Jacques Camatte, nel suo Il capitale totale, affronta l’origine del capitale non come un fenomeno meramente economico, ma come un processo storico e sociale che segna una rottura fondamentale nella relazione tra l’uomo e il suo lavoro. Il capitale, secondo Camatte, emerge dalla separazione tra il lavoro e la proprietà dei mezzi di produzione, un movimento che affonda le sue radici nella dissoluzione delle comunità primitive e nell’affermazione di una dinamica di dominio. Questa separazione non è casuale né neutrale: è il risultato di un lungo processo storico in cui le forze produttive vengono strappate dalle mani di chi le utilizza, trasferendo il controllo a una classe che trasforma il lavoro in una funzione subordinata alla propria accumulazione di ricchezza.
Nelle società precapitalistiche, il lavoro era spesso integrato in una struttura comunitaria in cui i mezzi di produzione – la terra, gli strumenti, le conoscenze – erano condivisi o almeno accessibili a chi li impiegava. Con l’avvento del capitale, questa relazione organica si spezza. Camatte sottolinea come il passaggio alla proprietà privata non sia stato un’evoluzione naturale, ma un atto di violenza simbolica e materiale. La recinzione delle terre comuni in Europa, ad esempio, nota come enclosures, rappresenta un momento emblematico di questa separazione: i contadini vengono espropriati, privati dei mezzi per sostentarsi autonomamente, e costretti a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere. È qui che il capitale inizia a configurarsi non solo come un’entità economica, ma come una relazione sociale che ridefinisce l’esistenza umana.
Questa genesi del capitale non si limita a un cambiamento materiale. Camatte insiste sul fatto che essa implica una trasformazione antropologica profonda. Quando il lavoratore viene separato dai mezzi di produzione, perde anche il controllo sul frutto del proprio lavoro. Il prodotto del suo sforzo non gli appartiene più: diventa una merce, un’entità alienata che circola nel mercato secondo logiche che sfuggono al produttore. Questa alienazione è il cuore dell’analisi di Camatte: il capitale non si limita a sfruttare il lavoro, ma lo svuota di significato, riducendo l’uomo a una mera appendice del processo produttivo. La separazione diventa così il fondamento su cui il capitale costruisce il suo potere, un potere che si autoalimenta attraverso l’espansione continua delle sue dinamiche.
Storicamente, Camatte collega l’origine del capitale all’emergere di una classe dominante che monopolizza i mezzi di produzione, trasformandoli in strumenti di accumulazione. Questo processo non è lineare né uniforme: si sviluppa attraverso crisi, conflitti e resistenze. Tuttavia, il risultato è sempre lo stesso: il lavoro umano viene sussunto sotto il capitale, che si presenta come una forza apparentemente ineluttabile. Camatte rifiuta l’idea che il capitale sia un’entità neutrale o un semplice strumento economico: per lui, è una logica che si emancipa dai suoi creatori, diventando un soggetto autonomo che plasma la società a sua immagine.
Un aspetto cruciale della riflessione di Camatte è il legame tra questa separazione originaria e la disumanizzazione progressiva dell’individuo. Separando il lavoratore dai mezzi di produzione, il capitale non solo lo priva della sua autonomia economica, ma lo sradica dal suo contesto sociale e culturale. Le comunità tradizionali, basate su relazioni di reciprocità e interdipendenza, vengono distrutte per lasciare spazio a un sistema in cui l’individuo è isolato, ridotto a un’unità produttiva intercambiabile. Questo isolamento è funzionale al capitale: un lavoratore privo di legami è più facilmente controllabile, più facilmente integrabile in un meccanismo che non tollera resistenze.
L’origine del capitale, quindi, non è solo un evento storico, ma l’inizio di un processo che continua a evolversi. Camatte vede in questa separazione il germe di tutte le contraddizioni del capitalismo: l’alienazione, lo sfruttamento, la distruzione delle relazioni umane e naturali. È un processo che, una volta avviato, si perpetua attraverso l’accumulazione e l’espansione, trasformando ogni aspetto della vita in una funzione del capitale stesso. In questo senso, l’analisi di Camatte non è solo una diagnosi del passato, ma una chiave per comprendere il presente: il capitale, nato dalla separazione, continua a riprodurla su scala sempre più vasta, rendendo la riconnessione tra lavoro e mezzi di produzione un’utopia sempre più lontana.
*Il capitale totale* è un saggio di Jacques Camatte che critica il capitalismo come forza totalizzante. Colonizzando vita, lavoro e natura, annulla il progetto umano di autenticità e libertà. Propone una rottura radicale per superare il sistema, oltre riforme o ideologie, verso una società non alienata.
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