
Il carso è un paese di calcari e di ginepri. Un grido terribile, impietrito. Macigni grigi di piova e di licheni, scontorti, fenduti, aguzzi. Ginepri aridi.
Lunghe ore di calcare e di ginepri. L’erba è setolosa. Bora. Sole.
La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato.
Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri centomila.
Ma se una parola deve nascere da te – bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera.
Premi la bocca contro la terra, e non parlare.
La notte; le stelle impallidenti; il sole caldo; il tremar vespertino delle frasche; la notte. Cammino.
Dio disse: Abbia anche il dolore la sua pace. Dio disse: Abbia anche il dolore il suo silenzio. Abbia anche l’uomo la sua solitudine.
Carso, mia patria, sii benedetto.

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