Nikolaj Vasil'evič Gogol' - Il nasoFinora la nostra scelta s’è imbattuta in temi sinistri, macabri, orripilanti. Per cambiare atmosfera e rappresentare lo humour visionario, ecco di Gogol’ questa meravigliosa novella che sviluppa uno dei temi dominanti della letteratura fantastica: una parte della persona che si stacca e agisce indipendentemente dal resto del corpo. Ma non è la trovata che fa del Naso un capolavoro; è il brio e l’inventiva e l’imprevedibilità che saltano fuori frase per frase. (Una traduzione straordinaria, quella di Tommaso Landolfi, ci dà la rara fortuna di cogliere il sapore di questa che è certo una delle scritture più divertite della storia della letteratura.) Il riso di Gogol’, si sa, è sempre sottilmente amaro: si vedano, ad esempio, i tentativi di riappiccicare sul volto il naso ritrovato.
In una cosa questo testo si distacca dal genere: di solito il racconto fantastico ha una logica interna inappuntabile: qui invece Gogol’ s’infischia felicemente d’ogni logica, più ancora di Hoffmann, che pure è il diretto ispiratore di questa sua vena. Se poi tentiamo le chiavi simboliche, vediamo che questo naso – così come l’ombra in Chamisso – non si lascia contenere da nessuna interpretazione esclusiva. La novella è certo una satira del decoro funzionariale della burocrazia russa; ma detto questo non si è detto proprio nulla.
La produzione fantastica di Gogol’ (1809-1852) sarebbe tutta da antologizzare: dalle prime storie contadine di paure (come Vij, il meraviglioso racconto del seminarista sedotto dalla strega) a un esempio più conforme alla tipologia del fantastico romantico come Il ritratto, notevole perché ne esistono due versioni (1835 e 1836) con diversa intenzione morale.
I Il giorno 25 di marzo seguì a Pietroburgo un fatto stranissimo. Il barbiere Ivan Jakovlevic, domiciliato alla Prospettiva dell’Ascensione (il cognome è andato perduto, e neppure la sua insegna, dov’è rappresentato un signore colle guance insaponate e la scritta: Si cava anche sangue, ne dice di più), il barbiere Ivan Jakovlevic si svegliò abbastanza per tempo e sentì un odore di pane caldo. Sollevatosi un poco sul letto vide che la consorte, dama assai rispettabile e amante del caffè, tirava fuori dal forno dei pani appena cotti.
«Oggi, Praskovja Osipovna, non voglio il caffè» disse Ivan Jakovlevic «mangerò invece un pane caldo con cipolline.» (Ossia Ivan Jakovlevic avrebbe voluto e l’una cosa e l’altra, ma sapeva che era del tutto impossibile chiedere due cose insieme, giacché a Praskovja Osipovna non piacevano affatto simili capricci.) Mangi pure il pane, lo sciocco: per me è tanto di guadagnato pensò fra sé la consorte: mi rimarrà una porzione in più di caffè e buttò un pane sulla tavola.
Ivan Jakovlevic per decenza infilò il frac sulla camicia e, sedutosi a tavola, si versò del sale, mondò due teste di cipolla, diede di piglio al coltello, e, facendo un viso compreso, cominciò a tagliare il pane. Divisolo in due parti, vi guardò dentro e, con sua meraviglia, vide qualcosa di biancheggiante. Toccò col coltello cautamente l’oggetto, lo palpò col dito: È consistente! disse fra sé: Che sarà mai?.
Introdusse le dita e tirò fuori… un naso!… Ivan Jakovlevic restò di princisbecco; si fregava gli occhi e di nuovo palpava l’oggetto: un naso, un autentico naso! E per soprammercato si sarebbe detto un naso familiare. Il terrore si dipinse sul volto di Ivan Jakovlevic. Ma questo terrore era un nulla rispetto al malumore che invase la consorte:
«Dove diamine sei andato a staccare un naso, animale?» gridò essa con ira. «Radica di furfante! Ubriacone! Io stessa voglio denunziarti alla polizia! Guardate un po’ che razza di masnadiero! Già io avevo sentito da tre persone che quando fai la barba strapazzi tanto i nasi della gente che a mala pena si reggono.»
Ma Ivan Jakovlevic era più morto che vivo: aveva riconosciuto come quel naso d’altri non fosse che dell’assessore di collegio Kovalev, al quale faceva la barba ogni mercoledì e domenica.
«Un momento, Praskovja Osipovna! L’avvoltolerò in un cencio e lo metterò in un angolo; lasciamolo lì un pochettino; e poi lo porterò via.»
«Neanche parlarne: io permettere a un naso tagliato di restare nella mia camera!… Vecchia brenna arrembata! Non sa far altro che strofinare il rasoio sul corame, e presto non gli riuscirà più di fare il dover suo, il cialtrone, il mascalzone! Io rispondere per te alla polizia?… Ah, tu, porcaccione, stupido come un ciocco! Fuori di qua, il naso, fuori! Pòrtatelo dove ti pare! Che non ne senta neanche il puzzo!»
Ivan Jakovlevic restava come fulminato. Egli pensava, pensava, e non sapeva che pensare della faccenda. «Il diavolo sa come è successo» disse alla fine grattandosi dietro l’orecchio «se son tornato briaco ieri sera o no, di certo non saprei dirlo. Ma però da tutti gli indizi si tratta di un fatto inverosimile; perché un pane è un affare da forno, e un naso è tutt’un’altra faccenda. Non ci capisco un’acca!» Ivan Jakovlevic tacque. Il pensiero che i poliziotti avrebbero potuto trovare il naso a casa sua e incolparlo, lo gettava in una completa confusione. Già gli balenava alla mente un colletto rosso bellamente ricamato d’argento, una sciabola… ed egli tremava per tutto il corpo. Infine afferrò le mutande e gli stivali, infilò i suoi stracci e, accompagnato dalle violente imprecazioni di Praskovja Osipovna, rinvoltò il naso in un cencio e uscì sulla strada.
Voleva buttarlo da qualche parte: in un pilastrino Di legno, cavo (N.d.T.). sotto qualche portone, o lasciarlo cadere così, come inavvertitamente, e scantonare poi per un vicolo. Ma, neanche a farlo apposta, non faceva che incontrare conoscenti, i quali lo apostrofavano: «Dove vai?» oppure: «A chi vai a fare la barba così presto?» sicché non gli riusciva di trovare il momento favorevole.
Una volta nondimeno lasciò cadere il naso; ma un vigile glielo indicò da lontano coll’alabarda, dicendo: «Bada che hai perduto qualcosa, raccattala!» e a Ivan Jakovlevic gli toccò raccattare il naso e ficcarselo in tasca. La disperazione lo prese, tanto più che la gente diventava ogni momento più numerosa per le strade, a mano a mano che cominciavano ad aprirsi i magazzini e le botteghe.
Decise d’andare al ponte Sant’Isacco, per vedere se in qualche maniera gli riuscisse di buttarlo nella Neva… Ma ho un certo rimorso di non aver detto nulla finora di Ivan Jakovlevic, personaggio degno per molti riguardi.
Ivan Jakovlevic, come ogni artigiano russo che si rispetti, era un terribile ubriacone, e quantunque ogni giorno radesse gli altrui menti, il suo proprio non era mai rasato.
Il frac di Ivan Jakovlevic (Ivan Jakovlevic non portava mai redingote) era pomellato, ossia era nero, ma tutto pieno di pomellature giallo-brune e bige; il collo lustrava; e al posto dei tre bottoni non eran rimasti che pezzi di filo. Ivan Jakovlevic era un gran cinico, e quando l’assessore di collegio Kovalev gli diceva, come appunto avveniva comunemente durante la barba: «Le tue mani, Ivan Jakovlevic, puzzano eternamente!» allora Ivan Jakovlevic rispondeva: «Perché poi dovrebbero puzzare?». «Non lo so, fratello, il fatto è che puzzano» diceva l’assessore di collegio, e Ivan Jakovlevic, fiutava una presa di tabacco, si metteva a insaponarlo, per rappresaglia, sulle guance, sotto il naso, dietro l’orecchio, sotto la barba – insomma dovunque gliene saltava l’uzzolo.
