L’orrore dell’altro me stessoSotto la tensione che mi causava questa maledizione incombente e in conseguenza della veglia continua a cui mi costringevo, ben al di là di quanto credevo possibile a creatura umana, mi ridussi a un povero essere consumato e svuotato dalla febbre, debole e infiacchito nel corpo e nella mente, ossessionato da un unico pensiero: l’orrore dell’altro me stesso. Ma quando dormivo o quando l’effetto della droga si esauriva, senza quasi accorgermi, cadevo preda di una fantasia gremita di immagini terrificanti, di un animo ribollente di odi immotivati, di un corpo incapace di contenere le impetuose energie vitali. La forza di Hyde sembrava accrescersi con l’indebolimento progressivo di Jekyll. E senza dubbio l’odio che ormai li separava era sentito da entrambi in ugual misura. Per Jekyll si trattava di istinto di conservazione. Ormai conosceva la mostruosità dell’essere con cui condivideva alcuni fenomeni della vita cosciente e di cui sarebbe stato compagno nella morte; e al di là di questi comuni legami, che di per sè stessi costituivano l’aspetto più orribile della sua disperazione, concepiva Hyde, nonostante tutta l’energia vitale, come un fenomeno inorganico oltre che come creatura demoniaca. Ed è proprio questa la cosa più sconvolgente: che la melma della fogna potesse gridare e parlare, che l’amorfa polvere fosse in grado di gesticolare e commettere peccati, che ciò che era morte e non possedeva forma potesse usurpare le funzioni della vita. E ancora: che quell’essere orrendo e ribelle gli fosse avvinto più di una moglie, parte di sè quanto un occhio, imprigionato nella sua stessa carne dove lo sentiva brontolare e agitarsi nel tentativo di venirne alla luce; che in ogni momento di debolezza e nell’abbandono del sonno potesse prevalere su di lui e sottrargli la vita.