Egon SchieleNel tribunale della morale borghese, dove ogni giudice indossa la toga nera del conformismo e ogni giurato ha venduto la propria anima in cambio di una rassicurante mediocrità, io mi ergo non come imputato, ma come accusatore. Voi parlate di giustizia, ma la vostra giustizia non è altro che la codificazione della vostra paura. Avete paura della vita che scorre impetuosa e senza argini, avete paura del desiderio che brucia e consuma, avete paura dell’individuo che osa dire Io senza chiedere il permesso al collettivo. La vostra società è un immenso ospedale psichiatrico dove i sani vengono legati e i malati vengono premiati con medaglie al valore civile. Chi si adatta, chi si piega, chi rinuncia alla propria unicità per diventare un ingranaggio della macchina statale o religiosa, viene chiamato cittadino modello. Chi invece rivendica il diritto di appartenere solo a se stesso, di seguire la propria legge interiore anche quando questa cozza contro le vostre leggi scritte, viene bollato come criminale, folle, nemico pubblico. Ebbene, io accetto queste etichette con orgoglio. Sono le cicatrici di una battaglia che ho scelto di combattere da solo contro tutti. Non cerco la vostra comprensione, perché comprendermi significherebbe per voi ammettere che la vostra vita è una menzogna, una lenta agonia travestita da rispettabilità. Non cerco la vostra pietà, perché la pietà è il sentimento che il padrone prova per lo schiavo, e io non sono schiavo di nessuno, nemmeno di Dio, nemmeno dell’Idea, nemmeno della Rivoluzione se questa pretende di irregimentarmi.

Io sono il mio delitto lo proclamo. Io il mio pensiero lo grido. Io la mia vita la vivo. E nessuno ha il diritto di giudicarmi. Nego il diritto di giudicarmi a tutti coloro che non comprendono la voce delle mie brame, l’urlo della mia necessità, i voli del mio spirito, il dolore dell’anima mia, il fremito delle mie idee e l’ansia del mio pensiero. Ma tutto ciò lo comprendo io solo. Volete giudicarmi? E sia! Ma voi non giudicherete mai il vero me stesso. Bensì quel me che voi vi siete inventati. Quel fantoccio di carta che avete cucito con le vostre paure, le vostre leggi, le vostre morali da schiavi. Voi vedete un ladro, un bandito, un anarchico, un pazzo, un delinquente. Io vedo un uomo che non si è inginocchiato. Un uomo che ha preferito il rischio alla sicurezza, la libertà alla catena, la vita alla sopravvivenza. Voi mi processate per i miei atti. Io vi processerò per le vostre rinunce. Voi mi condannate perché ho rubato, amato, ucciso, riso, vissuto. Io vi condanno perché avete paura di rubare, di amare, di uccidere, di ridere, di vivere. Ma mentre voi crederete di avermi tra le dita e stritolarmi, Io sarò lassù a ridere in lontananza! Perché il mio vero io non è nel vostro tribunale, non è nelle vostre prigioni, non è nel vostro plotone d’esecuzione. Il mio vero io è nel vento che soffia sulle montagne, nel mare che urla contro gli scogli, nel sangue che pulsa nelle vene di ogni ribelle che verrà dopo di me. Voi potete imprigionare il mio corpo, non la mia anima. Potete fucilare il mio nome, non il mio grido. Potete seppellire il mio cadavere, non la mia fiamma. Io sono la mia causa. E la mia causa è me stesso. Non ho padroni, non ho servi. Non ho leggi, non ho doveri. Non ho bandiere, non ho altari. Sono solo. E in questa solitudine sono infinito. Voi mi chiamate delinquente. Io mi chiamo libero. Voi mi chiamate pazzo. Io mi chiamo vivo. Voi mi chiamate mostro. Io mi chiamo uomo. E quando mi ucciderete, riderò ancora. Perché avrete ucciso un corpo, ma avrete liberato uno spirito. E quello spirito continuerà a camminare, a rubare, ad amare, a gridare, a vivere, in ogni uomo che rifiuterà di inginocchiarsi. Perché io non sono un uomo. Sono un’idea. E le idee non muoiono. Sparate, signori. Io sono già altrove.

Questo altrove non è un paradiso metafisico, né un futuro utopico promesso dai profeti del socialismo scientifico. Il mio altrove è qui e ora, nell’attimo vissuto intensamente, nella vertigine dell’azione che non chiede giustificazioni. Voi vivete per il domani, sacrificate il presente sull’altare di un avvenire che non verrà mai. Io vivo nell’eterno presente della mia volontà di potenza. Ogni mio respiro è una sfida all’ordine costituito, ogni mio gesto è una poesia scritta col sangue e col fuoco. Non ho bisogno di masse che mi seguano, non ho bisogno di partiti che mi rappresentino. L’anarchico individualista è un aristocratico dello spirito che disprezza tanto il tiranno quanto il gregge che lo acclama. La mia rivolta non è per l’umanità, concetto astratto e vuoto, ma per me stesso, per la mia unicità irripetibile. Se rubo, è per riprendermi ciò che la vostra società mi ha tolto: la possibilità di godere della bellezza senza dovermi prostituire al lavoro salariato. Se uccido, è per difendere la mia sovranità contro chi vuole impormi le sue catene. Voi chiamate tutto questo crimine; io lo chiamo vita. E la vita, quella vera, quella selvaggia e indomita, non può essere contenuta nei vostri codici penali. Essa straripa, inonda, devasta e feconda. Sono il fiore del male che cresce sul letame della vostra civiltà, e il mio profumo è velenoso per i deboli ma inebriante per i forti. Non temo la morte, perché ho vissuto tanto intensamente da averla già vinta mille volte. La morte è solo l’ultimo atto di una tragedia che ho scritto e recitato da protagonista, senza suggeritori. E quando il sipario calerà, non ci saranno applausi, ma solo il silenzio attonito di chi ha visto passare una cometa e non ha avuto il coraggio di seguirne la scia. Addio, spettri della morale! Io vado verso il sole, verso il nulla creatore, verso l’abisso che mi chiama e che io saluto come un fratello.

Glossario
Crediti
 Renzo Novatore
 Il mio individualismo
  Sezione: Parte finale del testo.
  Pubblicazione in Italia: Marzo 1993
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