Mappa della sconfitta della destra venezuelana
In questo momento la destra dovrebbe stare, secondo i loro calcoli, in una posizione di forza en in maniera del tutto diversa. O seduta al Palazzo di Miraflores, o nel dispiegamento di un governo parallelo combinato con dimostrazioni di massa e azioni violente, includendo i militari. Si era sollevata la scommessa a “tutto o niente / ora o mai più“, e ora si trova in una disputa interna per vedere come seguire, e non finire peggio di quando hanno cominciato la scalata dei cento giorni.

È successo quanto di solito accade: si sono sbagliati nella loro analisi. Hanno sovrastimato la propria forza e sottovalutato il chavismo, lessero in modo errato lo stato d’animo delle masse, calcolarono male le coordinate del campo di battaglia. E nelle battaglie le responsabilità sono collettive ma differenziate: il peso maggiore ricade sui generali – così l’insegna, tra tanti, il libro “La strana disfatta” di Marc Bloch. Perché c’è stata una sconfitta, tattica nel quadro di un equilibrio instabile e protratto, ma comunque sconfitta, e ciò porta cambiamenti, fatture, fughe precipitose e cambi di posizioni.

Perché hanno valutato in maniera sbagliata le condizioni per la presa del potere in modo violento? Si combinano diversi elementi. In primo luogo, la posizione di classe della sua dirigenza. La direzione del movimento è stato ed è nelle mani di uomini e donne della borghesia, l’oligarchia, quadri per lo più di classe medio-alta, formatasi in quella politica e immaginaria. Sarebbe falso dire che non hanno sviluppato strutture in alcune zone popolari, ma sono carenti di direzione e sono minoritarie. A questi elementi si aggiunge un ulteriore aggravante per i loro calcoli: una parte della loro dirigenza, sia venezuelana che nordamericana, si trovano all’estero, in particolare negli Stati Uniti, a Maiami.

Queste letture, segnate da una distanza di classe e di paese, si allargarono per l’effetto boomerang da una delle loro forze: i social network. Hanno assunto che le dinamiche espresse nelle varie reti sociali erano rappresentative dello stato d’animo della maggioranza. Pensarono che la capacità schierata -con milioni di dollari- in twitter, facebook, instagram, youtube, era ciò che realmente esisteva, che la radicalità espressa attraverso questi mezzi era veramente la radicalità popolare.

Facendo così credevano che il governo era a una spinta per farlo cadere, che il sostegno popolare al governo era una minoranza e tra le corde, che le masse scontente accompagnarebbero la loro chiamata in piazza per mandare via il regime e che la loro forza aveva la capacità di schierarsi fino a raggiungere alla massa pluriclassista e nazionale necessaria. Questa combinazione di elementi avrebbe avuto, a sua volta, incidenze sui fattori politici e istituzionali del chavismo, che, vedendo l’inarrestabile ascesa delle masse nel chiedere elezioni generali si sarebbero schierati con l’opposizione. È solo successo con il procuratore generale e alcuni dirigenti intermedi puntuali – ma non era così da parte delle masse, ma solo per calcolo e acquisto politico. La parte più importante della loro strategia erano le Forze Armate Nazionali bolivariane: ma non fece una piega.

Questi calcoli hanno portato a sostenere l’ipotesi dell’uscita violenta per oltre un centinaio di giorni. Punti chiave come l’annuncio che sarebbe stato eletto il prossimo presidente nelle elezioni primarie. L’aveva proclamato l’oppositore di Acción Democrática Ramos Allup, il primo a dire, poi, che avrebbe partecipato alle elezioni regionali. Tra un annuncio e l’altro erano trascorsi quindici giorni, e nel mezzo una data fondamentale: la vittoria elettorale del 30 luglio, con oltre 8 milioni di voti contro la violenza dell’opposizione e il supporto per una soluzione democratica nelle mani del chavismo. La destra disconosse pubblicamente i risultati, ma il suo impatto era innegabile, aprendo un rimescolamento di posizioni e un cambiamento tattico in sviluppo.

Le conclusioni sono state l’inversione delle sue premesse: il chavismo non fu abbattuto e diede una lezione storica: i settori popolari osservavano da lontano la dirigenza dell’opposizione e rifiutarono la violenza; la loro forza – composta nella loro base sociale estesa, gruppi d’urto e settori paramilitari – non sono riusciti a rompere il quadro avversario. Prendere il potere con la forza è insostenibile con quelle coordinate. Poi caddero uno dopo l’altro gli annunci attesi: la partecipazione alle elezioni sotto l’ordinamento dello stesso potere elettorale che accusavano come illegale, illegittimo e fraudolento. Freddy Guevara, di Voluntad Popular, e ha già annunciato, riconoscendo, che la strada è quella elettorale.

