L'immortale irragionevolezza
La formula generale che serve di base ad ogni religione e ad ogni morale si esprime così: «Fai tale o tal altra cosa — allora tu sarai felice! Nell’altro caso…» Ogni morale, ogni religione non è che questo imperativo — io lo chiamo il grande peccato della ragione, l’immortale irragionevolezza. Nella mia bocca quella formula si trasforma nel suo contrario — primo esempio della mia «trasmutazione di tutti i valori»: un uomo ben costituito, un «uomo felice» farà forzatamente certe azioni e temerà istintivamente di commetterne altre, riportandosi al sentimento dell’ordine ch’egli rappresenta fisiologicamente nei suoi rapporti con gli uomini e le cose. Per esprimermi con una formula: la sua virtù è la conseguenza della sua felicità… Una lunga vita, una numerosa posterità, non sono la ricompensa della virtù; la virtù stessa, al contrario è quel rallentamento nella assimilazione e disassimilazione che, tra le altre conseguenze, ha pure quelle della longevità e della posterità numerosa, in una parola quel che si chiama il «Cornarismo». — La Chiesa e la morale dicono: «Il vizio e il lusso fanno perire una razza o un popolo». Per contro la mia ragione ristabilita afferma: «Allorché un popolo perisce, degenera fisiologicamente, i vizi e il lusso» (cioè il bisogno di eccitanti sempre più forti e sempre più frequenti, come li conoscono tutte le nature esaurite) ne sono la conseguenza. Quel giovanotto impallidisce e avvizzisce innanzi tempo. I suoi amici dicono: tale o tal altra malattia ne è la causa. Io rispondo: il fatto di esser caduto malato, di non aver potuto resistere alla malattia è già la conseguenza di una vita impoverita, di un esaurimento ereditario. I lettori di giornali dicono: un partito si rovina a causa di tale o tal altro errore. La mia superiore politica risponde: un partito che commette tale o tal altro errore è agli estremi: esso non possiede più la propria istintiva sicurezza. In un modo o nell’altro, ogni errore è la conseguenza di una degenerescenza dell’istinto, di una degenerazione della volontà: con ciò quasi si definisce ciò che è cattivo. Tutto ciò che è buono proviene dall’istinto — ed è per conseguenza leggero, necessario, libero. La pena è una obbiezione, il dio si differenzia dall’eroe per il suo tipo (nel mio linguaggio: i piedi leggeri sono il primo attributo della divinità).

 
Crediti
 • Friedrich Nietzsche
 • Il crepuscolo degli idoli
 • I quattro grandi errori
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