Tempo fa il ministro Fini, ospite di una trasmissione televisiva (non ricordo quale perché ormai i politici appaiono in tutte, a tutte le ore), volendo stigmatizzare un evento confuso e disordinato, ha detto che in quella data situazione era successo un casino. Apriti cielo. Lettere di protesta ai giornali, indignazione di commentatori benpensanti (che di solito, quando qualcuno pesta loro un piede, non dicono perbacco), richiami alle buone creanze perdute. La reazione mi è parsa esagerata. È pur vero che il termine casino alludeva un tempo a un luogo di malaffare, ovvero a una casa di tolleranza, e pertanto non veniva pronunciato dalle persone educate, le quali al massimo parlavano di postribolo, o lupanare. Ma è altrettanto vero che, ben prima della legge Merlin, il termine era diventato sinonimo di confusione, e in questo senso è ormai registrato da tutti i dizionari. Dunque il ministro Fini ha usato un termine del linguaggio corrente, così come avrebbe potuto dire che l’evento in questione era un pasticcio. Va detto però che l’uso della parolaccia in televisione o sui giornali ha ormai superato il livello di guardia. Non passa sera che in un film, o in un dibattito, non si oda risuonare un cazzo, e la parola merda è ormai sdoganata, usata persino dalle signore della buona società. Ora, io non sono un moralista che si scandalizza per una parola cruda. La letteratura, da Dante a Rabelais, è piena di termini che un tempo si dicevano impuri, e non per questo è meno grande. Il problema è un altro. La parolaccia ha una funzione, direi, fisiologica. Serve a sfogare un’aggressività che, se repressa, potrebbe trasformarsi in violenza fisica, o in nevrosi. Se io mi do una martellata su un dito, gridare poffarre non mi aiuta. Ho bisogno di gridare qualcosa di più forte, di violare un tabù, di offendere una divinità o un valore sociale. Solo così il mio dolore, e la mia rabbia, trovano una via d’uscita verbale e non si trasformano in un impulso a spaccare la testa al mio vicino. Ma affinché la parolaccia abbia questa funzione liberatoria, deve rimanere un tabù. Deve essere una parola proibita, o almeno sconsigliata, che si pronuncia solo in casi eccezionali. Se la parolaccia diventa di uso quotidiano, perde la sua carica eversiva. Se dico cazzo ogni volta che mi cade la penna, che cosa dirò quando mi cadrà una trave sul piede? Il turpiloquio inflazionato perde la sua forza, diventa un tic verbale privo di significato. Cambronne passò alla storia per aver gridato merde! in faccia agli inglesi che gli intimavano la resa a Waterloo (anche se pare che abbia detto: La guardia muore ma non si arrende, frase nobile ma meno efficace). Se Cambronne avesse detto merde ogni mattina vedendo che pioveva, la sua risposta a Waterloo non sarebbe passata alla storia. Sarebbe stata una banale constatazione meteorologica, o un commento sull’umidità del terreno. La perdita del senso del pudore verbale è un segno dei tempi, si dice. Forse. O forse è solo un segno di povertà lessicale. Chi usa sempre le stesse quattro parolacce dimostra di non conoscere le infinite sfumature della lingua italiana, che offre un repertorio vastissimo di termini per insultare, denigrare, o semplicemente esprimere disappunto. Una volta gli adulti evitavano le parolacce, se non all’osteria o in caserma, mentre i giovani le usavano per provocazione, e le scrivevano sulle pareti dei gabinetti della scuola. Oggi le nonne dicono cazzo invece di perdirindindina; i giovani potrebbero distinguersi dicendo perdirindindina, ma non sanno più che questa esclamazione esistesse. Che tipo di parolacce può usare oggi un giovane, per sentirsi appunto in polemica coi suoi genitori, quando i suoi genitori e i suoi nonni non gli lasciano più alcuno spazio per una inventiva scurrilità?
Avevo quindi ripreso una vecchia Bustina, consigliando ai giovani parole desuete ma efficaci come pistola dell’ostrega, papaciugo, imbolsito, crapapelata, piffero, marocchino, morlacco, badalucco, pischimpirola, tarabuso, balengu, piciu, cacasotto, malmostoso, lavativo, magnasapone, tonto, allocco, magnavongole, zanzibar, bidone, ciocco, bartolomeo, mona, tapiro, belinone, tamarro, burino, lucco, lingera, bernardo, lasagnone, vincenzo, babbiasso, saletabacchi, fregnone, lenza, scricchianespuli, cagone, giocondo, asinone, impiastro, ciarlatano, cecè, salame, testadirapa, farfallone, tanghero, cazzone, magnafregna, pulcinella, zozzone, scassapalle, mangiapaneatradimento, gonzo, bestione, buzzicone, cacacammisa, sfrappolato, puzzone, coatto, gandùla, brighella, pituano, pisquano, carampana, farlocco, flanellone, flippato, fricchettone, gabolista, gaglioffo, bietolone, e tanti altri termini bellissimi che lo spazio mi obbliga a tagliare.
Speriamo bene, per la riscoperta dell’idioma gentile.
Carica eversiva: La capacità di una parola o di un atto di rompere le convenzioni sociali e provocare uno shock. Nel testo, è la forza che la parolaccia perde quando diventa quotidiana.
Fisiologica: Riferito a una funzione naturale e necessaria dell’organismo. Qui indica l’uso del linguaggio forte come valvola di sfogo per l’aggressività repressa, evitando reazioni fisiche violente.
Lupanare: Termine colto di origine latina che indica una casa di tolleranza. Viene citato come esempio di linguaggio eufemistico utilizzato dalle persone educate per evitare termini più crudi.
Sdogana: Atto di rendere accettabile o comune qualcosa che prima era proibito o limitato. Si riferisce alla diffusione di termini volgari nel linguaggio delle signore e nei media.
Turpiloquio: Il parlare o scrivere in modo scurrile e volgare. Il testo ne lamenta l’inflazione, ovvero la perdita di valore dovuta a un eccesso di circolazione nel discorso pubblico.
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Capitolo: Caspita!
Mese e Anno di pubblicazione: Aprile 2006
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Parolacce di Vito Tartamella
Un’indagine scientifica e storica sul potere delle parole tabù nella lingua italiana e nel mondo. Il libro esplora la funzione fisiologica dell’insulto, spiegando perché abbiamo bisogno di espressioni forti per scaricare la tensione. Attraverso dati linguistici e curiosità storiche, viene illustrato come il confine del pudore verbale si sia spostato nel tempo, confermando la tesi che un termine, se abusato, perde la sua carica eversiva. È un viaggio affascinante tra l’osteria e l’accademia, perfetto per chi vuole approfondire l’origine di termini come lupanare o le esclamazioni desuete.
Esercizi di stile di Raymond Queneau
Sebbene l’autore sia francese, la celebre traduzione italiana di Umberto Eco rende questo testo un pilastro della creatività linguistica nostrana. Il libro dimostra le infinite sfumature della lingua, raccontando lo stesso banale episodio in novantanove modi diversi. Rappresenta l’antidoto perfetto all’omologazione del linguaggio moderno, offrendo un repertorio vastissimo di registri, dal volgare al ricercato. La lettura stimola quella inventiva scurrilità e quella ricchezza terminologica che il testo analizzato lamenta essere andata perduta tra le nuove generazioni.
























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