Questo degno cittadino aveva ormai raggiunto il ponte Sant’Isacco. Egli prima di tutto si guardò attorno, quindi si sporse dal parapetto quasi a guardare sotto il ponte, se ci fosse molto pesce, e piano piano lasciò cadere il cencio col naso. Sentì d’essersi liberato come d’un gran peso e perfino sorrise. Invece, poi, d’andarsene a sbarbare menti impiegatizi, si dirigeva a uno spaccio colla scritta: Tè e colazioni, nell’intento di chiedere un bicchiere di ponce, quando all’improvviso scorse in capo al ponte una guardia d’assai nobile portamento, con larghi favoriti, tricorno e sciabola al fianco. Il cuore gli cadde ai piedi; mentre la guardia, facendogli cenno col dito d’avvicinarsi, l’apostrofava: «Vieni un po’ qui, caro!».
Ivan Jakovlevic, rispettoso delle forme, si cavò fin da lontano la berretta e, accostatosi in fretta disse: «Auguro il buongiorno a Vostra Signoria!».
«No, no, fratello, lascia stare le signorie, di’ piuttosto: che stavi facendo là sul ponte, eh?»
«In fede mia, signore, andavo a far barbe, e mi son fermato soltanto a guardare come l’acqua scorre svelta.»
«Menti, menti! Non te la caverai con questo. Su, rispondi, se ti piace!»
«Due volte la settimana, e perfino tre, son disposto a sbarbare Vostra Grazia senza alcun’altra difficoltà» rispose Ivan Jakovlevic.
«No, amico, queste sono sciocchezze! Me, tre barbieri già mi sbarbano, e se ne ritengono, per di più, onoratissimi. Ma ora raccontami piuttosto un pochino, che facevi là?»
Ivan Jakovlevic impallidì… Ma qui la faccenda s’avvolge in una spessa nebbia, e quello che avvenne dopo precisamente nessuno lo sa.
II L’assessore di collegio Kovalev si svegliò abbastanza per tempo e fece colle labbra brr…!, il che faceva sempre al suo risveglio, sebbene egli stesso non avrebbe saputo spiegare perché. Si stiracchiò, chiese un piccolo specchio che era sulla tavola. Voleva dare un’occhiata a un foruncolo che gli era spuntato sul naso la sera innanzi; ma con sua somma meraviglia vide che, invece del naso, ci aveva una superficie perfettamente liscia! Spaventato, Kovalev chiese dell’acqua e si strofinò gli occhi con un asciugamano bagnato: non c’era che dire, di naso neppur l’ombra! Si palpò ben bene per esser sicuro di non dormire; non dormiva, no! L’assessore di collegio Kovalev saltò dal letto, si riscosse, e sempre niente naso!… Egli chiese i suoi vestiti e si precipitò difilato dal capo di polizia.
Ma è nel frattempo indispensabile dire qualche parola di questo Kovalev, perché il lettore possa rendersi conto di che specie di assessore di collegio fosse. Gli assessori di collegio il cui titolo sia comprovato da attestazioni accademiche non saprebbero in nessun modo venir confusi con quegli assessori di collegio che si trovano nel Caucaso. Si tratta anzi di due categorie ben distinte. Gli assessori di collegio accademici… Ma la Russia è un tal paese che a parlare d’un assessore di collegio, tutti gli assessori di collegio, da Riga alla Kamciatka, immancabilmente se la pigliano per sé; il medesimo intendi per tutti gli altri titoli e gradi. Kovalev era un assessore di collegio di quelli caucasici. Espressione divenuta poi quasi proverbiale (N.d.T.). Il titolo l’aveva ottenuto appena due anni prima, epperò non se ne poteva scordare un minuto; per darsi poi più gravità e importanza, non chiamava mai se medesimo assessore di collegio, sibbene sempre maggiore. «Ascolta, colombella» diceva abitualmente incontrando per la strada una donnetta venditrice di sparati «vieni a trovarmi a casa; il mio appartamento è sulla Sadovaja; chiedi soltanto: abita qui il maggiore Kovalev? Chiunque te lo indicherà.» Se poi scontrava qualche bel visetto, aggiungeva istruzioni segrete, concludendo: «Tu chiedi, cuoricino, dell’appartamento del maggiore Kovalev». Per i quali medesimi motivi anche noi d’ora innanzi chiameremo questo assessore di collegio, maggiore.
Il maggiore Kovalev aveva l’abitudine d’andarsene ogni giorno a passeggiare sulla Prospettiva. Il colletto della sua camicia era sempre perfettamente inamidato e lindo. I suoi scopettoni erano del genere di quelli che si possono tuttora vedere sulle facce degli agrimensori regionali e distrettuali, degli architetti, dei medici militari, nonché di persone esercitanti le più diverse funzioni e, in generale, di tutta la gente che ha guance piene e rubeste e gioca bene al boston: questi scopettoni attraversano le guance per il mezzo e arrivano diritti al naso. Il maggiore Kovalev portava una quantità di ciondoli di cornalina, vuoi con stemmi, vuoi di quelli che recano inciso: mercoledì, giovedì, lunedì, ecc. Il maggiore Kovalev era venuto a Pietroburgo per affari, e precisamente a cercare un posto che si confacesse al suo titolo: di vicegovernatore possibilmente, o, se mai, d’ispettore in qualche dipartimento un po’ in vista. Il maggiore Kovalev non sarebbe stato alieno dall’accasarsi, ma solo ove la sposa disponesse d’un duecentomila di capitale. Epperò il lettore può giudicare da sé quale fosse lo stato d’animo di questo maggiore allorquando si scoprì, in luogo d’un naso abbastanza piacevole e ammodo, uno stupido, piatto e liscio spazio.
Manco a farlo apposta, non c’era per la strada barba di vetturino, ed egli dové andare a piedi, avvolto nei mantello e col viso coperto dal fazzoletto, facendo mostra d’avere il sangue al naso. Ma certo è tutta una mia idea: non è possibile che il naso sia sparito così di punto in bianco pensava, ed entrò in un caffè apposta per guardarsi in uno specchio. Fortunatamente nel caffè non c’era nessuno: i garzoni scopavano le stanze e mettevano a posto le seggiole; alcuni con occhi assonnati portavano guantiere di pasticcini caldi; sui tavolini e sulle sedie si trascinavano le gazzette del giorno precedente imbrattate di caffè. Orsù, grazie al cielo non c’è nessuno diss’egli posso guardarmi. S’accostò timidamente a uno specchio e guardò: «Al diavolo, che porcheria!» borbottò sputando: «se almeno ci fosse qualcos’altro al posto del naso, ma così, proprio niente!…».
Pieno di dispetto, mordendosi le labbra, uscì dal caffè e risolse, contro ogni sua abitudine, di non guardare nessuno e di non sorridere a nessuno. A un tratto restò come inchiodato davanti alla porta d’una casa; sotto i suoi occhi avveniva un fatto incomprensibile; presso l’ingresso s’era fermata una vettura; lo sportello s’aprì; ne saltò giù, piegandosi, un signore in uniforme che corse per la scala. Ora, quale non fu il terrore e insieme la meraviglia di Kovalev quando riconobbe in colui… il suo proprio naso! A tale inaudita vista gli parve che tutto prendesse a girare ai suoi occhi; sentiva che a malapena poteva reggersi in piedi; ma decise d’attendere a qualunque costo il ritorno del tipo alla vettura, tremando tutto come per febbre. In capo a due minuti infatti il naso risorti. Era in uniforme trapunta d’oro, col grande collo ritto; portava pantaloni di camoscio, e al fianco la spada. Dal cappello piumato si poteva concludere che apparteneva al rango dei consiglieri di Stato. Da tutto il suo contegno appariva che era in giro di visite. Esso guardò a dritta e a manca, gridò al cocchiere: «Avanti!», sedette e partì.
