Mito cosmogonico delle rivoluzioniL’immagine che il mondo antico si fa del divino non è mai ingenua né puramente poetica, ma custodisce, nella forma del racconto, una precisa visione della genesi dell’ordine politico. L’ordine non è mai dato, mai naturale: esso è sempre il frutto di una vittoria, di una contesa, di un’egemonia stabilita con la forza. Per Utu – che corrisponderebbe al nostro Zeus o Giove – l’intero universo si configura come un regnum, ossia come uno spazio interamente permeabile all’azione politica. Nello Scongiuro bilingue a Šamaš gli esperti ci leggono: i grandi dèi si comportano dunque come sovrani conquistatori: occupano un territorio, lo consolidano e attribuiscono gli incarichi agli altri dèi di rango inferiore. In questo modo, il mondo diventa una confederazione di Stati, ciascuno dei quali è retto da un proprio monarca, e riceve un nòmos, cioè una legge che lo governa. L’ordine del mondo, il cosmo, non sorge mai spontaneamente o in virtù di una qualche legge di natura, ma è sempre il risultato di una conquista, di un’imposizione, di un assoggettamento da parte delle potenze del mondo: come in terra, così in cielo! Un mito cosmogonico è una goccia d’ambra nella quale è racchiusa la storia pietrificata dell’uomo. E come la gemma reca l’impronta dei mutamenti geologici, così il mito conserva le tracce dei tumulti e delle rivoluzioni degli uomini.

Questa corrispondenza strutturale tra cielo e terra non è una semplice analogia poetica, bensì il nucleo generatore di ogni successiva teoria della sovranità. Prima ancora che i giuristi romani elaborassero il concetto di imperium, prima ancora che i teologi medievali disputassero sui due poteri, il pensiero mesopotamico aveva già consegnato all’Occidente lo schema fondamentale: ogni potere legittimo è un potere conquistato, e ogni conquista è, al tempo stesso, una fondazione. Non si dà ordine senza spada, non si dà legge senza vittoria. Il sovrano è colui che, come Utu, attraversa il caos e lo organizza, lo riempie di senso e di gerarchia. La sua azione non è violenza bruta, ma violenza ordinatrice: essa separa, distingue, assegna. In questo senso, il mito non precede la politica: esso è già, fin dall’inizio, politica narrata, riflessione sull’origine del comando e sull’obbligo dell’obbedienza.

La cosmogonia è quindi una protostoria del diritto. Quando il dio vincitore assegna agli dèi minori i rispettivi compiti e territori, egli sta istituendo una costituzione celeste. Ogni dio diventa così titolare di una competenza, di una giurisdizione, di una sfera d’azione inviolabile. L’universo diventa un edificio giuridico, una gerarchia di poteri coordinati e subordinati. La violenza iniziale si trasforma in norma, la conquista in legittimità. Il sangue versato nel combattimento primordiale si trasfigura nell’inchiostro con cui vengono scritte le leggi. Questo passaggio dalla forza al diritto non è, però, un superamento della violenza, ma la sua conservazione sublimata. La legge non dimentica la spada: la porta con sé, la impugna simbolicamente, ne conserva la minaccia.

Ma la teologia politica mesopotamica non si limita a giustificare l’autorità costituita. Essa contiene anche, in nuce, la possibilità del suo rovesciamento. Se l’ordine è stato istituito da una conquista, esso può essere sovvertito da una conquista successiva. Il mito, che pure celebra la stabilità dell’regnum divino, narra anche lotte, tradimenti, usurpazioni, cadute. L’universo non è un blocco monolitico, ma un campo di tensioni, una contesa perenne tra forze che aspirano al dominio. In questa lotta, il confine tra divino e demoniaco, tra legittimo e illegittimo, tra sovrano e tiranno, si fa sottile, talvolta invisibile. Lo stesso gesto che fonda l’ordine può, se replicato da un altro attore, essere giudicato empio e dissacrante. La politica degli dèi non è immune dall’ambiguità che segna ogni esercizio del potere umano.

Il racconto della conquista celeste diventa così anche una potente metafora della storia terrena. Le migrazioni dei popoli, la caduta degli imperi, l’ascesa di nuove dinastie: tutto viene letto attraverso la lente di questo schema primordiale. Il vincitore di oggi sarà il vinto di domani; la città che oggi impone il tributo domani lo pagherà. Il cosmo politico è instabile, sempre esposto alla possibilità di una nuova fondazione violenta. Il mito, che dovrebbe rassicurare gli uomini sulla stabilità dell’ordine, finisce paradossalmente per rivelare la sua fragilità costitutiva. Non esiste un fondamento ultimo, non esiste una roccia incrollabile: esiste solo la forza, la sua efficace istituzione e la sua inevitabile decadenza.

Questo lascito mesopotamico attraverserà silenziosamente tutta la filosofia politica occidentale. Lo ritroveremo nella dottrina platonica del filosofo-re che deve ri-fondare la polis come un cosmo; lo ritroveremo nella teologia politica paolina, con il Cristo che sconfigge i principati e le potestà celesti; lo ritroveremo, infine, nella moderna dottrina della sovranità, in cui il Leviatano fabbrica artificialmente l’ordine a partire dalla guerra di tutti contro tutti. In ogni epoca, la domanda sull’origine del potere politico riconduce alla scena primordiale: un dio che combatte, vince e distribuisce. La goccia d’ambra continua a brillare, e in essa possiamo ancora scorgere, come in uno specchio profondo, il volto della nostra stessa storia.

Glossario
Crediti
 Dario Berti
 Il diritto dei re nel cosmo dei Sumeri
  Tratto dalla sezione Teologia politica e fondazione del diritto nella Mesopotamia antica
  Pubblicato in Italia nel novembre 2018
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