Egon SchieleIntervistatore: La morte, che cos’è?
Severino: Per l’Occidente è l’annientamento delle cose e dell’uomo, ma nell’apparire del Destino, la morte è il contenuto di uno dei modi in cui si presenta la follia dell’Occidente, la persuasione di morire è stata inventata dai Greci. Prima dei Greci si muore in modo diverso, perché non si pensa al «niente». Con i Greci si incomincia a morire in modo radicale nel senso che si incomincia a pensare che il morire sia andare nel «niente». Questa è la follia. La morte è uno dei contenuti emergenti della follia. Questo non vuol dire che non si presentino nell’apparire delle cose tutti quei fenomeni che noi diciamo, malattia, decrepitezza arresto, ma anche tutte queste forme sono esse stesse come l’«istante», nulla si annienta, neppure le forme orribili dell’esistenza. Siccome morte vuol dire «annientamento delle situazioni» l’ultimo annientamento è quello della vita nella sua interezza. Quando io divento infelice, muore la felicità, vuol dire che si annienta la felicità. Ecco, quando lei mi domanda che cos’è la morte – rispondo – la morte non è un’oggettività, è l’immagine che si presenta nel sogno della follia, cioè la persuasione di annientarsi, e anche la nascita, che è uscire dal «niente»…
Intervistatore: Ma lei ha paura di morire?
Severino: Come individuo, con la mia storia occidentale nel sangue, come «non verità», anch’io sono impastato della stesa materia di tutti gli altri, quindi, anch’io posso temere la morte. Ma l’individuo non è quello che conosce la verità. Bisogna rovesciare questo concetto che io sono, qui, un fascio di luce che coglie la verità…Sono incluso nell’apparire del destino. L’individuo è «non verità», non può essere santificato, non c’è possibilità di una salvezza dell’individuo in quanto individuo.

Crediti
 Emanuele Severino
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