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La libertà non va considerata come un universale che presenterebbe, nel tempo, un compimento progressivo, o delle variazioni quantitative, o delle amputazioni più o meno gravi, degli occultamenti più o meno rilevanti. La libertà non è un universale che si particolarizza con il tempo e la geografia; non è nemmeno una superficie bianca con, qua e là e di tanto in tanto, delle caselle nere più o meno numerose. La libertà non è mai nient’altro – ma è già tanto – che un rapporto attuale tra governanti e governati: un rapporto in cui la misura del “troppo poco” di libertà che c’è, è data dall’”ancor più” di libertà che viene richiesta. Così, quando dico “liberale”, non ho in mente una forma di governamentalità che lascerebbe un maggior numero di caselle bianche alla libertà. Voglio dire un’altra cosa. Se utilizzo la parola “liberale”, è soprattutto perché [questa] pratica di governo non si accontenta di rispettare questa o quella libertà, di garantire questa o quella libertà. Fa molto di più, consuma libertà. È consumatrice di libertà nella misura in cui non può funzionare veramente se non là dove vi sono delle libertà: libertà del mercato, libertà del venditore e dell’acquirente, libero esercizio del diritto di proprietà, libertà di discussione, eventualmente libertà d’espressione ecc. La nuova ragione di governo ha dunque bisogno di libertà, la nuova arte di governo consuma libertà. Se consuma libertà è obbligata anche a produrne, e se la produce è obbligata anche a organizzarla. La nuova arte di governo si presenterà pertanto come l’arte di gestione della libertà, ma non nel senso dell’imperativo: “sii libero”, con la contraddizione immediata che questo imperativo può comportare. La formula del liberalismo non è “sii libero”. Il liberalismo, semplicemente, dice: ti procurerò di che essere libero. Farò in modo che tu sia libero di essere libero. Al tempo stesso, se questo liberalismo non corrisponde tanto all’imperativo della libertà, ma alla gestione e all’organizzazione delle condizioni alle quali si può essere liberi, voi capite bene che si instaura, nel cuore stesso di questa pratica liberale, un rapporto problematico ogni volta diverso, continuamente mobile, tra la produzione della libertà e tutto ciò che, producendola, rischia di limitarla e di distruggerla. Il liberalismo, nel senso in cui io lo intendo, quel liberalismo che può essere caratterizzato come la nuova arte di governare che si è formata nel XVIII secolo, racchiude in sé, nel suo stesso cuore, un rapporto di produzione/distruzione rispetto alla libertà.

Crediti
 • Michel Foucault •
 • Nascita della biopolitica •
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