Alcuni ancora non si sono pronunciati, prodotto di disaccordi, incapacità per una disputa elettorale – come Maria Corina Machado – tensione con base sociale defraudata alla quale era stata promessa un potere imminente per annunciare cento giorni dopo la via elettorale, e una crisi interna. Questi mesi di escalation riconfigurarono la mappa interna della destra, che sembra composta di tre settori che, anche se in possesso di diversi posizioni -per pragmatismo o convinzione – non sembra avere i confini ben chiari.

  1. In primo luogo è formato da storici partiti di destra, come Acción Democrática guidata da Ramos Allup, che, anche se ha accompagnato l’escalation alla violenza, la sua scommessa risiedeva nella strategia dell’usura del governo – in particolare per l’effetto di attacchi economici – per accumulare in voti il malcontento popolare, e scommettere su vittorie elettorali.
  2. Il secondo è diretto, per esempio, da Voluntad Popular e Primero Justicia – i cui dirigenti non sono stati inabillitati a candidarsi – e furono coloro che hanno puntato sulla forza, lavorando nella conformazione/finanziamento/addestramento di gruppi di urto, ed erano vincolati direttamente con settori paramilitari.
  3. Il terzo gruppo è quello che si autodefinisce come “resistenza” e si era moltiplicato con diversi nomi a seconda della zona del paese. Il loro discorso fu il rifiuto per il tradimento dei dirigenti che hanno accettato di andare alle elezioni, la necessità di dell’escalation sul confronto di strada e la rivendicazione degli atti di violenza – come ad esempio gli attacchi il giorno delle elezioni. I loro spazi comunicazionali sono centralmente i social network e Miami. È difficile sapere se si tratta di un processo spontaneo, o se la “resistenza” fu creata per dispiegare azioni programmate, ad esempio, per il secondo settore, sotto un’altra identità. Quanti sono, chi sono? Secondo le loro stesse dichiarazioni maiameras, sono gruppi sparsi che non hanno alcun centro di comando.

Da questa analisi si può comprendere per esempio l’azione di domenica scorsa al Fuerte Paramacay. Non si tratta, come gli attacchi alle caserme durante i mesi di maggio/giugno/luglio come misure e nel contesto di un’escalation che cerca di prevaricare, nell’offensiva. Sembrerebbe piuttosto un tentativo di mantenere le misure di grande impatto – con forti ripercusioni a livello internazionale – con la preparazione di gruppi più radicali. La responsabilità per il fatto deve essere ricercata nel terzo settore, che sembra essere vincolato, sotto tavola, al secondo e ai dirigenti della destra come senatore degli nordamericano Marco Rubio. Probabilmente proveranno più azioni come questa, o maggiori. Ci sono segni di disperazione, che possono portare violenze e scommesse più radicali.

In questo quadro si devono aggiungere le due principali linee di forza della destra: l’economica e il fronte internazionale. Nel primo caso si è visto dopo il 30 luglio che ci fu un attacco frontale sulla moneta per aumentare rapidamente il dollaro parallelo. L’obiettivo era quello di sparare in alto i prezzi, logorare la popolazione, allontanarla in tal modo dal governo, aggravando il quadro di difficoltà materiale, cercando di soffocare tutti i quotidiani delle classi popolari. Per quanto riguarda l’aspetto internazionale, l’escalation continua ed è diretta dagli Stati Uniti, con il supporto di Colombia e governi subordinati della regione.

Il risultato è che la destra è tornata a dipendere da due strategie che esprimono la loro incapacità. Una è colpire alla popolazione per portarla alla disperazione e cercare di tradurre questa situazione in voti. L’altra è quella di richiedere un intervento degli Stati Uniti mascherata come necessaria. Questa realtà è un segno di debolezza e non di forza.

L’elezione del 30 luglio è stata una vittoria tattica del chavismo. Quella nuova situazione dentro un equilibrio instabile ha portato all’interno della destra che ha furiosamente sbagliato nella sua analisi del campo di battaglia. Questo vantaggio chavista deve essere tradotto in azioni urgenti. La principale è quella, oltre quella della giustizia, l’economica, e, si sa, l’economia è concentrazione di politica. È qui che sembra ci sia la sfida centrale della rivoluzione.

Crediti
 • Marco Teruggi •
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