L'illusione dell'uguaglianza perfettaLa ricerca dell’uguaglianza perfetta rappresenta una delle utopie più insidiose e corrosive della modernità. Nasce da un ideale nobile e irrinunciabile – l’uguaglianza di diritti, di dignità e di opportunità per ogni essere umano – ma degenera inesorabilmente in una patologia ideologica nel momento in cui trasforma ogni differenza in un’ingiustizia, ogni disparità in un’oppressione da sanare. In questa visione del mondo, la diversità infinita degli individui, la varietà dei loro talenti, la differente intensità delle loro ambizioni, la casualità della loro fortuna e la pluralità dei loro destini non sono più celebrate come una ricchezza, come il sale della vita, ma sono percepite come uno scandalo morale, una crepa intollerabile nell’edificio della giustizia. Se un individuo ha più di un altro – più intelligenza, più bellezza, più successo, più ricchezza – la causa non viene più cercata nel complesso intreccio di merito, lavoro, caso e circostanze, ma viene attribuita a un’unica e onnicomprensiva causa: un privilegio sistemico, un’ingiustizia strutturale, un vantaggio non guadagnato. La logica di questo pensiero è implacabile e totalitaria: per raggiungere una vera e autentica uguaglianza, non è più sufficiente garantire a tutti le stesse opportunità di partenza e rimuovere le barriere discriminatorie; è necessario, e moralmente obbligatorio, garantire a tutti lo stesso risultato all’arrivo. Questa ossessione per l’uguaglianza di risultato è profondamente anti-liberale e, nella sua essenza, disumana. È una guerra dichiarata non all’oppressione dei deboli, ma all’eccellenza dei forti. In questo nuovo ordine morale, il talento diventa un privilegio ingiusto da neutralizzare, l’intelligenza superiore un’arma di oppressione da depotenziare, la bellezza un atto di discriminazione verso i meno attraenti.

Per correggere queste ingiustizie naturali, l’unica soluzione possibile è un sistematico e implacabile livellamento generale verso il basso. Come nella geniale e terrificante distopia di Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron, si tratta di zavorrare i forti, di distrarre i brillanti con rumori assordanti nelle orecchie, di imbruttire i belli con maschere grottesche. L’uguaglianza non è più un diritto, ma un handicap imposto dallo Stato. Il motore psicologico nascosto dietro questa crociata egualitaria non è, come pretende, l’amore per gli umili e i diseredati, ma l’invidia per i grandi e i talentuosi. È il risentimento dei mediocri che, incapaci o non disposti a compiere lo sforzo di elevarsi, cercano di abbassare tutti gli altri al loro livello, per non essere più tormentati dal confronto. Questa invidia, una delle passioni umane più potenti e inconfessabili, viene abilmente mascherata con il linguaggio nobile e inattaccabile della giustizia sociale. Ma il suo obiettivo ultimo non è creare una società più giusta, bensì una società più uniforme, più grigia, più prevedibile; una società dove nessuno possa spiccare, dove nessuna eccellenza possa umiliare gli altri con la sua semplice esistenza. È la pace del cimitero. L’illusione dell’uguaglianza perfetta crea una società inevitabilmente paranoica e punitiva. Ogni successo individuale è guardato con sospetto, analizzato alla ricerca del privilegio nascosto che lo ha reso possibile. Il merito è una nozione da decostruire, una favola reazionaria inventata dai potenti per giustificare il loro dominio e per far sentire in colpa i perdenti. La responsabilità individuale scompare, annegata in un mare di determinismi sociali e strutturali.

In questo mondo, nessuno è veramente responsabile del proprio fallimento, ma, di conseguenza, nessuno è nemmeno pienamente autore del proprio successo. Il risultato è la paralisi dell’iniziativa, la morte dell’ambizione, la fine dell’etica del lavoro. Perché impegnarsi, studiare, rischiare, creare, se il frutto del proprio sforzo sarà comunque considerato illegittimo, redistribuito forzatamente o condannato come un’offesa all’uguaglianza? Questa utopia, inoltre, non può essere realizzata se non attraverso un potere statale immenso, pervasivo e totalitario, un Dispensatore Generale di Handicap che controlla, misura, regola e livella ogni aspetto della vita umana, dalla scuola al lavoro, dalla cultura al tempo libero. Per garantire l’uguaglianza dei risultati, si deve inevitabilmente sacrificare la libertà degli individui. La vera lotta per la giustizia non consiste nell’utopistico e terrificante tentativo di abolire le differenze, che sono la materia stessa della vita. Consiste, invece, nel compito, molto più difficile e realistico, di creare un quadro di leggi e di istituzioni che garantisca che queste differenze naturali e sociali non si trasformino in gerarchie di oppressione insormontabili. Consiste nel creare una società in cui ognuno, con i suoi unici e diversi talenti, abbia la possibilità concreta di fiorire al massimo delle sue potenzialità, qualunque esse siano. L’uguaglianza perfetta non è un sogno di liberazione, ma un incubo di conformità. La sua bellezza non è quella di un giardino variegato, ma quella, monotona e terribile, del deserto.

Crediti
 Autori Vari
  L'analisi decostruisce il masochismo della colpa occidentale. Il rimorso per il passato diventa un'ideologia paralizzante che genera paternalismo e odio di sé, impedendo un'azione costruttiva. Si propone di superare questo sterile vittimismo per abbracciare una responsabilità matura, capace di affrontare le sfide globali senza autoflagellazione.
  Il singhiozzo dell'uomo bianco di Pascal Bruckner. Pubblicato in Italia: Aprile 1984
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