L'io di ricambio

Ogni personaggio della Recherche, da Swann a Charlus, da Madame de Guermantes a Saint-Loup, perde progressivamente la propria identità, e con essa, irreversibilmente, il proprio fascino, vale a dire la propria illusoria dignità. La metamorfosi è lenta e Proust toglie uno strato di pelle dopo l’altro, fino allo strappo finale, scarnificante, rivelatore della cosa terribile. È uno dei concetti centrali di Proust, l’io non dura, muore ogni giorno così come muoiono i nostri sentimenti, e «non è perché gli altri sono morti che il nostro affetto per loro si affievolisce, ma perché moriamo noi stessi». L’osservazione non basta, in quanto l’abitudine, e l’estensione temporale, rendono invisibile lo sterminio a cui siamo sottoposti. Ecco perché per dirci questo collasso dell’essere, questa evidenza della cosa terribile, insieme a questo susseguirsi di tutti gli «io di ricambio» che cancellano ogni io precedente, Proust si fonda sulla biologia molto più che sulla filosofia, giungendo alla sintesi di sensazione e conoscenza, dove spesso la seconda delude la prima o la rende deforme, la invade, la sforma, la metabolizza distruggendola. Lo esemplifica bene Proust con questo concetto: «L’impressione è per lo scrittore ciò che la sperimentazione è per lo scienziato, con la differenza che nello scienziato il lavoro dell’intelligenza viene prima, nello scrittore dopo». Quando rianalizza i Guermantes, ormai adulto e lui stesso malato, li vede brutti, miserabili, piegati dal tempo, trasformati. Il Narratore osserva, quasi vivisezionandoli e ingrandendone i mutamenti con un potentissimo microscopio biologico e esistenziale, come «in certi esseri la sostituzione progressiva, ma compiutasi in mia assenza, di ciascuna cellula con altre aveva prodotto un cambiamento così totale, una così completa metamorfosi, che avrei potuto pranzare cento volte di fronte a loro in un ristorante senza dubitare d’averli conosciuti in altri tempi più di quanto avrei potuto indovinare la regalità d’un sovrano in incognito o il vizio d’uno sconosciuto». I volti conosciuti delle persone un tempo seducenti sono diventati irriconoscibili, sono simili a ciò che erano, ricordano se stessi ma nessuno è più se stesso, per quanto possa essersi mantenuto bene nessuno può resistere al tempo, né l’individuo né il contesto sociale, perché il tempo «aveva compiuto il suo chimismo anche sulla società». Proprio così, chimismo, che per Proust è una chimica della distruzione attuata sulla carne viva, una sostituzione, all’interno dello stesso individuo, di cloni sempre meno simili all’originale e sempre più deperiti (originale che d’altra parte non è collocabile da nessuna parte se non, forse, nelle illusioni dell’infanzia). Se all’inizio della “Recherche” vi è la leggerezza, i prati fioriti, i campanili e le vetrate, i merletti di pizzo sulle vesti femminili, alla fine è tutta una pesantezza, piombo sotto le suole, giunture malferme, mani e gambe tremanti, sguardi persi. Se dovessimo vedere la vita come una favola sincera da raccontare ai bambini, sarebbe quindi una favola atroce e insensata, dalla culla alla tomba: «lo spettacolo fiabesco in cui vediamo il neonato diventare di atto in atto adolescente, uomo maturo, e curvarsi verso la tomba». Questo accasciamento inevitabile e finale dell’io, questo tragico annullamento dell’individuo, questo nascere e scomparire da nulla a nulla, questo io che morirà di giorno in giorno perdendo il magico mondo incantato e ingannevole dell’infanzia, è ben espresso da Proust svariate volte nella “Recherche“, come quando considera che «l’essere che io sarò dopo la morte non ha ragioni di ricordarsi dell’uomo che io sono dalla mia nascita più di quanto questo non si ricordi di ciò ch’io sono stato prima di essa». Prima non c’era nulla, dopo non ci sarà nulla. Non la memoria, non l’io, un filo teso per poco tempo, da oblio a oblio. È il pensiero immenso, cosmico, universale di Proust e dell’intera “Recherche“: solo una fine, dall’inizio alla fine, e poi come prima, come dopo, il nulla, il non io. L’evidenza della cosa terribile.

Crediti
 • Massimiliano Parente •
 • Pinterest • Toulouse Lautrec  •  •

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