Non siamo alla fine

Quando arriva sul patibolo, il boia lo prende al prete, lo trascina con sé, lo lega sulla tavola a bilancia, l’inforna, uso qui la parola del gergo, poi lascia andare il coltellaccio. Il greve triangolo di ferro si stacca a fatica, cade traballando nelle scanalature e, qui comincia la cosa orribile, intacca l’uomo senza ucciderlo. L’uomo getta un grido terribile; il carnefice, sconcertato, rialza la lama e la lascia ricadere. La lama morde il collo del paziente per la seconda volta, ma non lo taglia: il paziente urla, la folla anch’essa. Il boia risolleva il coltellaccio, sperando che il terzo colpo vada meglio. Nemmeno per sogno; il terzo colpo fa spicciare un terzo rigagnolo di sangue dalla nuca del condannato, ma non fa cadere la testa. Abbreviamo. Il coltellaccio risalì e ricadde cinque volte, cinque volte intaccò il condannato, cinque volte il condannato urlò sotto il colpo e scosse la testa viva invocando grazia. Il popolo, indignato, raccolse i sassi e, nella sua giustizia, si mise a lapidare il miserabile carnefice; il carnefice scappò sotto la ghigliottina e si nascose dietro i cavalli. Ma non siamo alla fine. Il suppliziato, vedendosi solo sul patibolo, si era raddrizzato sulla tavola a bilancia, e lì, in piedi, spaventoso, grondante sangue, sostenendosi la testa per metà mozza che gli pendeva sulla spalla, domandava con deboli grida che qualcuno andasse a slegarlo. La folla, piena di pietà, era sul punto di costringere i gendarmi a correre in aiuto del disgraziato, che aveva subito per cinque volte la condanna a morte. Proprio in questo momento un manigoldo del boia, giovane di vent’anni, sale sul palco e, approfittando della posizione del morente che gli si abbandonava senza diffidenza, gli salta sulla schiena e si mette a tagliargli faticosamente, con non so che coltello da beccaio, la parte di collo che ancora gli rimane. Ciò è avvenuto; ciò è stato visto. Sì.

Crediti
 • Victor-Marie Hugo •
 • L'ultimo giorno di un condannato a morte •
 • 1829 •
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