Michel Foucault e la letteratura: tra ipotesi di finzione e ipotesi di realtà


Discutendo de L’archeologia del sapere di Michel Foucault, Gilles Deleuze suggerisce:

Può darsi che in quest’archeologia Foucault faccia il poema della sua opera precedente, e raggiunga il punto in cui la filosofia è necessariamente poesia, vigorosa poesia di ciò che è detto, contemporaneamente poesia del non senso e poesia dei sensi più profondi. In un certo modo Foucault può dichiarare di non aver mai scritto che opere di finzione: poiché gli enunciati somigliano a dei sogni, e, come in un caleidoscopio, tutto cambia a seconda del corpus considerato e della diagonale tracciata. Ma, d’altra parte, egli può dire anche di non aver mai scritto altro che il reale e con il reale, poiché nell’enunciato tutto è reale, e ogni realtà vi è manifesta.

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Scavando in questa nota è possibile reperire un’ambivalenza che forse struttura in maniera decisiva l’intera opera di Foucault, nell’ampia e mobile localizzazione costituita dal rapporto che il filosofo intrattiene con la letteratura, ossia in quello spazio circoscritto eppure mai statico dell’edificio del suo pensiero in cui possiamo situare le disposizioni che lo portano a pensare in un certo modo le opere di finzione nella loro singolarità e nel loro fondamento generale. È proprio di tale rapporto che il libro “La grande straniera. A proposito di letteratura” intende dibattere, già a partire dal titolo.

Tralasciando gli altri e pur importanti interventi raccolti,  (interventi che da parte loro si soffermano, tra gli altri, su autori universali quali Artaud, Shakespeare e Cervantes), qui ci soffermeremo  sulla conferenza tenuta su Sade. Nella lunga ermeneutica sadiana d’oltralpe, a partire soprattutto dalle pagine febbrili di Juliette e Justine, il nostro filosofo discute dell’opera del divin marchese esattamente in termini di rottura, di «battaglia contro l’egemonia del senso». Ne viene fuori che l’opera dello scrittore francese non è un manifesto del libertinaggio le cui ragioni stanno nell’analisi, nella promozione e nella diffusione di una sessualità svincolata dalle pastoie della morale e del vivere cortese.    Essa rappresenta invece un disegno più esteso che, ponendo il desiderio in relazione con la verità, discute di legge, di Dio, dell’uomo e delle sue convivenze. Quello di Sade appare dunque come un tentativo feroce di definire fratture tramite una leggibile e piuttosto coerente proposta in cui a partire dal detto letterario, prima ancora che da altre azioni concrete, si cerca di dar vita a uno sguardo di ordine filosofico desideroso di posizionarsi finanche sul pianale spinoso dell’etica: la pratica della scrittura, in questo processo, acquisisce un valore decisivo in quanto atto che lo caratterizza a fondamento. Infatti, sottolinea Foucault, Sade è uno che «prende la scrittura sul serio». Nelle sue pagine, frutto di un lavoro massimalista e recluso, spesso castigato dal giogo costante dell’Ancien Régime, spesso fonte di carcerazioni più o meno lunghe, la scrittura si dà uno specifico compito: pervertire il reale fino ad arrivare al punto da ricadere sulla realtà medesima con le sue proposte sovvertitrici dell’ordine, e da lì ripartire. Ecco che Sade, per supportare questa sua strategia, elimina ogni limite temporale all’interno della sua narrazione: si pensi alla ripetizione estenuante delle stesse situazioni e degli stessi capricci che ha luogo in Justine e Juliette, come Foucault sottolinea nella conferenza; oppure anche alla condensazione estrema, all’ampliamento vertiginoso degli eventi nell’unica giornata  de La filosofia nel boudoir.

