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L’essenza dell’uomo è la sua finitezza e la coscienza di essa. La coscienza è sapere che tutto il finito finisce nel proprio finire, che il finire del finito è il suo essere da sempre finito, perché altro non può essere, se non «finito». Il suo essere, da sempre finito, è il suo non-essere.
Pensare è risolvere nella coscienza la finitezza del finito, sapendola. La finitezza è, dunque, l’essenza di ciò che è non-essente e come tale «esiste», la sua non-essenza. L’autentico essere di ciò che è finito come «essere» è il suo sapersi non-essente. E questo «sapersi» è solo nella forma della coscienza di ciò che non è.
È questo l’atto della coscienza in cui e per cui ciò che è finito è saputo come finito e intanto finisce. Il finire, inerente alla finitezza, è tutto negativo per ciò che-finisce, ma la sua positività è nella coscienza della negatività del suo «finire». Perciò il valore di ciò che finisce è tutto nel sapere che esso finisce ; è tutto nella coscienza del suo finire. La coscienza del finire «è», in quanto «finita» ( = in quanto coscienza dell’uomo) tutta nel finire di cui è coscienza. Ma, poiché la stessa finitezza della coscienza, in quanto finitezza, è il suo finire, la coscienza umana non «è» la coscienza, che questa non può finire.
Non può infatti finire la coscienza, perché è in virtù della infinitezza che è possibile sapere la finitezza e, se questa fosse tutto l’essere (se solo il finito fosse), il finito sarebbe infinito, non sarebbe. Il finito non è, ma il suo non-essere è il non-essere finito, non il suo non essere l’infinito solo apparentemente, ed essere in realtà infinito. La differenza tra il finito e l’infinito è che la differenza è tutta nel finito e finisce in esso e con esso.
L’affermazione che solo l’infinito «è» vale come affermazione che l’essere solo come infinito è «essere» e che l’essere del finito è tutto nel «finire» di essere e dunque il suo inizio coincide con la sua fine e muore sul nascere, il suo nascere «è» il suo morire.
L’essere del finito, essendo il suo finire, è la sua morte: la morte è la finitezza, ed è nel suo morire che essa «è», ed è come “il suo stesso «morirsi» : la morte stessa si muore e si muore nell’immortalità della coscienza, nella infinitezza del suo essere tutta e solo coscienza.
La coscienza che il finito ha dell’infinito è ancora la finitezza che si proietta su di esso e lo ricopre e, per quanto si sforzi di vederlo nella sua infinitezza, non l’infinito essa vede, ma se stessa, nella propria finitezza : la coscienza che il finito ha dell’infinito è infatti coscienza finita; e il finito finitizza tutto, anche l’infinito, e tutto muore in esso, anche l’immortale.
Il finito, infatti, si finge immortale perché non accetta la propria morte, anche accettando la propria finitezza, anzi, pretende di accettare la finitezza che «è» morte, che è fine, senza accettare di «morire» e di essere il proprio morire. Così esso concepisce l’infinito che non muore come ciò che garantisce ad esso il suo non morire, dove, invece, per esso ed in esso si muore anche l’immortale che lo riflette o sul quale esso si proietta.
L’immortale è l’infinito che la coscienza fa morire in se stessa ; ma poiché la coscienza finita è finita nel suo morire, muore in essa anche la morte dell’Infinito e questo resta perciò immortale.
È vera dunque la «morte di Dio» nella misura in cui Dio è già morto nella coscienza, finita, che il finito ha di Lui. Ma questa “verità è tutta nella coscienza finita e si perde con essa ; e dunque è non vera la «morte di Dio», come è non vera la vita reale del finito che lo fa morire.
Il pensiero della morte è, dunque, l’essenza della coscienza del finito che sa la sua finitezza, che «è» la sua morte ; e la coscienza finita, infatti, pretende di essere coscienza della morte e della immortalità e di essere «immortale» nonostante la sua finitezza; ma la sua verità è che essa è l’immortalità in quanto coscienza e la coscienza è, in quanto coscienza, non-finita.
È dunque l’«immortalità» che pensa la morte od è nella immortalità della coscienza che appare e si svela il morire di ciò che è già morto, essendo «finito». Così, da un canto, la morte fisica, quella che nel tempo verrà, è solo un «mostrarsi» nel tempo di ciò che da sempre è morto, o il tempo di questo «mostrarsi», che anche il tempo è finitezza e morte; dall’altro, questo mostrarsi della morte «metafisica», che è la finitezza, come fisico morire delle cose è poi tutt’uno con il tempo che si estingue, che è ciò in cui ma non per cui ogni cosa si muore.
Perisce, infatti, nel tempo solo ciò che è per se stesso perituro e il tempo non fa che togliere il velo nel tempio di Iside, il suo «atto» è «disvelare». Perciò non si perisce propriamente con il tempo, ma è «tempo» questo perire e l’infinito è ciò in cui si perisce: il perire del finito è l’essere stesso dell’infinito che non può perire, non altro e insieme non identico, dialetticamente presente nella nostra morte.

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