Lontani cadaveri luminosi
La giovane Sissi che nel 1854 arriverà alla Corte di Vienna è una ragazzina radiosa, piena di salute: lei stessa si definisce, in una poesia, «figlia del sole». Ma non riuscirà a piegarsi all’etichetta, alla rigidità della vita di corte, ai pesanti obblighi protocollari. S’annoierà al fianco del marito e soffrirà la personalità autoritaria della suocera. Via via s’incupirà, piangerà, rifiuterà il cibo, non parteciperà alle cerimonie ufficiali («Cercava i suoi simili altrove…» rileva Cioran, «chiamava l’Oceano suo confessore, e un albero di Godollo suo confidente»). Sentendosi infelice, diserterà la Corte e soggiornerà sempre più a lungo all’estero: a Madera, a Corfù, in Inghilterra, in Irlanda, poi in Francia, in Italia, in Portogallo, in Algeria, in Svizzera («Trovava normale che tutto un impero fosse in subbuglio per permetterle di trascinare il suo disincanto da un paese all’altro»). I suoi vagabondaggi, il fatto che trascuri i doveri di imperatrice, di moglie, di madre, i suoi capricci, alimenteranno contrasti. Spenderà somme favolose per costruire e arredare residenze personali che non abiterà, o per l’addestramento di cavalli. Una notte, durante una tempesta che colse il suo yacht, si farà legare all’albero maestro «per ammirare la potenza del mare». Tormentata, nevrotica, sola, penserà di continuo alla morte («Tutto le era pretesto», sottolinea ancora Cioran, «per illustrare il suo presentimento della morte…: particolarmente i bei paesaggi. Le stelle le apparivano come ‘lontani cadaveri luminosi’»). Presa nel culto della propria bellezza, per conservare la silhouette osserverà tutta la vita diete draconiane: porterà busti così stretti da divenire strumenti di tortura; divorata dall’irrequietezza, s’imporrà quotidianamente ore di ginnastica svedese, marce spossanti, esercizi di scherma. Negli ultimi anni, adottata definitivamente una dieta lattea, si porterà appresso una capra per esser sicura di disporre sempre di latte fresco. Elisabetta visse come incatenata davanti alle forze oscure della propria interiorità.

Alle scogliere non è data tanta felicità. Contro di loro va a infrangersi la luce. Io sono come uno scoglio. E la luce non osa avvicinarsi a me. E se pure venisse – vi sono tenebre davanti alle quali ogni raggio di luce si dissolve, poichè esse succhiano tutta la luce e non la restituiscono più.

Elisabetta d’Austria, dai Fogli di dario di Constantin Christomanos

Non voglio minimizzare le sue delusioni e le sue vicissitudini, ma non penso che abbiano avuto un ruolo fondamentale. Sarebbe stata delusa in qualsiasi circostanza, era nata delusa. Pensi a quelli che usano l’ironia, che vi ricorrono di continuo. Da dove viene questa ironia? Non ha una causa esterna, è interna, è proprio dentro di loro. È dal più profondo di un essere che promana il bisogno di distruggere illusioni e certezze, fattori del falso equilibrio sul quale risposa l’esistenza. «La follia è più vera della vita» ha detto l’imperatrice, e sarebbe potuta arrivare a questa conclusione anche senza il contributo di una sola delusione. Perché amava tanto i buffoni di Shakespeare? Perché, ovunque andasse, visitava i manicomi? Aveva una passione spiccata per tutto ciò che è estremo, per tutto ciò che si discosta dal destino comune, per tutto ciò che è ai margini. Sapeva che in lei covava la follia, e forse questa minaccia la lusingava. Era sostenuta, guidata dalla consapevolezza della sua singolarità, e le tragedie che si sono abbattute sulla sua famiglia non hanno fatto che favorire la sua risoluzione di allontanarsi dagli esseri umani e di fuggire i suoi doveri, offrendo così al mondo un raro esempio di diserzione…

Crediti
 • Emil Cioran •
  • Intervista con Verena Von Der Heyden-Rynsch •
 • SchieleArt •   •  •

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