: il piacere è dicibile, in quanto occupa dei luoghi, il godimento è in-dicibile, interdetto a chi parla e può essere detto solo tra le righe. I testi di piacere, dunque, sono quei testi di cui si può parlare perché inerenti alla cultura e in quanto tali sono materia della critica che essendo storica e prospettica predilige la cultura che in noi è tutto salvo il presente.
Mentre con il testo di godimento si fa riferimento ad un testo insostenibile, impossibile, fuori-piacere e fuori-critica del quale si può parlare solo nel “suo modo”, “in esso”, attraverso un altro testo di godimento, entrando in un plagio disperato. I testi di godimento sono perversi in quanto sono fuori di ogni immaginabile finalità, infatti il godimento non obbliga al piacere, anzi può annoiare ed è l’estremo della perversione a definirlo, garantirlo, un estremo sempre vuoto, imprevedibile, mobile, è un godimento precoce che non arriva mai al momento giusto, dopo una qualche maturazione, ma si scatena tutto in una sola volta, tutto è goduto nella prima occhiata.
Per quanto riguarda il piacere del testo, non è certo, non esiste la certezza di provare piace nel rileggere per la seconda volta lo stesso testo, si tratta, quindi, di un piacere friabile, precario che dipende da alcuni fattori come l’umore, la circostanza, l’abitudine; per questo si parla di piacere come principio critico ed è impossibile parlarne dal punto di vista della scienza positiva.
Il testo di piacere, poi, non è necessariamente quello che riporta dei piaceri e il testo di godimento non è mai quello che racconta un godimento. Il piacere non è legato al suo oggetto, non deriva da un rapporto di imitazione, ma il luogo del piacere testuale deriva dal rapporto di desiderio, di produzione, fra l’ingannato e il mimo.
Secondo Barthes è necessario, a questo punto distinguere, la raffigurazione e la rappresentazione: la raffigurazione è il modo di apparizione del corpo erotico all’interno del testo, nel quale l’autore può comparire senza però dare forma ad una biografia diretta, oppure il testo stesso può svelarsi sotto forma di corpo, in luoghi erotici o oggetti feticci, si tratta comunque di movimenti che attestano una figura del testo necessaria al godimento di una lettura; mentre la rappresentazione è una “raffigurazione intralciata”, affollata da altri sensi oltre a quello del desiderio, anche se spesso accade che la rappresentazione prenda come oggetto da imitare il desiderio in sé e in questo caso il desiderio rimane vincolato ai personaggi, non esce mai dalla cornice.
Proseguendo l’analisi sul testo Barthes afferma che “se il testo arriva a farsi ascoltare indirettamente produce in me il miglior piacere”, perché il lettore non deve essere necessariamente avvinto dal testo di piacere, ma questo può essere un atto leggero, tenue, quasi stordito. Inoltre il testo è un oggetto feticcio e questo feticcio mi desidera, mi sceglie attraverso schermi invisibili, cavilli selettivi come il vocabolario, la leggibilità, ecc…, e, in mezzo ad esso vi è sempre perduto l’autore la cui persona biografica, passionale è scomparsa, spossessata ma, nonostante la sua morte istituzionale, in qualche modo, nel testo desidero l’autore, la sua figura come lui ha bisogno della mia. Barthes, inoltre, sostiene che tra tutte le letture quella con cui proviamo più piacere è la lettura tragica, la più perversa: provo piacere nel sentirmi raccontare una storia di cui conosco la fine; so e non so, fingo di non sapere, così il lettore può dire ininterrottamente: so bene che sono soltanto parole, ma con tutto ciò… (continua a leggere e a commuoversi come se quelle parole enunciassero una realtà che ancora ignora).
Facendo riferimento ad un testo che ha letto, nel quale l’autore elenca una serie di vivande: marmellate, latte, tortine, Barthes afferma che quando qualcuno rappresenta qualcosa al suo interlocutore, non fa che allegare “l’ultimo stadio della realtà” , l’intrattabile che c’è in essa, così il romanziere elencando il cibo, impone al lettore l’ultimo grado della materia, ciò che non può essere superato. Quanto detto consiste nella volontà di materializzare il piacere del testo, cioè fare del testo un oggetto di piacere come gli altri (dunque la materializzazione si realizza accostando il testo ai piaceri quotidiani della vita come ad esempio un piatto, un giardino, un incontro, una voce, un momento).
La letteratura, in questo modo, rappresentando la “vita quotidiana” di un personaggio, di un’epoca, rispecchia la società e tutte le analisi socio-ideologiche concludono del carattere delusivo della letteratura che si identifica, appunto, con l’impotenza, la delusione di un gruppo posto socialmente fuori della lotta per la collocazione storica, economica e politica. Questa analisi però dimentica il formidabile rovescio della scrittura, il godimento, che scaturisce dal nuovo assoluto, perché solo il nuovo percuote la coscienza. Per sfuggire alla alienazione della società presente, dunque, l’unica via è “la fuga in avanti”. Il godimento quindi è il nuovo e porta all’opposizione tra l’eccezione e la regola. La regola è l’abuso, l’eccezione è il godimento che può essere generato dalla ripetizione, ritmi ossessivi, musiche incantatorie. Perché la ripetizione (la parola) sia erotica, è necessario che questa soddisfi due condizioni opposte ed eccessive: deve essere ripetuta a oltranza oppure deve essere inaspettata, succulenta per la sua novità. Emerge un altro aspetto del godimento, il suo carattere asociale, la perdita brusca della socialità, la solitudine, la persona: tutto si perde, perché nessun godimento, nessuna significanza si può produrre in una cultura di massa. Barthes afferma che la nostra società sembra al tempo stesso assennata e violenta, frigida, perché tende alla preclusione del piacere ( e ancor di più del godimento) essendo travagliata da due morali: una della piattezza e l’altra del rigore politico e/o scientifico. L’idea dovrebbe essere, quindi, quella di livellare il piacere annullando la falsa contrapposizione della vita pratica alla vita contemplativa attraverso un testo che sia in grado di intrecciare tutti i godimenti, quelli della vita e quelli del testo, ma le conseguenze di un tale equilibrio fondato sul piacere del consumatore, chiunque egli sia, a qualunque classe o gruppo appartenga, senza priorità di culture e di linguaggi, sarebbero enormi, forse laceranti. Ad ostacolare la scrittura del piacere è soprattutto l’incapacità di concepire una vera scienza del divenire che potrebbe raccogliere il nostro piacere liberandolo da qualsiasi tutela morale. Si cerca di stabilire una teoria del soggetto materialista che può passare per tre stadi: può prima di tutto criticare spietatamente le illusioni di cui il soggetto immaginario si circonda; successivamente o nello stesso tempo può allontanarsi ammettendo la scissione del soggetto, descritto come una pura alternanza, quello dello zero e della sua cancellatura; infine può generalizzare il soggetto senza necessariamente massificarlo o collettivizzarlo; e ancora si ritrova il testo, il piacere, il godimento. Si ritorna allora al soggetto, non come illusione ma come finzione, da un modo di immaginarsi come individuo, d’inventare un’ultima finzione, il fittizio dell’identità, si ricava una forma di piacere, e questa finzione non è più illusione di unità ma diventa il teatro della società dove compare il nostro plurale: il nostro piacere è individuale ma non personale. Analizzando un testo che ha dato piacere non si ritrova la soggettività ma l’individuo, ciò che separa il mio corpo dagli altri conferendogli la sua sofferenza o il suo piacere, solo così ritrovo il mio corpo di godimento che è anche il mio corpo storico.
Barthes tenta, a questo punto, una tipologia dei piaceri della lettura attraverso il rapporto tra la nevrosi e la forma allucinata del testo:

