Annibale CarracciL’individualista non si fa illusioni sulla natura della società che lo circonda. Egli vede chiaramente che l’organizzazione sociale, qualunque sia la sua etichetta politica, tende inevitabilmente a livellare le personalità, a ridurre l’individuo a una semplice unità statistica, un ingranaggio fungibile della grande macchina collettiva. Di fronte a questa constatazione, l’anarchico individualista si pone in uno stato di legittima difesa permanente. Non avendo sottoscritto liberamente alcun contratto sociale, non riconoscendo l’autorità di leggi che gli sono state imposte prima ancora che potesse esprimerne il giudizio, egli si considera sciolto da ogni obbligo morale verso l’istituzione statale e le convenzioni ipocrite della massa. La scuola, la caserma, l’officina, la prigione: ecco le istituzioni attraverso le quali l’ambiente cerca di modellare l’essere umano fin dalla culla, per renderlo servile e utile agli scopi del dominio. Contro questa pressione formidabile, che schiaccerebbe chiunque tentasse di opporvisi a viso aperto con la sola forza dell’onestà ingenua, l’individualista deve sviluppare una strategia di sopravvivenza. Egli non cerca il martirio, che considera una forma di debolezza o di vanità inutile; egli cerca la vita. E per vivere in un mondo che è organizzato contro di lui, deve necessariamente ricorrere a mezzi che la morale corrente, quella fabbricata dai padroni per gli schiavi, condanna ipocritamente. Qui entra in gioco la valutazione realistica dei rapporti di forza. Affrontare il colosso statale o la tirannia dell’opinione pubblica senza protezioni è un suicidio, e l’individualista ama troppo la propria vita per sacrificarla sull’altare di una coerenza astratta che gioverebbe solo ai suoi aguzzini. Pertanto, egli indossa la maschera quando necessario, tace quando parlare sarebbe pericoloso, e agisce nell’ombra quando la luce serve solo a renderlo un bersaglio facile. È in questo contesto di guerra sorda e continua che si giustifica l’uso dell’astuzia, non come fine a sé stessa, ma come scudo necessario per preservare l’integrità del proprio io interiore.

Si è rimproverato agli individualisti anarchici di servirsi dell’astuzia come arma di preservazione individuale nei riguardi della società. Eppure, senza l’astuzia, da parecchio tempo l’autorità li avrebbe annientati o l’ambiente li avrebbe assorbiti. Per sussistere, vale a dire per conservare, prolungare, intensificare, esteriorizzare la sua vita l’individualista, l’al-di-fuori, non può, sotto pena di suicidio, ricusare alcun mezzo di lotta, l’astuzia compresa! alcun mezzo, dico, salvo l’impiego dell’autorità. E ciò sotto pena di trovarsi in istato di inferiorità nei confronti dell’ambiente sociale, il quale mira ad estendere sempre più la sua usurpazione su ciò ch’egli è e su ciò eh egli ha. Chi non giuoca d’astuzia? Forse l’operaio che si guarda bene dallo svelare le proprie idee al padrone; il padrone che sottrae parte del frutto del suo lavoro al proprio operaio; l’affissatore di manifesti sediziosi che li incolla di notte sul muro degli edifici pubblici; il distributore di opuscoli sovversivi che opera con cura onde non farsi sorprendere? No, certo. E perchè del resto sdegnare l’uso dell astuzia? Purché lasciar conoscere l’intiero pensiero proprio agli avversari? Perché aprire il pròprio animo al primo venuto? L’individualista non vive da amico nell’ambiente che lo circonda. Egli, alla Società concede il meno possibile di sé stesso, e per ritrarne quanto più può, dappoiché egli non ha chiesto di nascere e, mettendolo al mondo, si è esercitato a suo riguardo un atto d’autorità irreparabile, che esclude ogni possìbilità di contratto bilaterale.

Da questa posizione di belligeranza latente deriva una concezione dei rapporti sociali radicalmente diversa da quella predicata dalle dottrine altruiste o comunitarie. Se l’individualista usa l’astuzia verso l’ambiente ostile, verso l’Autorità e verso il gregge che la sostiene per ignavia o interesse, ciò non significa che egli sia incapace di lealtà. Ma la sua lealtà è riservata, selettiva, condizionata alla reciprocità. Egli distingue nettamente tra il mondo degli archisti — coloro che vogliono comandare o essere comandati — e il ristretto cerchio dei suoi simili, i camarades, con i quali può stabilire libere associazioni basate su un interesse comune reale e non fittizio. Con l’ambiente sociale, il rapporto è di sfruttamento mutuo: la società cerca di sfruttare l’individuo, e l’individuo, per legittima difesa, cerca di trarre dalla società ciò che gli serve per accrescere la propria potenza vitale, pagando il prezzo minimo in termini di libertà. Non vi è qui alcuna questione di onore nel senso borghese del termine. L’onore, il dovere, il patriottismo, la legalità, sono fantasmi agitati dai potenti per confondere le menti dei sottomessi. L’individualista li scaccia con un gesto di disprezzo. Egli sa che la legalità è solo la forza di un momento codificata in paragrafi, e che il crimine, spesso, è solo il nome che si dà alla resistenza contro l’oppressione. Tuttavia, l’individualista non è necessariamente un criminale nel senso volgare; egli è un al-di-fuori, un a-legale piuttosto che un illegale sistematico. Egli valuta caso per caso se gli convenga aggirare la legge, infrangerla apertamente o simularne il rispetto, avendo come unico criterio il bilancio tra il vantaggio ottenuto e il rischio corso. In questa logica, l’astuzia diviene una virtù suprema, la virtù del debole che non vuole essere schiacciato dal forte, la risorsa dell’intelligenza che si oppone alla forza bruta del numero e del dogma. Non dover rendere conto a nessuno dei propri pensieri, delle proprie azioni, se non a sé stessi e alla propria cerchia di affini: ecco la massima che guida l’anarchico individualista nel labirinto delle costrizioni sociali. Egli cammina tra la folla come uno straniero in terra nemica, vigile, pronto a dissimulare per non essere catturato, ma conservando intatta, sotto il mantello della prudenza, la fiamma della sua unicità irriducibile. E se talvolta egli mente ai rappresentanti dell’autorità, è perché la verità è un dono prezioso che si offre solo a chi è degno di comprenderla, non a chi la userebbe come un’arma per ferire.

Glossario
Crediti
 Emile Armand
 Iniziazione individualista anarchica
  Capitolo: L'individualista e l'ambiente sociale
  Mese e anno di pubblicazione in Italia: Ottobre 2008
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