self-portrait, nudeGli episodi di violenza delle organizzazioni terroristiche di sinistra, o quelli in cui sono stati coinvolti solo i fascisti dello squadrismo eversivo, hanno trovato una loro chiara configurazione giudiziaria e, bene o male, hanno definito un quadro di certezze processuali: sono stati individuati, anche se talvolta non puniti, i colpevoli e sono state ricostruite con esattezza le modalità con cui si svolsero i fatti. Spesso questi successi giudiziari sono stati conseguiti non grazie all’efficacia degli interventi repressivi delle forze dell’ordine, ma attraverso uno strumento quasi privatistico di “contrattazione”, utilizzando i pentiti, terroristi in carcere che confessavano i propri crimini e davano informazioni sui complici in cambio di una riduzione della pena. Nonostante questi percorsi decisamente anomali, alla fine i risultati conseguiti sono stati senza dubbio notevoli.
Non è stato così per nessuno degli episodi di quella che riassuntivamente viene indicata come la strategia della tensione (un’espressione coniata negli anni ‘70 da un giornalista dell’Observer”), quelli, per intenderci, in cui si sono presentati insieme tre elementi: i neofascisti come esecutori materiali, gli apparati dello Stato in un ruolo ambiguo, se non direttamente colpevole, un attentato di tipo stragista, che puntava cioè semplicemente a “sparare nel mucchio” al fine di alimentare una sensazione diffusa di insicurezza e di disordine sociale da attribuire ai comunisti e alla debolezza dello Stato democratico.
Proviamo a ricordarli: dopo piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969 (17 morti e 88 feriti), il 22 luglio 1970 l’attentato al treno del Sole a Gioia Tauro (6 morti); il 17 maggio 1973, davanti alla questura di Milano, un ordigno causò 4 morti e 45 feriti; il 28 maggio 1974, una bomba in piazza della Loggia, a Brescia (8 morti e 103 feriti); il 4 agosto 1974, attentato al treno Italicus (13 morti e 48 feriti), e così via in un tragico crescendo sfociato nell’orrore della bomba esplosa alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, che fece 85 morti e 200 feriti. Alle stragi si alternarono falliti tentativi di sovvertire l’ordine democratico, con colpi di Stato e complotti militari. Tutto questo durò quindici anni, dal 1969 al 1984: alla fine si contarono 150 morti, 652 feriti, 11 stragi.
Lo ripetiamo: per nessuna di queste stragi (così come per le uccisioni di Franco Serantini e degli altri) è stato trovato un colpevole in chiave giudiziaria. Assolutamente da leggere, in questo senso, è la sentenza della Corte di Cassazione del 3 maggio 2005 in cui i familiari delle vittime della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 vengono condannati a pagare le spese processuali, mentre rimangono ancora sconosciuti gli esecutori e i mandanti dell’attentato.
La prima spiegazione di una realtà così inquietante viene suggerita da una constatazione puramente fattuale: in tutti questi episodi sono implicati uomini dello Stato. Lo Stato ha quindi rinunciato a fare giustizia ogni volta che si profilava un coinvolgimento dei suoi apparati.

Crediti
 Giovanni De Luna
 Le ragioni di un decennio 1969-1979
 SchieleArt • Imagno self-portrait, nude • 1910