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Se si bada all’esteriore, si può osservare come l’espulsione degli istinti per opera della storia abbia trasformato gli uomini quasi in pure astrazioni e ombre: nessuno osa più arrischiare la propria persona e tutti invece si mascherano da uomini cólti, da scienziati, da poeti, da politici. Se si toccano tali maschere, credendo che si tratti di cose serie e non soltanto di una farsa – dato che tutti quanti ostentano la serietà – si hanno improvvisamente fra le mani soltanto cenci e toppe variopinte.
[…] Strano! Si penserebbe che la storia incoraggi gli uomini soprattutto a essere onesti quand’anche si trattasse di matti onesti; e questo è stato sempre il suo effetto, solo ora non lo è più! La cultura storica e l’abito borghese universali regnano nello stesso tempo. Mentre non si è mai parlato così sonoramente di «libera personalità», non si vedono affatto personalità, e tanto meno libere, ma solo uomini uniformi timorosamente celati.
[…] Comunque sembra quasi che il compito sia di sorvegliare la storia perché niente ne esca se non appunto delle storie, ma nessun evento! – di impedire che attraverso di essa le personalità divengano «libere», ossia sincere verso di sé, sincere verso gli altri, nella parola e nell’azione. Solo con questa veracità verranno alla luce l’angustia, l’intima miseria dell’uomo moderno, e al posto di quella convenzione e di quella mascherata che mirano timorosamente a nascondere potranno subentrare, come vere soccorritrici, arte e religione, per piantare insieme una cultura che risponda a bisogni veri e che non insegni soltanto, come la cultura generale odierna, a dissimularsi questi bisogni e a divenire in tal modo menzogne ambulanti.
[…] Sicuro, si pensa, si scrive, si stampa, si parla, si insegna filosoficamente – fino a tal punto è permesso quasi tutto; solo nell’agire, nella cosiddetta vita è diverso: qui è permessa sempre una cosa e ogni altra è semplicemente impossibile. Così vuole la cultura storica. Questi sono ancora uomini, ci si chiede allora, o forse soltanto macchine per pensare, per scrivere e per parlare?
[…] Colui che non osa più fidarsi di sé e che invece, per il suo sentire, chiede involontariamente consiglio alla storia: «come devo qui sentire?», diventa a poco a poco, per paura, attore e assume un ruolo, per lo più anzi molti ruoli, recitando perciò ciascuno di essi male e superficialmente.
[…] Una volta che le personalità siano spente nella maniera descritta fino all’eterna mancanza del soggetto, o come si dice, all’oggettività, niente ormai può avere effetto su di loro; qualunque cosa si faccia di buono e di giusto, come azione, come poesia, come musica, subito lo svuotato uomo colto passa sopra all’opera e si informa sulla storia dell’autore.
[…] Non si giunge mai a un effetto, ma sempre e solo a una nuova «critica»; e la critica stessa non produce a sua volta nessun effetto, ma viene soltanto fatta oggetto di nuova critica. Inoltre ci si è messi d’accordo di ritenere che molte critiche siano un risultato positivo, che poche siano un insuccesso. Ma in fondo, anche nel caso di un cotale «risultato», tutto rimane come prima: si chiacchiera sì per qualche tempo di qualcosa di nuovo, ma poi ancora di qualcos’altro di nuovo, e si fa nel frattempo ciò che si è sempre fatto. La cultura storica dei nostri critici non permette affatto ormai che si giunga a un’efficacia in senso proprio, ossia a un’efficacia sulla vita e sull’agire.
[…] Gli uomini devono essere adattati agli scopi del tempo, per potervi mettere mano il più presto possibile; devono lavorare nella fabbrica delle utilità generali prima di essere maturi, anzi perché non diventino affatto maturi – in quanto questo sarebbe un lusso che sottrarrebbe una quantità di forze «al mercato del lavoro». Si accecano certi uccelli perché cantino meglio: io non credo che gli uomini di oggi cantino meglio dei loro avi, ma quello che io so, è che li si acceca per tempo. Il mezzo peraltro, il mezzo scellerato che si impiega per accecarli è una luce troppo chiara, troppo repentina, troppo mutevole.
[…] Credete a me: quando gli uomini devono lavorare e diventare utili nella fabbrica della scienza prima di essere maturi, la scienza è in breve tanto rovinata quanto lo sono gli schiavi impiegati troppo per tempo in questa fabbrica. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita; ma involontariamente vengono in bocca le parole «fabbrica!, «mercato del lavoro», «offerta», «utilizzazione» – o comunque suonino i verbi ausiliari dell’egoismo – quando si vuol descrivere la generazione di dotti più recente. La solida mediocrità si fa sempre più mediocre, la scienza sempre più utile nel senso economico.
[…] I carrettieri hanno fatto fra loro un contratto di lavoro e hanno decretato come superfluo il genio – per il fatto che ogni carrettiere viene timbrato a nuovo come genio; probabilmente un’epoca posteriore riconoscerà dai loro edifici che essi sono stati fabbricati da carrettieri e non da architetti.

Crediti
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