Il povero Kovalev era sul punto di perder la ragione. Non sapeva che pensare di questo strano fatto. E in verità, com’era possibile che un naso, il quale ancora ieri stava in mezzo alla sua faccia e non poteva, lasciamo andare scarrozzarsela, ma neppure girare a piedi, fosse ora là in uniforme! Il maggiore si dette a correre dietro alla carrozza, che per fortuna non andò lontano e si fermò davanti al Mercato Centrale. Anch’egli vi si precipitò, facendosi strada tra le file di vecchie mendicanti dai volti imbacuccati, con solo due fessure per gli occhi, le quali prima lo facevano tanto ridere. C’era poca gente. Kovalev era così smarrito, che non sapeva intraprender nulla, e cercava cogli occhi quel signore da tutte le parti, finché lo vide fermo davanti a una bottega. Il naso teneva il volto completamente nascosto dal gran colletto ritto ed esaminava non so che merce con grande attenzione.
Come avvicinarlo? pensava Kovalev. Da tutto – dall’uniforme, dal copricapo – si vede bene che è un consigliere di Stato. Lo sa il diavolo come si fa! Prese a tossicchiare vicino a lui; ma il naso non si smosse per nulla.
«Illustre signore» disse allora Kovalev cercando di farsi coraggio «illustre signore…»
«Desiderate?» rispose il naso voltandosi.
«È strano, illustre signore… mi pare… Voi dovreste sapere qual è il vostro posto. Ed ecco invece che a un tratto vi trovo, e dove poi?… Convenitene…»
«Scusatemi, non capisco neppure di che andiate parlando… Spiegatevi.»
E come spiegargli! pensò Kovalev e, fattosi coraggio, cominciò: «Certamente io… Comunque io sono maggiore. Andare in giro senza naso, ne converrete, è contrario ad ogni buona regola. A una venditrice d’arance mondate del ponte dell’Ascensione potrà magari starle bene; ma a me che voglio ottenere… per di più, conoscendo in parecchie case delle dame, come la Cehtyreva, consiglieressa di Stato, e altre… Giudicate voi stesso… io non so, illustre signore, se…» (qui il maggiore Kovalev si strinse nelle spalle) «… scusate… a considerare la faccenda giusta le regole del dovere e dell’onore… Comprenderete voi stesso…».
«Non comprendo invece un bel nulla» rispose il naso. «Spiegatevi un po’ meglio.»
«Illustre signore» disse Kovalev col senso della dignità offesa «non so come debba prendere le vostre parole… Qui tutto l’affare è, mi pare, abbastanza evidente… ovvero vorreste… È chiaro che voi siete il mio naso!»
Il naso guardò il maggiore aggrottando le ciglia.
«V’ingannate, egregio signore: io non appartengo che a me stesso. Inoltre, fra noi non potrebbe correre alcuna stretta relazione. A giudicare dai bottoni della vostra uniforme, dovete prestar servizio in un’altra amministrazione.»
Ciò detto il naso si voltò dall’altra parte.
Kovalev si confuse completamente e non sapeva che fare o che pensare. In quella s’udì il gradevole fruscio d’un abito femminile: giunse una dama anziana, tutta parata di pizzi, e con lei una dama minuta, in un abito bianco che assai leggiadramente disegnava la sua piacevole figura, con una cappello di paglia leggero al pari d’un soufflé. Dietro di loro si fermò e aprì la propria tabacchiera un imponente aiducco con grandi favoriti e un’intera dozzina di pellegrine.
Kovalev si avvicinò, rialzò il colletto di batista della sua camicia inamidata, si aggiustò i ciondoli che pendevano dalla sua catena d’oro e, sorridendo a dritta e a manca, rivolse la propria attenzione alla dama leggera la quale, come un fioretto di primavera, si chinò un poco e portò alla fronte la sua manina bianca dalle dita trasparenti. Il sorriso s’allargò anche di più sul volto di Kovalev quando egli vide sotto al cappellino il mento di lei rotondetto e d’un brillante candore, nonché una parte di guancia, soffusa dell’incarnato delle prime rose primaverili; ma d’un subito egli fece un salto indietro, quasi si fosse scottato. Gli è che s’era rammentato come, al posto del naso, non ci avesse un bel nulla, e gli vennero i lucciconi agli occhi. Si volse con l’intenzione di dire senza ambagi al signore in uniforme che lui si spacciava soltanto, per consigliere di Stato, ma era in realtà un furfante e un impostore, anzi non era altro che il suo proprio naso… Ma il naso era ormai sparito: dileguatosi nel frattempo, certo seguitava ora il giro delle sue visite.
Questo gettò Kovalev in preda alla disperazione. Egli tornò indietro e si fermò un momento sotto il colonnato, guardando invano a dritta e a manca, non gli capitasse per caso di vedere il naso da qualche parte. Rammentava perfettamente che esso portava un cappello colle piume e un’uniforme ricamata d’oro, ma non aveva fatto attenzione al mantello, né al colore della vettura, né ai cavalli, e neppure se ci fosse dietro un lacchè seduto, e nel caso in quale livrea. Oltre a ciò di vetture ne passavano tante in su e in giù e tanto velocemente, che era difficile perfino distinguerle; e se, del resto, avesse anche distinta quella che lo interessava, non avrebbe avuto alcun mezzo di fermarla. Era una giornata incantevole e piena di sole. Sulla Prospettiva s’addensava la folla; una vera cascata floreale di dame si rovesciava per tutta la lunghezza del marciapiede, dal ponte della Polizia sino all’Anic’kin. Ecco avanzarsi un consigliere di Corte, conoscente di Kovalev, cui questi dava del tenente colonnello, specie se altri era presente. Ecco Jarygin, suo grande amico, che al boston faceva la rimessa ogni volta che giocava l’otto. Ecco anche un altro maggiore, di quelli caucasici, che agita la mano e gli fa segno d’avvicinarsi… «Ah! Al diavolo!» disse Kovalev. «Ehi, cocchiere, difilato dal Prefetto di polizia!»
Sedette nella vettura e solo badava a gridare: «Avanti a tutta briglia!».
«C’è il Prefetto di polizia?» esclamò entrando nel vestibolo.
«No, non c’è» rispose l’usciere. «È andato via ora.» «Ecco qua, non ci mancava altro!»
«Già» aggiunse l’usciere. «È andato via da poco; se foste venuto un minuto fa forse l’avreste ancora trovato.» Kovalev, senza togliersi il fazzoletto dal viso, ritornò alla carrozza e gridò con voce disperata: «Avanti!».
«Dove?» disse il cocchiere.
«Avanti sempre diritto!»
«Come diritto? C’è una svolta: a destra o a sinistra?» Questa domanda fermò Kovalev e lo costrinse di nuovo a riflettere. Nelle sue condizioni gli conveniva prima di tutto rivolgersi al tribunale di polizia, non perché la faccenda fosse di sua diretta spettanza, ma perché i provvedimenti che la polizia avrebbe potuto prendere sarebbero molto più rapidi che in qualunque altra amministrazione; quanto al chiedere soddisfazione al capo dell’amministrazione stessa in cui il naso pareva prestar servizio, sarebbe stato senza senso, visto che dalle risposte di lui si poteva fin d’ora concludere come per costui non esistesse nulla di sacro, sicché egli avrebbe tranquillamente mentito anche in questo caso, come aveva mentito affermando di non aver mai conosciuto Kovalev. Laonde questi era già sul punto di dare al cocchiere l’indirizzo del tribunale di polizia, quando gli venne l’altra idea che quel furfante e impostore, il quale già al loro primo incontro s’era comportato con tanta impudenza, avrebbe anche potuto, se gli si dava tempo, battersela in qualche modo dalla città, e allora ogni ricerca sarebbe stata vana, o sarebbe durata, Dio ne guardi, interi mesi. Infine il cielo stesso parve ispirarlo. Decise di rivolgersi direttamente all’ufficio di pubblicità d’un giornale e d’inserire tempestivamente un annuncio con opportuna descrizione di tutte le caratteristiche del naso, di maniera che chiunque l’avesse scontrato potesse riportarglielo o perlomeno indicargli il suo alloggio. E così, presa questa decisione, ordinò al cocchiere d’andare all’ufficio di pubblicità di un giornale e per tutta la strada non fece che appioppargli pugni sulla schiena aggiungendo: «Più in fretta, cialtrone! Presto, furfante!». «Eh, signore!» diceva il cocchiere scuotendo la testa e sferzando colle redini il suo cavallo, dal pelo lungo come quello dei cani spagnoli. La vettura si fermò, e Kovalev irruppe ansante in una saletta di ricevimento, dove un impiegato canuto, in un vecchio frac e cogli occhiali, sedeva a un tavolo e, colla penna fra i denti, contava certe monete di rame che gli avevano portato.