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In Sade, in altri termini, la scrittura diventa una pratica allo stesso tempo squisitamente  soggettiva ed essenzialmente politica; dalla cattività della prigione o in sua previsione  essa rappresenta «il principio dell’eccesso e dell’estremo: colloca l’individuo non  soltanto in una singolarità, ma in una solitudine irrimediabile». Così facendo,  nell’estremizzazione del superamento del limite, la scrittura rende evanescente,  irriconoscibile e infine inesistente il confine che di solito è posto tra la criminalità e il suo  contrario, tra l’azione morale e il suo contrario. L’opera di Sade può quindi essere vista  come una sorta di spazio dalla misura indefinita che vive e si edifica in ragione del  sovvertimento del limite, della sua neutralizzazione, cioè in ragione di un principio che  ora acquisisce schietta valenza politica. Tutte le pagine di Sade, secondo Foucault,  sarebbero così tese alla definizione di cinque leggi fondamentali che appaiono nella  ripetizione di cui si è detto e nell’alternanza tra le estenuanti scene di sesso crudele e i  discorsi assertivi che le preparano o seguono:
1) Dio non esiste;  
2) l’anima non esiste;
3) la  legge (quindi il crimine) non esiste;  
4) la natura non esiste, o meglio esiste sotto  l’imperativo della distruzione che la costituisce: essa è dunque essenzialmente malvagia;  
5) l’individuo non esiste. 

Siamo di fronte a cinque leggi che, grazie al grado di mondanità  crescente al quale rispondono nel loro porsi in sequenza, intendono primariamente  affermare una verità, e secondariamente dimostrare che la condotta del libertino, che  sottostà a un sistema di equilibri nient’affatto immediato, non ha nulla di atroce, poiché  l’atrocità non ha logicamente luogo nei termini che normalmente le si concedono, dato  che questi termini non sono più gli stessi con cui si discute nell’ambiente sospeso di  un’opera senza tempo, ma sono radicalmente dissimili. In tal modo la condotta del  libertino, primo personaggio nelle narrazioni di Sade, risponde alla natura soltanto, essa  vive e si dipana in quello spazio (o in quel tempo) smisurato del superamento del limite  che le leggi, l’anima e Dio hanno stabilito per l’uomo all’interno di un sistema di  lunghissime imposture. E tali lunghissime imposture, va da sé, sono quelle dell’Ancien  Régime e del pensiero di quello che fino ad allora era l’Occidente. Proprio in questo  ganglio si evidenzia con forza la «centralità strategica» dell’opera di Sade, promotore di  una verità di rottura.

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Lungi così dal presentarsi come testo a-specifico, partendo dall’esempio di Sade ci rendiamo conto con Foucault che l’opera letteraria pullula di un’autorevolezza, forse di un vigore, che altre produzioni discorsive non hanno. La letteratura diventa così filosofia, sovvertendo quell’altro limite abbastanza mobile che sussiste tra i due ambiti. O meglio, se è la letteratura a porsi in sé come rottura all’interno dell’opera di Foucault, si può magari immaginare che il rovesciamento possa essere un altro, e che sia la filosofia ad adeguarsi alla letteratura, prendendone in prestito il metodo esemplare. È un gioco senza dubbio di gusto borgesiano, questo, che forse può essere giocato soltanto allorquando si dica che nella filosofia, così come nell’opera di finzione, non c’è nulla di necessitante, non c’è, di nuovo, alcun limite, poiché lo spazio che esse occupano è illimitato, e così il tempo. E allora l’inchiesta archeologica foucaultiana, quella che al contrario del testo letterario mette sullo stesso piano «atti amministrativi, trattati, frammenti di archivi, enciclopedie, opere sapienti, lettere private, giornali» nel gigantesco anonimato del si impersonale, potrebbe essere letta a sua volta soltanto come un’ulteriore ipotesi finzionale a la Deleuze e nulla di più, un quadro coerente e dilatato fino alla dismisura in cui l’autorialità del mondo si estende in un soggetto unico che non è più soggetto: cioè esattamente la letteratura. Sarebbe quindi proprio “la grande straniera”, la letteratura, a trascinare con sé la filosofia e tutte le altre produzioni discorsive in modo da inglobarle in un grande contenitore senza tempo né spazio all’interno del quale sono valide regole nuove, morbide e per lo più procedurali. E tutto ciò che si dice, si scrive, si annota e si commenta, allora, non sarebbe altro che letteratura.

Crediti
 • Livio Santoro •
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