Egon Schiele
Dopo aver assistito, impotente, al rapimento legalizzato della sua Annelies, Minke sprofonda in un abisso di dolore. Non è una tristezza passeggera, amico mio, è una disperazione cupa, profonda, che lo annienta. Immagina: tutto ciò per cui aveva lottato, tutto ciò in cui aveva creduto – l’amore, la possibilità di costruire una famiglia, la giustizia, persino il valore della sua educazione europea – tutto sembra essere stato spazzato via dalla brutalità della sentenza coloniale e dalla partenza forzata di Annelies.

Il mondo di Minke perde ogni colore. La tenuta di Boerderij Buitenzorg, che era stata teatro del suo amore e delle sue speranze, diventa un luogo di ricordi dolorosi, ogni angolo gli parla di Annelies, della sua risata, della sua dolcezza, ora irrimediabilmente perdute. Si sente svuotato, come se una parte vitale di sé gli fosse stata amputata. La sua intelligenza vivace, la sua curiosità intellettuale, sembrano spegnersi. A cosa serve studiare, scrivere, capire, se poi non si può impedire che la persona amata venga trattata come un oggetto e portata via?

Questo dolore è aggravato da un senso schiacciante di impotenza. Minke ha cercato di usare gli strumenti che il sistema stesso gli aveva fornito: ha studiato la loro lingua, la loro cultura, ha cercato di appellarsi alla loro legge. Ma tutto si è rivelato inutile. Il sistema coloniale si è dimostrato sordo a ogni appello all’umanità, interessato solo a preservare i propri privilegi e il proprio potere. Questa constatazione è devastante per un giovane idealista come Minke. Si sente come un pugile che ha combattuto con tutte le sue forze, solo per scoprire che l’avversario aveva le carte truccate e l’arbitro dalla sua parte.

La disperazione di Minke non è solo emotiva, è anche intellettuale e, per certi versi, politica. È la crisi di chi vede crollare le proprie certezze. Se prima nutriva ancora una qualche, seppur critica, fiducia nella possibilità di un dialogo, di una giustizia all’interno del sistema, ora questa fiducia è distrutta. Vede il colonialismo per quello che è: una forza bruta, indifferente alla sofferenza individuale, che schiaccia chiunque osi ostacolarla.

Pramoedya è molto abile nel descrivere questo stato di prostrazione. Non ci sono grandi gesti plateali, ma un lento sprofondare nel buio. Minke si isola, trascura sé stesso, perde interesse per le cose che prima lo appassionavano. È come se il trauma della separazione avesse congelato la sua anima. Nyai Ontosoroh, pur soffrendo immensamente anche lei, cerca di scuoterlo, di richiamarlo alla realtà, ma il dolore di Minke è così profondo da renderlo quasi impermeabile a ogni consolazione.

Questa fase del romanzo è cruciale perché mostra le conseguenze psicologiche dell’oppressione. Il colonialismo non ferisce solo nel corpo o nei diritti; ferisce nell’anima, distrugge le speranze, genera disperazione. Il dolore di Minke è il dolore di un’intera generazione di colonizzati che vedono la loro umanità negata, i loro affetti calpestati. Ma, come spesso accade nelle grandi storie di formazione, è proprio dal fondo di questo abisso che, forse, Minke troverà la forza per una nuova forma di resistenza, una consapevolezza più matura e disillusa, ma non per questo meno combattiva. Per ora, però, c’è solo il buio, il silenzio, e il peso insopportabile di una perdita che sembra definitiva.

Crediti
 Autori Vari
  *Il mondo degli uomini* di Pramoedya Ananta Toer
  Un giovane giavanese colto nell'Indonesia coloniale affronta amore, ingiustizia e perdita. La sua educazione europea e le relazioni con una famiglia multiculturale lo spingono verso una crescente consapevolezza politica, trasformando il dolore personale in una determinata lotta per l'emancipazione del suo popolo.
 SchieleArt •   • 

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