«Chi riceve gli annunci qui?» domandò Kovalev. «Ah, buongiorno!»
«I miei rispetti» disse l’impiegato canuto levando un istante gli occhi e riabbassandoli tosto sui mucchi di denaro che aveva davanti.
«Desidero inserire…»
«Permettete, vi prego d’aspettare un momento» fece l’impiegato, inscrivendo con una mano una cifra sulla carta e spostando con le dita della sinistra due grani del pallottoliere. Un domestico gallonato e con un aspetto che dimostrava la sua permanenza in una casa aristocratica, stava in piedi presso il tavolo tenendo in mano uno scritto e stimò opportuno mostrare il suo sapervivere:
«Mi crederete, signore, se vi dico che la cagnetta non vale ottanta copechi, ossia io non ne darei neppure otto soldi, ma la contessa gli vuol bene, perbacco, gli vuol bene, ed ecco qua, a chi la trova, cento rubli. A dirla in coscienza, quant’è vero che noi due siamo qui ora insieme, i gusti della gente non tornano mai gli uni cogli altri: ma se sei cacciatore hai da tenere un cane da punta, o un barbone; costi cinquecento, mille magari, ma che sia un buon cane.»
Il rispettabile impiegato ascoltava ciò con un viso compreso e nel medesimo tempo andava conteggiando di quante lettere fosse l’annuncio. Di fianco stava una quantità di vecchie, di commessi mercanti e di portieri con annunci da inserire. In uno si cedeva a servizio un cocchiere astemio; in un altro un calesse quasi nuovo portato da Parigi nel 1814; di qua si cedeva una domestica di diciannove anni sperimentata in faccende di lavanderia, ma buona a tutto fare; di là una solida vettura priva soltanto di una balestra; un giovane cavallo ardente pezzato di bigio, diciassette anni d’età; semi di navone e di ravanello appena ricevuti da Londra; una fattoria con tutti gli accessori: ossia due scomparti per i cavalli e un sito dove educare un magnifico giardino di betulle ovvero d’abeti; né mancava un invito a coloro che desiderassero comprare vecchie suole, con preghiera di presentarsi al secondo incanto ogni giorno dalle 8 alle 3 del pomeriggio. La stanza in cui era raccolta tutta questa società era piccola, e l’aria perciò estremamente greve; ma l’assessore di collegio Kovalev non poteva sentire il lezzo, perché si tappava il naso col fazzoletto, e anzi perché il suo naso stesso Dio sa dov’era.
«Egregio signore, permettetemi di pregarvi… è cosa urgente» diss’egli alla fine con impazienza.
«Subito, subito! Due rubli e quarantatré copechi!… Un minuto!… Un rublo e sessantaquattro copechi!» diceva il tipo canuto, buttando in faccia alle vecchie e ai portieri i loro annunci. «Che cosa desiderate?» chiese finalmente rivolgendosi a Kovalev.
«Vi prego…» disse Kovalev. «È successa una bricconata, una furfanteria, finora non mi riesce assolutamente di capire. Vi prego soltanto d’inserire che colui il quale mi riporterà quel mascalzone, riceverà acconcia ricompensa.»
«Scusate un po’, qual è il vostro nome?»
«Eh, no, che c’entra il nome? Non posso dirlo. Io ho molti conoscenti. La Cehtyreva, consiglieressa di Stato, Pelagia Grigorjevna Podtocina, ufficialessa superiore… Se, Dio guardi, lo risapessero! Potete mettere semplicemente: un assessore di collegio o, meglio ancora: un avente grado di maggiore.»
«E chi vi è scappato, un domestico?»
«Macché domestico! Allora non sarebbe una bricconata tanto grande! M’è scappato… il naso…»
«Hm, che nome strano! E v’ha sottratta una forte somma, questo signor Nasi?»
«Naso, ossia… avete capito male! Naso, il mio proprio naso è sparito e non si sa dove. Il diavolo stesso ha voluto farsi beffe di me!»
«Ma in che maniera è sparito? C’è qualcosa che non capisco bene!»
«E appunto non ve lo so dire, in che maniera; ma il fatto è che in questo momento esso scarrozza per la città e si spaccia per consigliere di Stato. Perciò vi prego d’inserire che chiunque potrà metterci la mano sopra, me lo riporti senza indugio entro il più breve tempo possibile. Giudicate infatti voi stesso, come potrei stare senza una parte del corpo così appariscente? Qui non si tratta d’un qualunque dito mignolo del piede, che, infilata una scarpa, nessuno s’accorge se c’è o non c’è. Io frequento il giovedì la casa della Cehtyreva, consiglieressa di Stato; la Podtocina, Pelagia Grigorjevna, vedova d’un ufficiale superiore, e questa ci ha una figlia molto graziosa, e inoltre piacevoli conoscenze; fatevi ora un’idea di quale sia la mia posizione… Non potrò più presentarmi da loro.»
L’impiegato rifletteva, come rivelavano le sue labbra fortemente serrate.
«No, io non posso inserire un tale annuncio sul giornale» disse finalmente dopo lungo silenzio.
«Come? Perché?»
«Perché il giornale potrebbe perdere il suo buon nome.
Se ognuno cominciasse a inserire che gli è scappato il naso, capirete… Anche senza di questo già vanno dicendo che si stampano tante assurdità e voci false.»
«Ma in che cosa è assurda questa faccenda? Non c’è niente d’assurdo, qui.»
«Pare a voi che non ci sia niente. Ma, vedete, la settimana passata si dette un caso simile. Venne un impiegato, così come siete venuto voi ora, portò un annuncio, il cui costo ammontò a 2 rubli e 73, e tutta l’inserzione consisteva in questo, che era scappato un barboncino di pelo nero. Be’, che c’era in ciò di speciale? Nondimeno risultò che era un libello: il barboncino designava il cassiere di non so che amministrazione.»
«Ma io evidentemente nell’annuncio non parlo di cani barboni, ma del mio proprio naso: ossia come dire di me stesso.»
«No, non posso assolutamente inserire un annuncio simile.»
«Ma il naso m’è sparito davvero!»
«Se è sparito, questa è una faccenda che riguarda il medico. Dicono ve ne sia di tali capaci di rappiccare qualsivoglia naso. Mi avvedo comunque che siete uomo d’umore allegro e che ama lo scherzo in società.»
«Vi giuro quant’è vero Dio! Ma, dal momento che siamo arrivati a questo punto, prego, vi farò vedere.»
«Perché disturbarvi?» continuò l’impiegato fiutando del tabacco. «Del resto, se non v’infastidisce troppo» aggiunse con un moto di curiosità «darei volentieri un’occhiata.» L’assessore di collegio si tolse il fazzoletto dal viso.
«Veramente! È oltremodo strano!» disse l’impiegato. «Il sito è completamente piatto, quasi si direbbe una galletta appena sfornata. Eh, sì, liscio fino all’inverosimile!» «Orsù, continuerete ora a far difficoltà? Vedete voi stesso che è impossibile rifiutarmi l’inserzione. Ve ne sarò molto grato e, per me, mi dichiaro lietissimo che questo caso m’abbia procurato il piacere della vostra conoscenza.» Come si vede, il maggiore s’era deciso, per una volta, a scadere alquanto.
