Nel complesso una letteratura impossibile

Mi si perdoni la scoperta, che ogni filosofia della morale è stata fino ad oggi noiosa ed è stata nel numero dei sonniferi e che nulla ai miei occhi ha danneggiato la virtù quanto la noia dei suoi apologeti; con ciò non vorrei ancora aver disconosciuto la loro generale utilità. È di grande importanza, che il minor numero possibile di uomini rifletta sulla morale, – è quindi di grandissima importanza che la morale un giorno non diventi interessante! Ma non preoccupiamoci! Anche oggi le cose stanno come sono sempre state: io non vedo nessuno in Europa che abbia (o dia) l’idea, che la riflessione sulla morale possa essere esercitata in modo pericoloso, insidioso, affascinante, – che possa esservi in essa una fatalità!

Si guardi per esempio agli instancabili inevitabili utilitaristi inglesi, a come vagano goffamente e in modo venerando di qua e di là sulle orme di Bentham (una similitudine omerica lo dice con maggior chiarezza), come egli stesso aveva già seguito le orme del venerabile Helvétius (No, non era un uomo pericoloso, questo Helvétius!). Nessuna nuova idea, nulla dell’elegante espressione e della drappeggiatura di un’antica idea, neppure una vera storia del pensiero precedente: nel complesso una letteratura impossibile, a meno che non si sappia inacidirla con un po’ di cattiveria. In effetti anche in questi moralisti (che bisogna leggere senz’altro con segrete riserve, nel caso si dovesse leggerli -), si è insinuato quell’antico vizio inglese che è chiamato cant e tartuferia morale, nascosto questa volta sotto una nuova veste scientifica; non manca neppure di una segreta difesa dai morsi della coscienza, dei quali logicamente soffrirà una razza di ex puritani nonostante si occupi della morale scientificamente. (Un moralista non è forse l’esatto contrario di un puritano, poiché è un pensatore che considera la morale problematica, degna di essere analizzata, che insomma fa di essa una questione? Moralizzare non dovrebbe – essere immorale?)

In fondo essi vogliono tutti che si dia ragione alla morale inglese: in quanto proprio essa giova nel modo migliore alla umanità, e all’«utile collettivo» o alla «felicità dei più», no! alla felicità dell’Inghilterra; essi vorrebbero provare a sé stessi con tutte le loro forze che l’aspirazione alla felicità inglese, intendo al comfort e alla fashion (e, scopo supremo, a un seggio in parlamento), sia contemporaneamente anche il sentiero giusto della virtù, anzi che tutta la virtù che è esistita fino ad oggi nel mondo sia appunto consistita in una tale aspirazione.

Non uno di tutti questi goffi animali del gregge con una cattiva coscienza (che cercano di trattare il problema dell’egoismo come problema del benessere generale -) vuole sapere e sentire in qualche modo che il «benessere generale» non è un ideale, uno scopo, un concetto in qualche modo afferrabile, ma solo un emetico – che ciò che è giusto per uno non può in alcun modo essere ancora giusto per l’altro, che l’esigenza di un’unica morale per tutti è un pregiudizio proprio contro l’uomo superiore, in breve che esiste un ordine gerarchico tra uomo e uomo e di conseguenza anche tra morale e morale. Questi utilitaristi inglesi sono uomini modesti e fondamentalmente mediocri e, come si è detto: poiché sono noiosi non si potrà avere un’idea abbastanza elevata della loro utilità. Bisognerebbe incoraggiarli: come si è tentato, in parte, con i versi che seguono:

Salute a voi, bravi carrettieri,
sempre «quanto più a lungo, tanto meglio»,
sempre più duri di testa e di ginocchi,
senza entusiasmo, senza divertimenti,
siete mediocri, invariabilmente
sans genie et sans esprit.


Crediti
 • Friedrich Nietzsche •
 • Al di là del bene e del male •
  • Le nostre virtù •
 • SchieleArt •   •  •

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