Mario Giacomelli ⋯

Noi non giungiamo mai a dei pensieri. Sono loro che vengono a noi.
La filosofia implica una  mobilità libera del pensiero, è un atto creativo che dissolve le ideologie.

Martin Heidegger

Mario Giacomelli &#8943
Le riflessioni di Martin Heidegger sull’essenza della tecnica moderna risalgono a prima del 1953. La crisi   ambientale che sta cominciando a manifestarsi oggi su scala planetaria, può essere compresa nelle sue radici profonde riallacciandosi a quelle riflessioni. Infatti, le insidie latenti e le ricorrenti catastrofi provocate dalla tecnica moderna, e quelle ben più minacciose previste “con scientificità” in un prossimo futuro, stanno ponendo davanti agli occhi di tutti – per la prima volta nella storia – la prospettiva non immaginaria, non religiosa, né bellica, di una fine probabile di ogni tipo di civiltà umana come conseguenza diretta dell’espandersi della tecnica moderna. Di quella tecnica moderna, la cui essenza è stata indicata da Heidegger in quel processo instauratosi nel nostro secolo come “impianto di richiesta” che provoca e costringe l’uomo a “disvelare” il reale come “fondo da impiegare”. Cioè, con la tecnica moderna, secondo Heidegger, il vecchio ideale artigiano del “saper fare” si è capovolto nella coazione a “dover fare” della produzione industriale; e conseguentemente il “mondo naturale” viene conosciuto ormai soltanto come “fondo per l’impiego” e non più come semplice “fúsis”. Queste riflessioni – nate in un clima diverso da quello della crisi ambientale rappresentano la più radicale messa in guardia del nostro tempo nei confronti della tecnica moderna e, in particolare, nei confronti di quegli “esercizi di ammirazione” verso le tecnologie avanzate e l’innovazione tecnologica, che accompagnano oggi lo sviluppo dell’economia mondiale, ancora solo agli inizi. In questo senso, le riflessioni del filosofo tedesco anticipano e integrano il pensiero ambientalista, che in genere ancora ignora Heidegger. Esse ci portano alle radici di un incombente destino, e dischiudono il significato reale della nostra crisi attuale, tanto più minacciosa quanto più incompresa nelle origini e rimossa nelle conseguenze ultime. Il pensiero di Heidegger è cupo e anche oscuro. Ma se ci aiuta a comprendere il perché del “problema dei problemi difficilmente sopravvalutabile” vale forse la pena di avvicinarlo.

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Heidegger ha affrontato il problema che qui discutiamo ad esempio nella sua conferenza  sulla questione della tecnica, tenuta a Monaco di Baviera nel 1953: in questo testo, sebbene  vi sia un riferimento costante all’incipiente crisi ambientale, non vengono mai nominati    gli aspetti specifici attraverso cui tale crisi si manifesta.

Mario Giacomelli &#8943Per Heidegger “il modo di pensare  della filosofia  moderna non offre più alcuna possibilità di fare  esperienza – col pensiero –  dei lineamenti fondamentali dell’età della tecnica che è soltanto al suo inizio”. Al pensiero si presenta così un compito inaudito, perché “al segreto della strapotenza  planetaria dell’essenza della tecnica, corrisponde il non apparire del pensiero che tenta di  pensare questo impensabile”. D’altra parte sarebbe vano chiedere aiuto alla scienza  perché, per Heidegger, “la scienza non pensa”. E non pensa non perché non usi il  pensiero; ma perché, in conseguenza del suo modo di procedere e dei suoi strumenti, non  può pensare nel modo in cui pensa il pensiero meditativo. Che la scienza non sia in grado  di pensare, del resto, non è per nulla un difetto precisa Heidegger – ma un vantaggio. Solo  in virtù del suo “non pensare”, la scienza può dedicarsi alla ricerca su singoli ambiti e  stabilirsi in essa.
La preoccupazione filosofica di Heidegger è dunque fondata: “Ciò che è veramente inquietante non è che il mondo si trasformi in un dominio completo della tecnica. Più inquietante è che l’uomo non sia preparato a questo radicale mutamento. Ed ancora più inquietante è che non siamo capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditativo, un adeguato confronto con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca”. A questo compito Heidegger si è ripetutamente dedicato – nel più ampio orizzonte del suo pensiero che però converge sul tema dell’impensabilità dell’età della tecnica moderna – in un periodo che va dalla metà degli anni ‘30 al 1953. Dal 1953 fino al ‘68, Heidegger è tornato più volte su questo tema, ma soprattutto per ribadire l’incalzare della preoccupazione filosofica per l’impreparazione del pensiero di fronte all’era della tecnica planetaria. Egli avvertiva che, pur essendosi incamminato. sul sentiero giusto, non riusciva ad andare più avanti e doveva limitarsi soltanto ad indicare una direzione di marcia. Del resto la famosa invocazione di Heidegger, dalla quale è stato ripreso il titolo dell’intervista del 1968 “Ormai solo un dio ci può salvare”, è l’invocazione a un dio sconosciuto e contumace, particolarmente amara ed enigmatica se si tiene conto che proviene da chi rimpiange con Holderlin la sparizione degli dei dell’Olimpo greco, e da chi ha dedicato parte delle sue riflessioni al commento della sentenza di Nietzsche, “Dio è morto”. La constatazione heideggeriana dell’impensabilità dell’età della tecnica moderna provoca l’insorgere della questione filosofica del nostro tempo.

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La domanda è questa: se non riusciamo a comprendere nulla di ciò che sta accadendo di immensamente vicino a noi e che ci coinvolge totalmente, non vuol dire forse che il rischio supremo per l’uomo di cui parlava Heidegger – cioè l’avvento del nichilismo nella forma di dominio onniperversivo della tecnica moderna – è ormai diventato un destino compiuto? E da questa impensabilità del presente non è forse decretata anche l’impossibilità di stabilire un rapporto “significativo” del pensiero col passato e col futuro – con tutte le implicazioni che ciò comporta sul piano della conoscenza e dei valori? E nel quadro di tali domande che assumono enorme rilievo le riflessioni di Heidegger sull’essenza della tecnica moderna.

Crediti
 • Fausto Borrelli •
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