  1. Il feticista al quale piace il testo ritagliato, caratterizzato da citazioni e formule spezzettate, ama le singole parole;
  2. L’ossessivo che riunisce tutti coloro per i quali il linguaggio ritorna, rientrano in questa categoria linguisti, semiologi, filologi;
  3. Il paranoico produce o consuma testi tortuosi, storie sviluppate come ragionamenti, costruite come giochi;
  4. L’isterico prende il testo “per oro colato” , entra nella commedia senza contenuto, senza verità, e si getta nel testo.

Dopo aver analizzato le qualità del lettore e le caratteristiche del testo che lo spingono ad immergersi in esso, Barthes pone il seguente quesito sulla significanza: cos’è la significanza? È il senso in quanto prodotto sensualmente. Nonostante la teoria del testo abbia esplicitamente indicato la significanza come luogo del godimento, valore insieme erotico e critico della pratica testuale, si tende spesso a rimuovere, soffocare queste affermazioni.
Barthes giunge alla conclusione che se fosse possibile immaginare un’estetica del piacere testuale, questa dovrebbe includere la scrittura ad alta voce, che non è espressiva e lascia l’espressione al feno-testo, al codice regolare della comunicazione, alla significanza, non dipende dalle inflessioni drammatiche, da intonazioni maligne o accenti compiacenti, ma dalla grana della voce che si presenta come un misto erotico di timbro e di linguaggio, per questo è importante, perché come la dizione è un’arte , l’arte di condurre il proprio corpo; ciò che cerca, dunque, in una prospettiva di godimento, non è la chiarezza dei messaggi ma il linguaggio rivestito di pelle, gli incidenti pulsionali; il respiro, le labbra attraverso la loro materialità e sensualità trascinano, per così dire, il corpo dell’attore dentro il mio orecchio: qualcosa granula, crepita, accarezza, taglia, questo è godere.

Crediti
 • Elena Caruso •
 • Roland Barthes: Il piacere del testo •
 • SchieleArt • Heritage Images Sunflower • 1909 •

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