Lo scrittore apre al corpo la lingua
Non scegliere alcun genere artistico, «né prosa o verso/ poesia o racconto» significa, rimanere fedele al pibe Rimbaud della pampa, che per quanto invecchiato e perfino obsoleto nella devastata Buenos Aires degli anni Settanta, tra depressione economica, violenze, colpi di stato, torture e sparizioni, è sempre giovane, «inadeguato»: «così parlo almeno nel ritmo cercato,/Il ritmo arbitrario del progetto senza sostanza,/E scrivo come un principiante, un pivello». Come afferma con efficacia Tamara Kamenszain, amica del poeta e lei stessa poetessa: Simile a quella di Rimbaud, la voce di Osvaldo Lamborghini sembra venire dall’oltretomba. A forza di non scegliere, si mantiene sempre giovane e perviene, grazie al suo dettato giunto dal passato, a dimostrare che tutto ciò che si dice è antico. Come se esistesse una tonalità in grado di dire male, cioè in altro modo, quello che da sempre è scritto in un quaderno a righe. Lo scrittore, «a forza di non scegliere», «si mantiene giovane», «un principiante», «un pivello» sempre alle prime armi. La sua forma poetica perciò non può essere che «una disgrazia passeggera». Ancora più profonda e radicale, tanto da trasformarsi forse nel suo tema, è la non scelta tra «maschio o femmina». El pibe Lamborghini desidera sperimentare nella lingua e attraverso la lingua ogni genere di sessualità: infantile, omosessuale, transessuale. Nel primo caso non siamo di fronte a una semplice regressione, quanto a una volontà di liberare la sessualità dalle sue convenzioni linguistiche: «L’amore esiste: falsi sono i pronomi, lei e lui». Lo scrittore si adopera affinché la lingua si apra al corpo, o, in altre parole, che il piacere, questa creazione adulta chiamata erotismo – con il suo rovescio della medaglia chiamato pornografia – ritorni a essere un godimento infantile, sessuale. Si tratta di un’operazione ardua, di uno scontro violento che deve essere in grado di superare le «offese» che la «rima», «la musica», «i giochi di parole», la grammatica stessa della lingua, tutti nemici sempre in agguato, portano alla leggibilità dell’espressione: «Odio la mia lingua/ questo spagnolo chiuso come il culo di un pupazzo/ odio la mia lingua/ così come odio il mio sesso/ e impararne un’altra non ho mai voluto». Il solo modo di infrangere allo stesso tempo le frontiere della lingua, dei generi e delle età è quello di trasformarsi in «un uccellino, carne sottile e attenta», nel farsi carico di «un modo di pensare/ colpevole e allo stesso tempo/ irresponsabile/ assolutamente irresponsabile/ colpevole e due/ irresponsabile», di accollarsi la scelta, colpevole e irresponsabile, di non scegliere: di esistere poeticamente, come un bambino, prima di ogni lingua, genere o età. Il «luogo di tutte le trasmutazioni», quell’altrove da dove si può entrare in relazione con la poesia non può per Lamborghini coincidere né con l’essere uomo né con l’essere donna, ma nell’essere entrambi, nell’essere prima di ogni distinzione o nell’essere tra, in continuo divenire l’uno o l’altra, passaggio. Per questo può dire: Che cos’é essere una checca? Il contrario di un omosessuale, per cominciare bene. A noi checche non piacciono, per prima cosa, gli uomini. Per, una questione di rigor logico adottiamo nel coito una posizione passiva intendiamoci: non vogliamo essere donne. Ma uomini con la ragna-tela.

Crediti
 Massimo Rizzante
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