«L’inserzione, certo, è affare di nulla» disse l’impiegato «soltanto non ci prevedo per voi alcun costrutto. Se proprio volete, fate che qualcuno di penna esercitata descriva il caso come uno scherzo di natura, e pubblichi l’articoletto sull’Ape del Nord» 26 Giornale dell’epoca assai diffuso. Diretto prima da Bulgarin, poi da Grec’; 1825-1864 (N.d.T.). (qui egli fiutò ancora il tabacco) «per utile della gioventù» (qui si nettò il naso) «oppure solo così, per soddisfazione dei curiosi.»
L’assessore di collegio perse ogni speranza. Gli occhi gli corsero in calce a una gazzetta, dov’erano i programmi degli spettacoli; e già il suo volto si preparava al sorriso, avendo egli scorto il nome d’una certa attrice, piacente anzichenò, e la sua mano già correva alla tasca, in cerca d’una banconota turchina, 27 Da cinque rubli (N.d.T.). giacché gli ufficiali superiori, secondo l’avviso di Kovalev, non possono andare che in poltrona; ma il pensiero del naso guastò tutto! L’impiegato stesso pareva tocco dalla difficoltosa posizione di Kovalev. Desiderando alla meno peggio alleviare la sua pena, volle esprimere la propria compartecipazione con qualche frase: «Mi rincresce davvero che vi sia capitato un tale caso. Gradireste una presa di tabacco? Fuga i mali di capo e l’umor malinconico; è utile persino nei confronti delle emorroidi». Ciò dicendo l’impiegato presentò a Kovalev la sua tabacchiera, dopo averne fatto saltare con notevole abilità il coperchio sul quale si vedeva il ritratto d’una signora in cappello.
Questo atto inconsiderato mise Kovalev fuori di sé. «Non capisco come soltanto vi dà l’animo di scherzare» disse egli con ira. «Non vedete forse che mi manca appunto quello che serve per fiutare? Il diavolo si porti il vostro tabacco! Adesso non lo posso neppure sentir rammentare, e non dico solamente il vostro lurido tabacco di betulla, ma, per vostra norma, neppure se m’aveste offerto dell’autentico râpè.» Ciò detto uscì, profondamente indispettito, dall’ufficio di pubblicità e si diresse dal commissario di quartiere.
Entrò nel punto che quegli si stiracchiava e borbottava: «Voglio fare un magnifico pisolino d’un par d’ore!». Perciò si può immaginare quanto inopportuno riuscisse l’arrivo dell’assessore di collegio. Il commissario era un grande incoraggiatore d’ogni arte e mestiere: ma a tutto preferiva una banconota governativa. «È una cosa» usava dire «che non ce n’è una meglio: non è necessario darle da mangiare, prende poco posto, sta tutta in una tasca, se cade non si rompe.» Egli accolse Kovalev piuttosto freddamente e disse che dopo pranzo non era tempo da procedere a inchieste, che la natura stessa decretò di riposarsi alquanto dopo mangiato (dal che l’assessore di collegio poté rendersi conto come al commissario non fossero ignoti i dettati degli antichi saggi), che infine un uomo ammodo non perde il naso.
Detto senza complimenti! E occorre notare che Kovalev era uomo straordinariamente suscettibile. Poteva perdonare qualunque cosa dicessero di lui medesimo, ma non tollerava le indelicatezze che si riferissero al suo grado o titolo. Stimava anzi che nelle produzioni di teatro si potesse permettere tutto quanto riguardava gli ufficiali subalterni, ma non si dovessero assolutamente tollerare attacchi agli ufficiali superiori. L’accoglienza del commissario lo sconcertò dunque al punto che scosse la testa e, allargando un poco le braccia, proferì dignitosamente: «Confesso che dopo siffatti offensivi rilievi da parte vostra, non mi rimane altro da aggiungere…» e uscì.
Rientrò a casa sentendosi appena le gambe sotto. Era già il crepuscolo. Triste e oltremodo sudicio gli apparve l’appartamento dopo tante infruttuose ricerche. Entrando nell’anticamera scorse sullo sporco divano di pelle il proprio domestico Ivan, il quale, giacendo sul dorso, sputava contro il soffitto e riusciva a colpire con notevole successo sempre il medesimo punto. Una simile indifferenza da parte di quel tipo lo indignò; gli dette col cappello una botta sulla fronte aggiungendo: «Tu, porco, non fai che occuparti di sciocchezze!».
Ivan balzò di colpo dal suo posto e si precipitò in gran fretta a sbarazzarlo del cappotto.
Entrato in camera sua, il maggiore, stanco e triste, si buttò in una poltrona e disse infine, dopo alquanti sospiri:
«Mio Dio! Mio Dio! Perché una tale disgrazia? Fossi io senza un braccio o senza una gamba sarebbe, pure, meglio; ma, senza naso, un uomo lo sa il diavolo che cosa rappresenta: non è né cristiano né animale, né carne né pesce, prendilo, alle corte, e buttalo dalla finestra! E almeno l’avessi perduto in guerra o in duello, o ne fossi io stesso causa; ma no, è sparito senza saper né come né quando, è sparito così, in un soffio!… Però no, non può essere» aggiunse dopo breve riflessione «è inverosimile che un naso sparisca, è assolutamente inverosimile. O sogno, o son vittima d’un’allucinazione; forse chi sa come, per errore, ho bevuto per acqua l’acquavite che mi passo in faccia dopo la barba. Quella bestia d’Ivan certo non l’ha portata via e così l’ho inghiottita.» Per convincersi di non essere effettivamente briaco, il maggiore si pizzicò tanto forte che fu costretto a gridare dal dolore. Il quale dolore lo convinse del tutto che era sveglio e desto. Egli s’accostò pian piano allo specchio e dapprima socchiuse gli occhi colla segreta speranza che il naso, chi sa, ricomparisse al posto suo: ma quasi nel medesimo punto dette un salto indietro esclamando: «Obbrobrioso spettacolo!».
La faccenda era veramente incomprensibile. Si fosse perduto un bottone, un cucchiaio d’argento, un orologio, o altro di simile, ma perdere… perdere che cosa? E per di più nel proprio appartamento!… Il maggiore Kovalev, tutto ben considerato, finì col supporre che la colpa del fatto doveva, secondo ogni apparenza, essere attribuita a nessun altro che all’ufficialessa superiore Podtocina, la quale desiderava fargli sposare la propria figliuola. Egli stesso corteggiava volentieri la ragazza, ma evitava un impegno definitivo. Quando poi l’ufficialessa gli aveva detto a chiare note che intendeva dargliela in sposa, egli, lasciate da parte le finezze, aveva dichiarato che lui era tuttavia giovane, che gli conveniva prestar servizio cinque anni ancora, e così ne avrebbe avuti quarantadue giusti. Epperò l’ufficialessa, per vendetta, aveva deciso la sua perdita e s’era assicurata a quest’uopo i servigi di qualche fattucchiera, giacché non si poteva neppur lontanamente supporre che il naso fosse stato tagliato: nessuno era entrato in camera sua; quanto al barbiere Ivan Jakovlevic, questi l’aveva raso già il mercoledì, e nel prosieguo di tale giorno, e del resto per tutta la durata del giovedì stesso, il naso era restato al suo posto; ciò egli ricordava e sapeva con precisione: oltrediché avrebbe dovuto sentir male, e certamente la ferita non si sarebbe chiusa tanto presto, né sarebbe diventato, il posto, liscio come una galletta. Andava architettando piani d’azione: chiamare in giudizio per via legale l’ufficialessa, ovvero comparire egli stesso in casa di lei e costringerla a confessare. Le sue riflessioni furono interrotte dalia luce filtrante attraverso le fessure degli usci, il che indicava che Ivan nell’anticamera aveva già acceso il candeliere. Presto infatti comparve Ivan in persona, recandolo davanti a sé e illuminando vivamente tutta la stanza. Il primo moto di Kovalev fu dar di piglio al fazzoletto e coprirsi il posto dove ieri ancora stava il suo naso, onde lo stupido individuo non restasse a bocca aperta innanzi a una tale stranezza del suo padrone.
Non era ancora rientrato Ivan nel suo covo, che s’udì nel vestibolo una voce sconosciuta, la quale diceva: «Abita qui l’assessore di collegio Kovalev?».
