Leslie Ann O'Dell ⋯

Quando si dice “stato naturale” non si sta parlando di una dimensione statica, bensì di qualcosa di intrinsecamente dinamico, un movimento perpetuo senza centro o direzione; né si deve intendere per “natura” la ricerca romantica e nostalgica di una condizione di innocenza, contrapposta alla nevrotica vita contemporanea. Possiamo rappresentarci il modo di definire l’identità della nostra persona come un tracciare, consapevolmente o meno, un segno di delimitazione, una linea di confine: tutto ciò che ricade all’interno del confine segnato sono io; quello che si trova all’esterno è non io. Rispondere alladomanda: “chi sono io?”, significa in fondo rispondere al quesito: “dove sta il confine?” Solitamente la linea di confine che tracciamo è indicata dalla nostra pelle, anche se spesso finiamo per identificarci non con la totalità della persona, ma solo con quegli aspetti di noi stessi – del nostro corpo, della nostra mente, della nostra esperienza – che siamo disposti ad accettare, trascurando, escludendo o addirittura negando i lati oscuri, le ombre che ci abitano. Tale linea di confine può essere ridefinita, lungo l’asse del tempo e dell’esperienza, annettendo o espellendo porzioni di territorio, attraverso procedimenti di avanzamento o arretramento. A volte la linea di confine può divenire un terreno di battaglia, un luogo di conflitto e sofferenza, fra noi e gli altri, fra noi e noi stessi. Seguendo questa rappresentazione, lo ‘stato naturale’ può venire allora inteso come una condizione in cui lasciamo andare la presa e ci arrendiamo. Non si può programmare; non è neppure un atto deliberato attraverso il quale espandiamo i nostri confini. Sarebbe delirio di onnipotenza o una forma bizzarra di imperialismo identitario. E’ l’esatto contrario, si tratta di disarmo. E’ un gioco a perdere, di cui non siamo tenuti a conoscere gli esiti. Pertanto non c’è ragione per cui vantarsi, celebrando questo “stato naturale” in forma retorica o poetica.

Crediti
 • Uppaluri Gopala Krishnamurti •
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