Albert Watson
In quel tempo i Malavoglia erano ancora in fiore, e il loro molo a Trezza pareva un porto sicuro per chiunque avesse bisogno di un consiglio o di una mano forte. Ma la fortuna, si sa, gira come la macina del mulino, e nessuno sapeva che la Provvidenza, carica di lupini, stava per incontrare il suo destino in mezzo al mare. Alfio Mosca, intanto, continuava a fare la sua vita solitaria tra il carro e la stalla. La Vespa, che era nipote di zio Crocifisso e aveva un pezzetto di terra al sole, gli faceva l’occhio dolce ogni volta che lo vedeva passare, e gli gridava dal ballatoio: O compar Alfio, quand’è che lo aggiustiamo questo matrimonio?. Ma Alfio scuoteva il capo e frustava l’asino, perché il suo cuore guardava altrove.

Però Alfio Mosca non ci pensava nemmeno alla Vespa, e se ci aveva qualcheduna per la testa, era piuttosto comare Mena di padron ‘Ntoni, che la vedeva ogni giorno nel cortile o sul ballatoio, o allorché andava a governare le bestie nel pollaio, e se udiva chiocciare le due galline che le aveva regalato si sentiva una certa cosa dentro di sé, e gli sembrava che ci stesse lui in persona nel cortile del nespolo, e se non fosse stato un povero carrettiere dal carro dell’asino, avrebbe voluto chiedere in moglie la Sant’Agata, e portarsela via nel carro dell’asino. Come pensava a tutto ciò si sentiva in testa tante cose da dirle, e quando poi la vedeva non sapeva come muover la lingua, e guardava il tempo che faceva, e le parlava del carico di vino che aveva preso per la Santuzza, e dell’asino che portava quattro quintali meglio di un mulo, povera bestia.

Mena l’accarezzava colla mano, la povera bestia, ed Alfio sorrideva come se gliele facessero a lui quelle carezze. Povera bestia! ripeteva lei, com’è stanca!. Alfio allora si faceva coraggio e rispondeva: È come me, comare Mena, che vado sempre per le strade al sole e alla pioggia, e non ho mai un posto dove riposare il capo se non sul carro o nella stalla. Mena abbassava gli occhi e continuava a cucire, mentre il sole tramontava dietro le case di Trezza, tingendo ogni cosa di rosso. Voi almeno andate per il mondo, diceva lei dopo un po’, e vedete tante cose nuove, mentre noi stiamo sempre qui, come il nespolo del cortile.

Il mondo è grande, comare Mena, replicava Alfio, ma chi non ha nulla non trova posto in nessuna parte. Se io fossi un signore, come quelli che passano in carrozza sulla strada di Catania, allora sì che il mondo sarebbe bello! Ma per un povero carrettiere come me, le strade sono tutte uguali, piene di polvere e di sassi. Mena lo guardava con un certo senso di pietà, perché sentiva che quel ragazzo era buono e lavoratore, proprio come suo fratello ‘Ntoni prima che partisse per il soldato. La roba non dà la felicità, mormorava lei, mio nonno dice sempre che chi si contenta gode, e che Dio pensa a tutti.

Vostro nonno è un uomo saggio, diceva Alfio sospirando, e i Malavoglia hanno la casa del nespolo e la barca in mare. Voi siete una regina, comare Mena, e troverete un marito che vi darà tutto quello che meritate. Io invece… io ho solo questo asino e questo carro. Mena sentiva un nodo alla gola e non sapeva cosa rispondere. Avrebbe voluto dirgli che a lei non importava della roba, che le bastava vedere quel sorriso onesto ogni sera alla fine della giornata, ma le parole restavano chiuse nel cuore, perché una ragazza per bene non deve fare il primo passo, e poi padron ‘Ntoni aveva già altri progetti per lei, progetti che parlavano di sensali e di doti consistenti.

L’ombra si allungava nel cortile e la chioccia chiamava i pulcini sotto le ali. Ora devo andare, disse Alfio prendendo le redini, il vino della Santuzza non aspetta, e domani devo essere presto sulla strada di Lentini. Dio v’accompagni, compar Alfio, rispose Mena restando sulla porta. Restò a guardarlo finché il carro non disparve dietro la svolta della chiesa, ascoltando il rumore dei sonagli che si affievoliva nel silenzio della sera. Le sembrava che una parte della sua vita se ne andasse con quel carretto cigolante, e si sentiva più sola, nonostante la casa fosse piena di gente.

Padron ‘Ntoni, dall’alto della scala, la chiamò: Mena, entra dentro, che l’aria della sera fa male. Hai pensato a mettere l’acqua per la minestra?. Sì, nonno, rispose lei con un filo di voce, e rientrò nell’oscurità della cucina, dove il fuoco brillava appena sotto la cenere, portandosi dietro il ricordo di quegli occhi stanchi e di quelle mani callose che avevano accarezzato l’asino come se stessero accarezzando un sogno impossibile. La vita a Trezza scorreva così, tra i bisogni della roba e i sospiri del cuore, e nessuno poteva sapere che presto tutto sarebbe cambiato, e che il carro di Alfio Mosca sarebbe tornato un giorno, ma senza più la gioia di trovare il cortile del nespolo fiorito come una volta.

Glossario
Crediti
 Giovanni Verga
 I Malavoglia
  Pubblicato nel 1881
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