«Entrate; il maggiore Kovalev è qui» disse Kovalev saltando subito in piedi e aprendo la porta.
Entrò una guardia di bell’aspetto, con favoriti non troppo chiari né troppo scuri, con guance abbastanza piene, quella medesima, infine, che sul principio del presente racconto abbiamo trovata in capo al ponte Sant’Isacco.
«Voi avete perduto il vostro naso!»
«Appunto.»
«È stato ritrovato.»
«Che dite?» gridò il maggiore Kovalev. La gioia gli toglieva l’uso della parola. Egli contemplava avidamente la guardia davanti a lui, colle sue guance e labbra piene che la luce vacillante della candela illuminava di bagliori vivi. «In che modo?»
«Per uno strano caso. È stato preso mentre si disponeva a fuggire. Era già salito sulla diligenza di Riga. Da tempo s’era procurato un passaporto falso a nome d’un funzionario. E il curioso è che io stesso l’ho creduto sulle prime un signore. Ma per fortuna avevo con me gli occhiali e ho potuto subito riconoscere che era un naso. Giacché io sono miope e, voi che mi state davanti, vedo solamente che avete un viso, ma né naso né barba, non distinguo nulla di più. Mia suocera, ossia la madre di mia moglie, neppure lei vede nulla.»
Kovalev era fuori di sé. «Dov’è dunque? Dov’è? ci corro subito.»
«Non vi disturbate. Sapendo che ne avevate bisogno ve l’ho portato io stesso. Il curioso è che il principale responsabile di quest’affare è quel birbante del barbiere della via Voznesenskaja, che ora è sotto chiave. Da molto tempo lo sospettavo di ubriachezza e di rapina e non più tardi di tre giorni fa ha sottratto in una bottega una dozzina di bottoni. Quanto al vostro naso è assolutamente intatto.» Ciò dicendo il vigile cacciò una mano in tasca e ne trasse un naso avvolto in un pezzo di carta.
«È desso!» esclamò Kovalev. «È desso appunto! Restate a prendere una tazza di tè con me.»
«Mi sarebbe oltremodo gradito, ma non posso assolutamente: devo passare dalla casa di correzione… Il carovita aumenta per tutti i generi… Con me vive anche mia suocera, ovverosia la madre di mia moglie, eppoi i ragazzi; il maggiore in particolare dà grandi speranze per l’avvenire, è un ragazzo molto sveglio; ma mezzi per la loro educazione non ce n’è…»
L’assessore di collegio, uscito che fu il vigile, restò in uno stato d’animo vago, e solo dopo qualche minuto riacquistò la possibilità di vedere e di sentire: in tale smemoratezza l’aveva gettato l’improvvisa gioia! Prese con cautela il recuperato naso nelle due mani a ciotola e ancora una volta l’osservò attentamente.
«È desso! Desso appunto!» disse. «Ecco anche sul lato sinistro il foruncolo spuntato ieri.» Per poco il maggiore non scoppiò a ridere dalla gioia.
Ma di lunga durata non v’ha nulla al mondo, e anche la gioia, nell’istante che segue al primo, già non è più tanto viva; al terzo istante diventa ancor più debole, e da ultimo insensibilmente si fonde col nostro stato d’animo abituale, così come sull’acqua il cerchio generato dalla caduta di un sasso si fonde, da ultimo, colla liscia superficie. Kovalev prese a riflettere e si rese conto che la faccenda non era ancora finita: il naso era stato, sì, ritrovato, ma occorreva ancora applicarlo, rimetterlo al suo posto.
«E se non si regge?»
A una tale domanda, mossa a se medesimo, il maggiore impallidì.
Con un senso d’indicibile terrore si precipitò alla tavola, orientò lo specchio, onde non correre il rischio d’applicare il naso in qualche maniera di traverso. Le sue mani tremavano. Con estrema cautela lo mise al suo luogo naturale. Orrore! Il naso non faceva presa!… L’accostò alla bocca, lo riscaldò leggermente col fiato, e di nuovo lo ripose sullo spazio liscio fra le due guance; ma il naso non si reggeva in nessuna maniera.
«Suvvia, andiamo dunque! Sta’ a posto, stupido!» gli diceva; ma il naso faceva orecchi da mercante e ricadeva sul tavolo con un certo strano suono, come di turacciolo. Il viso del maggiore si contraeva spasmodicamente. «Non s’attaccherà dunque mai?» si chiedeva egli con spavento. Ma per quante volte lo riponesse al suo luogo naturale, altrettante il tentativo risultò infruttuoso.
Chiamò allora Ivan e lo mandò in cerca di un dottore che nel medesimo stabile occupava il migliore appartamento al piano nobile. Questo dottore era uomo aitante, portava magnifici favoriti d’un nero di pece, aveva una fresca e florida moglie, mangiava tutte le mattine mele crude e teneva la bocca straordinariamente pulita, sciacquandosela ogni giorno per tre quarti d’ora e strofinandosi la dentatura con spazzolini di cinque specie differenti. Il dottore comparve subito e chiese da quanto tempo era capitato l’infortunio, sollevò la testa del maggiore e gli diede col pollice un buffetto nel luogo dove prima stava il naso, sicché il maggiore dové buttare il capo indietro così vivamente da picchiar di nuca nel muro. Il medico assicurò che questo non era nulla e, consigliatogli di scostarsi alquanto dalla parete, gli ordinò di piegare dapprima il capo verso destra, poscia, palpato il posto dove a suo tempo stava il naso, fece: «hm!»; quindi ordinò di piegare il capo verso sinistra e fece: «hm!» e, a mo’ di conclusione, gli applicò col dito grosso un buffetto, laonde il maggiore Kovalev scartò colla testa come un cavallo a cui si guardino i denti. Condotto a termine un tale esame, il dottore scosse la testa e pronunciò: «No, non si può. Il meglio per voi è restare come siete, per evitare complicazioni. Senza dubbio si può rimettere a posto; io, diamine, ve lo riattaccherei seduta stante: ma vi accerto che sarebbe peggio per voi».
«Questa sì che è bella! E come posso restare senza naso?» disse Kovalev. «Tanto, peggio di così non potrebbe essere. Che diavolo rappresento conciato in questo modo! E dove potrò mostrarmi con una tale risibile deformità? Io ho ottime conoscenze: per l’appunto oggi stesso ho due serate in due case diverse. Io ho molte conoscenze: la consiglieressa di Stato Cehtyreva, l’ufficialessa superiore Podtocina… quantunque, dopo una simile azione da parte sua, non abbia alcunché da spartire con lei, se non per intermesso della polizia. Fatemi la grazia» seguitò Kovalev con voce supplichevole. «Non c’è mezzo? Riattaccatelo in una maniera qualunque; anche non perfettamente, purché si regga; io stesso potrò sostenerlo un tantino colla mano in caso di pericolo. Senza contare che io non ballo, da compromettere ogni cosa con un movimento inconsulto. E per tutto quanto si riferisce al riconoscimento dei vostri servigi, potete star tranquillo che, nella misura che me lo permettono i miei mezzi…»
«Dovete sapere» disse il dottore con voce né forte né sommessa, ma oltremodo esortativa e magnetica «che io non curo mai per interesse. Ciò è contrario alle mie regole e alla mia arte. Prendo, è vero, qualcosa per le mie visite, ma unicamente per non offendere con un rifiuto. Senza dubbio vi riattaccherei il naso; ma vi assicuro sull’onore, giacché non credete alla mia semplice parola, che per voi sarebbe di gran lunga peggio. Lasciate piuttosto fare alla natura. Lavatevi più spesso con acqua fredda, e io vi assicuro che, senza naso, starete bene come se ce l’aveste. E, per quanto riguarda il naso, vi consiglio di metterlo in un boccale di spirito o, meglio ancora, d’aggiungere due cucchiai da tavola di spirito di sale e aceto tiepido, e allora potreste cavarne di bei quattrini. Io stesso prenderei il vostro naso, se però non ne chiedeste troppo.»
«No, no! Non lo venderò per nessuna somma!» esclamò desolato il maggiore Kovalev. «Piuttosto lascerò che vada in malora!»
