Letame e basta
Queste ultime lamine di sole che entrano dalle sbarre, come vorrei berle insieme a te. E passarci il sole come ci passavamo l’acqua, Francesca: stanotte sono stato al Righi, sulla funicolare: avevo letto Sbarbaro, e m’era rimasto dentro un po’ di azzurro e un po’ di mare. Ti ricordi la finestra dell’Albergo Bianco dove, diceva il cameriere, si vedeva la mancina, la gru sospesa sui vapori?
È l’una, ho lavato da stamattina alle sei la ciotola di plastica dove (è il menu del sabato) metteranno delle patate lesse, candite nei veleni. Ho camminato un’ora e mezzo in tondo, tra delle reti metalliche, e sotto gli occhi di una guardia vestita in verde lucertola. Tutto asfalto. Davanti a me (non parlo con nessuno, o quasi) zoccolano tanti tipi: ragazzi tatuati in modo quasi comico, non capisco questa mania malavitosa dei tatuaggi: ci sono sulle braccia sempre cobra violetti, donne-farfalla, cani lupi, spade, fiamme, nomi, pistole. Un rituale assurdo, incancellabile. Qualcuno di loro gioca a palla, bestemmiano con una violenza monotona, tipico delle città piene di preti: sono dei martellatori della divinità, è quasi comico sentirli bestemmiare con tanto inesausto, ossessivo, fragore. Qui senti, irresistibilmente, di essere letame. Letame e basta. Tutto si svolge con un ritmo lentissimo, rotto solo dal rumore di chiavi che girano: esci, con una guardia dietro, e dopo tre passi c’è un’altra porta, e un’altra guardia con un’altra chiave, apre. È come nelle favole, ma nere. Arrivano i giornali, fra poco. Poi verso le due e mezza, la posta. E tu assisti allo scempio: un orango di Avellino che te la apre tutta, la scrolla, la guarda controluce, e poi te la butta là. Non si è più uomini, Cicciotta: ma dementi, o malati, o non so cosa. Certe mattine, mentre lavo per terra (ma per quanto sgobbi fa sempre schifo, e la camera del sassofonista riemerge, atroce) mi sento così strano, come se vivessi un sogno irrancidito. Poi passano, quei lucertoloni verdi, e dicono aria, aria, e mi sembra impossibile, forse te l’ho già detto, che un nome così bello, “aria”, venga avvilito a questa processione di disperati che girano in tondo, attorno ad un Vespasiano che, al centro, si innalza come l’Ara Pacis. Poi mi rinchiudono in questo astuccio non più grande di una scatola per sardine, di quelle lunghe.
E poi è finita. Tutti qui. La notte, un’altra porta, più pesante ancora, copre quella con le sbarre, e sei chiuso, murato due volte. Io guardo un numero bianco (12) che è pitturato all’intorno, e aspetto che il sonno venga. Il sonno per viaggiare. Quando uscirò mi dovrai insegnare come si usa il coltello. Non ne abbiamo. A Regina Coeli usavamo un coperchio di latta di una scatoletta, ma qui anche questo è vietato: temono i suicidi. Di notte qualche urlo, dal settore dei drogati (ma molto meno che a Roma, dove era straziante resistere a quello che sentivi) e poi il mattino. E così gira la ruota, lentissima, mola di mulino che macina tedio, schifo, abbrutimento. La domenica, poi, è galera doppia. Beh, ti ho fatto un bel ritrattino, ma è così. Gli italiani lo sanno? Ma lo sai che un imbecille mi ha scritto dicendo: perché non ci telefona?!!! Io non so più neppure come si mette il dito per fare i numeri: non so più niente. Perché questo è il carcere: una coperta d’oblio che, piano piano, piano piano, ti copre tutto, e ti trasforma in muschio, in niente.
Ah, Cicciotta. Non te la prendere, e scusami. Forse non dovrei nemmeno dirtele, certe cose. Ma così è, purtroppo. E oggi è domenica. Fammi un regalo: cammina in mezzo al verde. Raccogli un filo d’erba e mettilo tra le labbra: sono io.
Ti abbraccio tanto

Enzo [Settembre 1983]

Crediti
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