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Un processo assomiglia a un dramma in quanto che dal principio alla fine si occupa del protagonista, non della vittima.

Siamo a Gerusalemme, in un’aula di tribunale che ha visto il primo processo per crimini contro l’umanità dopo quello di Norimberga, e il protagonista di cui si dice è Adolf Eichmann, colui che dovrà rispondere di quindici imputazioni, avendo commesso, “in concorso con altri”, crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra sotto il regime nazista. Ci siamo dicevo, perché è questa la sensazione che si ha aprendo il libro: “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme” di Hannah Arendt. Sarà che anche la stessa filosofa era presente al processo ma, come inviata del “The New Yorker”, e sarà proprio questo reportage, riveduto e ampliato, che tornerà a circolare come libro e, con esso, qualcosa più di questo: una presenza, una testimonianza, ma soprattutto una riflessione, che mai si distacca dal materiale attinente al processo, tant’è che sarà la stessa Harendet a definirlo una “corrispondenza”.

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Un trattato tutto da leggere questo della Harendet, che già prima di uscire suscitò forti polemiche… e non si può non sentire come una specie di emozione mentre ci accingiamo alla lettura, poiché sappiamo, che da lì a poco, assisteremo a quello che fu un evento eccezionale: per la prima volta, un nazista è processato dagli stessi ebrei, parte lesa, in un loro tribunale ovviamente. E inoltre, sarà questo uno dei processi che resterà nella Storia, del popolo ebraico, certamente – in quanto, sarà l’occasione di una svolta nella storia dell’Olocausto per la costruzione di una nuova identità nazionale dello Stato di Israele, nella memoria comune della Shoah – ma anche la nostra, poiché, tutta l’umanità passa attraverso il processo di quest’uomo, nelle riflessioni della Harendet. E non può mancare, un certo turbamento, nel muovere fra queste pagine, che mentre attraversiamo ci attraversano, per una scrittura che non solo riporta i fatti e i dialoghi come si sono svolti, ma che diventa decisamente incisiva e senza sconti, quando si trova a tu per tu, con quello o con chi dovrebbe essere, il simbolo di un male senza precedenti. E il passaggio dall’inumano creduto e sentito, all’umano effettivo, sarà questione di un attimo.

Il processo ad Eichmann diede occasione a molti di riflettere sulla natura umana e dei movimenti del presente. Eichmann tutto era fuorché anormale: era questa la sua dote più spaventosa. Sarebbe stato meno temibile un mostro inumano, perché proprio in quanto tale rendeva difficile identificarvisi. Ma quel che diceva Eichmann e il modo in cui lo diceva, non faceva altro che tracciare il quadro di una persona che sarebbe potuta essere chiunque: chiunque poteva essere Eichmann, sarebbe bastato essere senza consapevolezza, come lui.

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Laddove ci si aspetterebbe o si vorrebbe vedere il mostro, si scopre l’umano, e questo, non senza sconvolgere la stessa filosofa che comunque avanza e, in generale quegli animi, che invece si arrestano, non accettando quel male come loro simile, e ciò, fa da sottofondo ad altre spinose questioni relative al processo, da cui scaturisce la feroce polemica nei confronti di questo libro. È che per assurdo che sia, si vorrebbe che tutto restasse com’è, secondo un pensiero comune, alimentando quel farsi male, quando non è male al prossimo tuo come te stesso, che in questo caso, cade preciso, poiché, sempre va dallo stesso allo stesso, sembra soltanto altro, come il male del resto, che trova proprio per ciò, facile via di accesso. A questo punto, si capisce pure, come “comprendere” sia un verbo statico, che si fa compresso o già compreso, poiché, si mette giusto in moto, quel poco e perlopiù in automatico, nel circolo delle cose note, laddove comprendere non è mai di certo, mettersi in discussione. Ciò che resta, è la polemica come solo sistema difensivo, per sviare un’attenzione che, a questo punto si capisce, è già labile in sé ormai. Ma il male nel male è stato smosso, e chi vuole, può vedere lo scacco che bene e male danno al nostro giudizio, mischiandosi tra loro, tanto che diventa complicato dire dove inizi l’uno e finisca l’altro e, come entrambi siano così ben distribuiti, tanto da rendere arduo quel giudizio o comunque localizzarli in un punto preciso, che sia un individuo e figuriamoci una razza.