«Come volete!» disse il dottore inchinandosi. «Volevo riuscirvi utile… Pazienza! Almeno avete visto che ho fatto quanto era in me.» Ciò detto, il dottore con grande mutria uscì dalla camera. Kovalev non fece neppure attenzione a lui e notò appena, nel suo profondo smarrimento, i polsini della sua camicia, candidi come neve, che sortivano dalle maniche del nero frac.
Il giorno dopo, prima di rivolgersi alla giustizia, il maggiore si decise a scrivere all’ufficialessa, chi sa non acconsentisse a rendergli colle buone ciò che gli spettava. La lettera era del seguente tenore:
Egregia Signora Alessandra Fin qui Pelagia. Svista di Gogol’ (N.d.T.). Grigorjevna! Non posso capire il Vostro strano comportamento. Siate persuasa che, agendo in tal guisa, non guadagnate nulla, né in alcuna maniera mi forzerete a sposare Vostra figlia. Sappiate che la storia relativa al mio naso è ormai di ragion pubblica, come anche il fatto che Voi e nessun altri ne siete il principale artefice. La sua inopinata sparizione dal suo proprio luogo, la fuga e la mascherata, ora sotto le spoglie d’un funzionario, ora, infine, sotto le sue medesime, altro non sono che la conseguenza dei sortilegi da Voi operati, o, quanto meno, da coloro che attendono per Vostro conto a tali degne occupazioni. Io da mia parte stimo doveroso prevenirvi che, ove detto naso non fosse oggi stesso reintegrato al suo proprio luogo, mi vedrei costretto a ricorrere alla difesa e protezione delle leggi.
Frattanto, coi sensi della più perfetta stima, ho l’onore di dirmi il Vostro umile servo Platone Kovalev.
Egregio Signore Platone Kuzmic! La Vostra lettera mi ha oltremodo meravigliata. Sinceramente vi confesserò che non mi attendevo ciò da parte Vostra, né, tanto meno, i Vostri ingiusti rimproveri. Debbo rendervi noto che non ho mai ricevuto in casa mia il funzionario cui accennate, né mascherato, né tampoco nel suo vero aspetto. È stato da me, è vero, Filippo Ivanovic Potancikov. Ma sebbene egli, non lo nego, pretendesse alla mano di mia figlia, e seppure illibato, di condotta irreprensibile e di chiaro sapere, io, tuttavia, non ebbi mai a dargli alcuna speranza. Voi parlate anche di un certo naso. Ora, se con ciò intendete che io abbia voluto lasciarvi con un palmo di naso, ossia rispondere alle Vostre assiduità con un formale diniego, in tal caso sarei assai sorpresa che proprio Voi poteste ciò credere, quando sapete benissimo che io sono anzi di parere al tutto contrario, e disposta in questo medesimo istante, ove chiediate mia figlia in sposa secondo le regole, a darvi piena soddisfazione, giacché tale fu ognora l’oggetto dei miei più ardenti desideri; nella quale speranza, e sempre pronta al Vostro servizio, mi dico Alessandra Podtocina.
«No» disse Kovalev dopo aver letto questa lettera «essa non è certo colpevole. È impossibile! La lettera non è scritta come avrebbe potuto scriverla un colpevole di delitto.» L’assessore di collegio era, in questa partita, un intenditore, perché già al Caucaso era stato designato per più d’un’inchiesta. «In che modo allora e per qual caso è avvenuto ciò? Solo il diavolo ne caverebbe le gambe!» diss’egli alla fine, lasciando cadere le braccia.
Frattanto la fama di questo straordinario avvenimento correva la capitale e, come avviene, non senza opportune aggiunte. A quel tempo gli spiriti di tutti erano particolarmente volti al soprannaturale: non era molto che esperimenti di magnetismo avevano attratta l’attenzione del pubblico. Inoltre la storia delle seggiole danzanti alla Konjuscennaja era ancora di fresca data, perciò non v’è da meravigliarsi se presto cominciò a correr voce che il naso dell’assessore di collegio Kovalev alle tre in punto passeggiava sulla Prospettiva. I curiosi vi si riunivano ogni giorno in folla. Affermava uno che il naso si trovava nel negozio di Junker, e subito davanti a Junker si formava una tale moltitudine e ne nasceva un tal parapiglia, che doveva persino intervenire la forza pubblica. Uno speculatore d’aspetto degno, con favoriti, il quale prima vendeva pasticcini raffermi all’uscita dei teatri, costruì per l’occorrenza degli ottimi e solidi sgabelli di legno, su cui invitava i curiosi a prender posto, verso compenso di ottanta copechi ciascuno. Un colonnello a riposo uscì di casa prima del tempo a bella posta, e a gran fatica s’aprì un passaggio tra la folla; ma, con suo grave disappunto, scorse nella vetrina del negozio, in luogo del naso, un comune panciotto di pelo e una litografia rappresentante una fanciulla che si tirava su una calza, mentre, da dietro un albero, un moscardino in gilè rovesciato e pizzo la spiava; composizione che stava lì attaccata, sempre al medesimo posto, da più di dieci anni Allontanandosi, il colonnello proferì con dispetto: «Ma come è lecito turbare la popolazione con simili voci sciocche e inverosimili?». In seguito corse voce che non sulla Prospettiva, sibbene al Giardino di Tauride passeggiava il naso del maggiore Kovalev; che Hozrev-Mirza Grande personaggio dell’impero Ottomano sotto Mahmud, ossia all’epoca appunto del racconto (N.d.T.). quando ci abitava s’era molto meravigliato di questo scherzo di natura. Alcuni studenti dell’Accademia di Chirurgia vi andarono. Una nota e rispettabile dama chiese con lettera scritta di proprio pugno al guardiano del giardino di voler mostrare ai suoi figli il raro fenomeno e, se possibile, di aggiungere spiegazioni profittevoli ed edificanti per la gioventù.
Di tutti questi avvenimenti restarono oltremodo soddisfatti gli immancabili frequentatori di serate mondane, che amano rallegrare le dame con aneddoti, di cui allora appunto erano restati a corto. Un piccolo numero di persone rispettabili e benintenzionate ne rimase, per contro, oltremodo scontento. Un signore disse con malumore che lui non capiva come nel nostro secolo di lumi potessero diffondersi simili assurde fantasie, e che si meravigliava altamente come il Governo non vi ponesse rimedio. Questo signore era, come si vede, del numero di quelli che vorrebbero vedere il Governo immischiato in tutto, perfino nelle loro quotidiane baruffe colla metà. In conseguenza di che… ma qui di nuovo tutta la faccenda si perde nella nebbia, e quanto avvenne poi precisamente nessuno lo sa.
Fatti assurdi avvengono in questo mondo, da cui talvolta ogni verosimiglianza è bandita. A un tratto quello stesso naso che scarrozzava col grado di consigliere di Stato e aveva sollevato tanto rumore nella città, ricomparve, come se niente fosse, al suo proprio posto, ossia appunto fra le due guance del maggiore Kovalev. Ciò avvenne il 7 di aprile. Svegliatosi e gettata per caso un’occhiata allo specchio, questi vede… il suo naso! Lo tocca colla mano: il suo naso, non c’è che dire! «Oh!» disse Kovalev, e dalla gioia a momenti s’abbandonava attraverso la stanza, e così a piedi nudi, a una danza sfrenata; ma l’ingresso di Ivan glielo impedì. Il maggiore chiese subito da lavarsi e, lavandosi, guardò ancora una volta allo specchio: il naso! Asciugandosi colla salvietta guardò daccapo: naso! «Di’ un po’, Ivan, mi pare di aver sul naso una specie di foruncolo» fece egli, e pensava frattanto: Ora sarebbe bella che Ivan dicesse: ‘Nonché foruncolo, io non vedo neppure naso!’.
Invece Ivan disse: «Niente, nessun foruncolo: il naso sta benissimo!».