…la verità era che sia sul piano locale che su quello internazionale c’erano state comunità ebraiche, partiti ebraici, organizzazioni assistenziali. Ovunque c’erano ebrei, c’erano stati capi ebraici riconosciuti, e questi capi, quasi senza eccezioni, avevano collaborato con i nazisti, in un modo o nell’altro, per una ragione o per l’altra. La verità vera era che se il popolo ebraico fosse stato realmente disorganizzato e senza capi, dappertutto ci sarebbe stato caos e disperazione, ma le vittime non sarebbero state quasi sei milioni.

Pochi giorni prima della data fatale un agente marittimo tedesco, Duckwitz, aveva rivelato tutto il piano al governo danese, che a sua volta si era affrettato a informare i capi della comunità ebraica. E questi, all’opposto dei capi ebraici di altri paesi, avevano comunicato apertamente la notizia ai fedeli. […] L’aspetto politicamente e psicologicamente più interessante di tutta questa vicenda è forse costituito dal comportamento delle autorità tedesche insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che giungevano da Berlino. A quel che si sa, fu questa l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta […] Avevano urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro “durezza” si era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur timido, di un po’ di vero coraggio.

Se ne esce certo un po’ frastornati, magari lesi in quel giudizio, che d’ora in poi – lo si spera – si conceda quello iato che consente alle cose di restare unite, piuttosto che allontanarle giudicando appunto, poiché, sono le stesse che ci attraversano tutti e continueranno ad attraversarci, a meno che, quell’ essere non sia lo stesso pensiero che ogni cosa include e nessun giudizio divide. La stessa giustizia appartiene alle cose dunque, e non al nostro giudizio che è sempre e solo di parte e, ci si astenga o no dal giudicare, giustizia sarà comunque in quell’ordine delle cose che a noi possono solo sfuggire, come lo stesso male sfugge ad ogni nostra condanna e sua esecuzione.

Adolf Eichmann andò alla forca con gran dignità. […] Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere un Gottgläubiger, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò.” Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l’orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l’ultimo scherzo: egli si senti “esaltato” dimenticando che quello era il suo funerale. Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.

Eichmann è andato, ma non dimentichiamo, che era male solo per la parte che subiva ciò che dall’ altra era bene, e proprio per efficienza e obbedienza, così richieste e apprezzate da entrambe le parti. La differenza la fa, solo chi tiene in conto il proprio cervello, piuttosto che devolverlo all’ obbedienza cieca, la stessa, che oggi si ottiene con modi più blandi e piacevoli, ma sempre farà sì, che si passi da un’obbedienza innocua, quasi innocente per non dire inconsapevole, dove a quanto pare, si nuoce solo a se stessi ma, sono appunto quegli stessi a preparare il terreno, a quella che sarà o potrà comunque sempre essere: un’obbedienza decisamente criminale.

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Quella lontananza dalla realtà e quella mancanza di idee, possono essere molto più pericolose di tutti gli istinti malvagi che forse sono innati nell’ uomo. Questa fu la lezione di Gerusalemme. Ma era una lezione, non una spiegazione del fenomeno, né una teoria.

Hannah Arendt, filosofa, storica e scrittrice ebrea tedesca, naturalizzata statunitense. La privazione dei diritti civili e la persecuzione subite in Germania a partire dal 1933 a causa delle sue origini ebraiche, unitamente alla sua breve carcerazione, contribuirono a far maturare in lei la decisione di emigrare. Il regime nazista le ritirò la cittadinanza nel 1937; Hannah Arendt rimase quindi apolide fino al 1951, anno in cui ottenne la cittadinanza statunitense.

Crediti
 • Anna Maria Tocchetto •
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