Ottimamente, che il diavolo mi porti! disse fra sé il maggiore e schioccò le dita. In quella fece capolino alla porta il barbiere Ivan Jakovlevic, ma tanto timidamente, quanto un gatto che avessero poco prima frustato per un furto di lardo.
«Dillo da prima: hai le mani pulite?» gli gridò da lontano Kovalev.
«Pulite.»
«Non è vero!»
«Pulite in fede mia, signore.»
«Be’, bada a te!»
Kovalev si sedette. Ivan Jakovlevic gli mise l’asciugamano e in un battibaleno, coll’aiuto del pennello, gli mutò il mento e una parte delle guance in una crema simile a quella che si serve ai genetliaci dei mercanti. Eccoti! disse fra sé Ivan Jakovlevic guardando il naso, quindi chinò la testa dall’altra parte e lo guardò di scancio: Ci sei, birbante! proseguì, e contemplò a lungo il naso. Infine con grande leggerezza, colla più gran cautela che si possa immaginare, levò due dita onde prenderlo per la punta. Giacché tale era il sistema di Ivan Jakovlevic.
«Ohè, ohè, ohè, attento!» gridò Kovalev. Ivan Jakovlevic lasciò cadere anche le braccia, s’impaurì e turbò come non si era mai turbato in vita sua. Finalmente prese a grattare cauto col rasoio sotto il mento e, quantunque gli riuscisse assai malagevole radere senza tenere per l’organo olfattivo del corpo, nondimeno, appoggiando il suo pollice calloso contro la guancia e la gengiva inferiore, gli riuscì infine di superare alla bell’e meglio tutte le difficoltà e d’arrivare in porto.
Quando tutto fu fatto, Kovalev s’affrettò a vestirsi, prese una vettura e si recò difilato al caffè. Entrando, gridò da lontano: «Ragazzo, una tazza di cioccolata!» e giù in quel medesimo istante un’occhiata allo specchio: il naso c’era! Allegramente egli si volse indietro e lanciò uno sguardo ironico, socchiudendo un po’ gli occhi, a due militari, uno dei quali il naso non ce l’aveva più grosso d’un bottone da gilè. Dopo di che si recò alla cancelleria del dipartimento in cui stava brigando per un posto di vicegovernatore o, in caso d’insuccesso, d’ispettore. Attraversando l’anticamera, si guardò allo specchio: il naso c’era! Poi si recò a far visita a un altro assessore di collegio, o maggiore, uomo assai caustico, cui egli spesso diceva, in risposta a rilievi pungenti: «Eh, ti conosco bene, linguaccia!». Per la strada pensava: Se neppure costui scoppia a ridere vedendomi, è certo segno che ho tutto a posto. Ma il collega, zitto. Benone, benone, il diavolo mi porti! pensò Kovalev. Per la strada scontrò l’ufficialessa Podtocina con sua figlia, le ossequiò e ne fu risalutato da allegre esclamazioni: vale a dire, tutto andava bene, in lui non era visibile deformità alcuna. Restò a chiacchierare molto a lungo con loro, e a bella posta, estratta la tabacchiera, si rimpinzò a sazietà, in loro presenza, il naso da tutte e due le narici, dicendo fra sé e sé: Ecco qua per voi, femminucce mie! E colla figliola in tutte le maniere non mi sposerò. Dovess’essere così, par amour, bene, allora sarebbe un altro affare!.
E il maggiore Kovalev da allora andò a spasso, come se nulla fosse stato, vuoi sulla Prospettiva, vuoi per i teatri, insomma dappertutto. E il naso del pari, come se nulla fosse stato, se ne rimaneva in mezzo al suo viso, e non mostrava neanche lontanamente d’aver prevaricato. E dopo ciò videro il maggiore Kovalev sempre di buon umore, sorridente, inseguente tutte senza eccezione le graziose signore, e persino lo videro una volta che si fermava davanti a una bottega del Mercato Centrale e comprava un nastro da decorazione, chi sa poi perché, visto che non era cavaliere di nessun ordine.
Ecco che storia è capitata nella capitale nordica del nostro vasto impero! Soltanto, adesso, tutto ben considerato, ci avvediamo che c’è in essa molto di inverosimile. Anche senza parlare che è davvero strana la soprannaturale scomparsa del naso e la sua comparsa in diversi posti sotto le spoglie di consigliere di Stato, come poi Kovalev non s’accorse che non si può inserire un annuncio sui giornali quando si tratta d’un naso? Io qui non intendo già dire che un annuncio costa troppo caro: questa è cosa trascurabile, né io sono in alcun modo del numero della gente attaccata al denaro; ma dico che non sta bene, che è una goffaggine, una cosa mal fatta! E ancora: come diamine il naso si trovava nel pane sfornato, e come lo stesso Ivan Jakovlevic… No, non ci capisco un’acca, proprio non ci capisco! Ma quello ch’è invero più strano e più incomprensibile di tutto il resto, è come gli autori possano scegliersi consimili soggetti. Confesso che ciò mi riesce del tutto incomprensibile, ciò davvero… no, no, assolutamente non capisco! In primo luogo, ciò non può essere d’alcun vantaggio al paese; in secondo luogo… ma, tanto, anche in secondo luogo non vi può essere utilità alcuna. Veramente non so che cosa ciò può rappresentare… Ma, purtuttavia, e nonostante quanto detto, come, evidentemente, si può ammettere una cosa, e un’altra, e una terza, si può anche… infine, dov’è che non si danno assurdità? Epperò, giratela come vi pare, in tutta questa storia mi pare in coscienza che ci sia qualcosa di vero. Checché se ne dica, simili fatti capitano nel mondo; di rado, ma capitano.


Crediti
 Italo Calvino
 Racconti fantastici dell'Ottocento
  Il fantastico visionario
  Volume primo
 Pinterest • Joan Miró  • 

Citazioni correlate

La libertà trovata nella rinuncia ⋯ 
Rinunciare alle cose è meno difficile di quel che si crede: tutto sta a cominciare. Una volta che sei riuscito a prescindere da qualcosa che credevi essenziale, t'accorgi che puoi fare a meno anche di qualcos'altro, poi ancora di molte altre cose.
 Italo Calvino  Il barone rampante
 Romanzo, Romanzo di formazione, Narrativa fantastica


La prospettiva inedita dell'anticonformista ⋯ 
Un uomo fuori posto può insegnare alla sua gente a guardare il mondo con occhi nuovi
 Italo Calvino  Il barone rampante
 Letteratura, Romanzo, Allegoria


L'affermazione della propria unicità ⋯ 
Per avere rapporti genuini, costruttivi con gli altri è necessario diventare individui. Si diviene individui, approfondendo la conoscenza di sé e mantenendosi fedeli alle proprie regole interne, al proprio codice personale di valori, al proprio stile. Bisogna lasciare che la propria singolarità emerga, anche a costo di apparire degli eccentrici. È questa la via per sfuggire al conformismo dilagante, alla massificazione, alla accettazione di modelli di comportamento predefiniti.
 Italo Calvino  Il barone rampante
 Letteratura italiana, Romanzo


Angoscia della normalità media americana ⋯ 
E proprio allora, quando più mi avvicinavo a sentirmi un americano medio, cominciava a prendermi una specie di insofferenza, qualcosa che non mi veniva dalla lettura dei romanzieri e dei sociologi ma da dentro, dal prevedere come si sarebbe potuta svolgere là tutta la mia vita.
 Italo Calvino  Un ottimista in America
 Narrativa postmoderna, Reportage letterario


Due metà ⋯ 
Il visconte buono curava i malati e proteggeva i deboli, mentre il visconte cattivo distruggeva i raccolti e terrorizzava i contadini. Due metà dello stesso uomo, due volti della stessa anima divisa dalla guerra. Solo quando si ricongiunsero, formando un essere intero con tutte le sue contraddizioni, la terra di Terralba poté finalmente conoscere la pace.
 Italo Calvino  Il visconte dimezzato
 Narrativa, Racconto fantastico


Articoli correlati di Italo Calvino
Tags correlati
Chiavi correlate
Categorie correlate
Riferimenti
Valuta:

Media: 0 (0 voti).